Il mondo di Guatri
2026/13
Il mio rapporto con l’economia d’azienda
L’azienda è una realtà che mi ha sempre accompagnato lungo la carriera accademica e professionale. Fin dall’Istituto Tecnico e dall’università sono sempre stato coinvolto, e poi attratto, dalle questioni attinenti all’azienda, dalla tenuta dei conti al suo funzionamento. La frequenza post-universitaria a un corso di specializzazione in organizzazione aziendale, oggi si direbbe master, mi ha aperto una strada fondamentale sia per l’insegnamento che per lo studio. Si discutevano casi aziendali – a dire il vero erano traduzioni di casi americani, poiché le aziende italiane all’epoca non erano disposte a farsi studiare – che davano la possibilità anche a un allievo di entrare all’interno della vita delle aziende, comprendendone i problemi e dando l’opportunità di esercitarsi sul problem solving. Una pratica d’insegnamento che ho potuto applicare durante tutta la mia attività di docente, non solo nelle aule universitarie, ma anche nelle scuole di management e nelle aziende pubbliche e private. Inoltre, ero stato attratto da un insegnamento, Finanza e Controllo, che fondeva assieme il tema della gestione finanziaria con la tenuta della contabilità direzionale, in linea con quanto da me affrontato negli studi precedenti. Sono i temi che – una volta rientrato in università come docente – rappresenteranno le mie aree d’interesse e di ricerca.
Le basi scientifiche in economia aziendale le acquisii con la preparazione per il concorso di assistente ordinario e, in seguito, per la libera docenza. Mi dedicai a studiare, con impegno e crescente interesse, i nostri classici. La partenza per districarsi tra i vari contributi scientifici consisteva nello studiare il testo di Edoardo Giannessi che raccoglieva una mappa delle Scuole di ragioneria operanti in Italia e che offriva un interessante spaccato sui percorsi compiuti dalle varie scuole di ragioneria nel corso degli ultimi cinquant’anni, dall’inizio del Novecento al secondo dopoguerra. Si fronteggiavano, con varie articolazioni al loro interno, due scuole, quella patrimoniale che s’ispirava agli studi di Fabio Besta e quella reddituale di matrice zappiana. Sebbene queste etichette richiamassero questioni attinenti all’impostazione delle scritture contabili e alle quantità economiche complesse come capitale e reddito, in realtà tali scuole si differenziavano pure per argomenti riguardanti l’azienda, il suo funzionamento e il ruolo di una scienza che studia l’azienda.
I principi di economia d’azienda
L’economia d’azienda, com’è noto, nasce con Zappa che, oltre a proporre sulla scia della scuola tedesca il sistema del reddito, avverte la necessità, per capire il potenziale conoscitivo e operativo delle scritture, di spostare l’oggetto dell’indagine sulla gestione. «Gestione intesa come sistema dinamico di operazioni molteplici, simultanee o successive, realizzatesi nella dinamica dell’economia dell’ambiente». Si rileva quindi il legame tra la realtà d’azienda con il mondo economico circostante (mercati, ma anche persone, situazioni socio-politiche), un aspetto che ho sempre considerato fondamentale quando si tratta d’azienda e che mi ha sempre incuriosito e accompagnato nella vita professionale.
Economia d’azienda, quindi, come «scienza che studia le condizioni di esistenza e le manifestazioni di vita delle aziende». Scienza sociale poiché le aziende sono costituite da persone e sono volte alla realizzazione di bisogni umani. Gli schemi, i modelli aziendali descrivono scelte o comportamenti di persone, non risonanze magnetiche o particelle elementari, e le persone possono cambiare idea e comportarsi, da un momento all’altro, in modo completamente diverso. Addirittura, in questi anni caratterizzati dalla mescolanza delle discipline, sono nati anche gli economisti comportamentali che considerano rilevanti per comprendere i risultati economici le nevrosi e i problemi di identità delle persone.
In specie, l’economia aziendale studia l’amministrazione economica delle aziende e Zappa propone di distinguerla in tre momenti tra loro intrecciati: la gestione, l’organizzazione e la rilevazione, aprendola, di fatto, all’intensa relazione con altre discipline. L’indirizzo di studio, quindi, è l’azienda nella sua dinamica unità, nelle relazioni che avvincono i suoi fenomeni e questi ai fenomeni di mercato e di ambiente. L’economia d’azienda è scienza empirica a fondamento sperimentale e ben poco può progredire per puro superamento mentale nell’ignoranza dei fatti. Risente dell’impostazione positivistica del periodo in cui nasce e potrà fornire guida non inefficace al pratico e consapevole governo delle aziende. Un aspetto questo che ho sempre ben tenuto presente, così come la prospettiva soggettiva propria del management di taglio anglosassone. Studiando l’amministrazione economica nella sua concretezza, l’economia d’azienda concorre a riportare la scienza economica a un più vivo rapporto con i fini umani.
Su queste linee si muovono i primi continuatori del pensiero zappiano: soprattutto Pietro Onida e Carlo Masini, Maestri ai quali mi sento legato per le idee e gli insegnamenti che mi hanno dato e che ho seguito nelle mie ricerche. La visione unitaria dell’azienda come istituto economico; l’approccio sistemico mediante il quale analizzarla nelle sue molteplici dimensioni e nei suoi vicendevoli rapporti con l’ambiente in cui opera; il costante orientamento ai fatti mediante osservazioni e ricerca sul campo; il riferimento alla dimensione economica dei fenomeni aziendali; il rispetto dell’equilibrio economico a valere nel tempo; il contemperamento degli interessi in gioco e l’utilizzo di quantità economiche come espressione dei fenomeni d’azienda e di mercato possono essere considerati, in estrema sintesi, i principi di economia d’azienda a fondamento dell’operare di un aziendalista e che hanno aperto nel nostro Paese gli studi economico aziendali.
Il cammino verso le specializzazioni
L’azienda, oggetto di studio, è una realtà dinamica, mutevole, imprevedibile, complessa e aperta sempre più nei confronti dell’ambiente in cui è inserita e degli influssi che la comunità scientifica riceve dagli scambi con altre scuole e realtà di altri Paesi. Fin dalle sue origini la concezione zappiana, oltre all’impostazione generale, aveva dato avvio a specializzazioni settoriali con la nascita dell’economia applicata ai vari tipi d’impresa e alle istituzioni pubbliche. Inoltre, fin d’allora si era intravista la possibilità di sviluppare indagini con riferimento alle singole funzioni per approfondire particolari tematiche attinenti al funzionamento dell’impresa. Con la sola eccezione delle discipline contabili, gli studi di area funzionale hanno avuto fino agli anni Sessanta uno sviluppo limitato e comunque all’interno di studi settoriali volti a indagare i profili di gestione, organizzativi e di rilevazione propri di determinati settori produttivi. Ricordo che le aree disciplinari corrispondenti agli insegnamenti e ai concorsi a cattedra erano all’epoca dei miei inizi: ragioneria (che comprendeva anche economia aziendale), tecnica industriale e tecnica bancaria.
Bisognerà aspettare gli anni Settanta per assistere a una svolta legata strettamente alla situazione delle imprese dell’epoca e ai loro bisogni di inserimento di nuove competenze ovvero di nuove figure professionali, che coincide con l’avvio di una grande importazione di modelli e concezioni, soprattutto di scuola manageriale anglosassone, che nel futuro acquisterà un ritmo travolgente tanto da rischiare di omologare tutto.
Il corso tradizionale di laurea di Economia e commercio si sdoppia in economia politica e in economia aziendale. È la Bocconi che intraprende per prima questa via, seguita un anno dopo da Ca’ Foscari. Alla fine degli anni Settanta, mentre in sede CUN si stava discutendo nella Commissione Sdralevich un’articolazione del corso di laurea in due blocchi, i primi due anni comuni e gli altri due di specializzazione, la Bocconi lanciava una pluralità di corsi di laurea, dando l’avvio a una moltiplicazione d’insegnamenti, da quelli funzionali a quelli settoriali. Una malignità, sentita in quegli anni, era questa: «Hanno fatto diventare insegnamenti i capitoli di un libro, per non dire i paragrafi!»
Da quegli anni in poi s’innesta nelle nostre discipline uno sviluppo tumultuoso che crea una con-fusione di aree di studio, di approcci, di contaminazioni anche molto distanti da quelle normalmente pensate. Spesso sparisce il confine tra apporti scientifici e mere tecnicalità. In questo «groviglio» non mancano tuttavia interessanti e promettenti sentieri di sviluppo scientifico. Marketing, controllo di gestione, finanza, sistemi informativi, organizzazione e così via diventano aree di studio che interessano un numero crescente di studiosi e che trovano il loro riferimento nelle scuole e riviste specializzate principalmente americane. L’utilizzo di modelli importati avviene talvolta in modo acritico nel senso che essi sono accolti come assunti di base dai quali sviluppare l’approccio deduttivo. In altri casi, si assiste a una pura descrizione di procedure e prassi applicate alle aziende. Non è sempre approfondita la matrice di provenienza dei modelli. Si dimentica che negli USA da sempre vi è una netta demarcazione tra gli studi pratici volti a dare strumenti e tecniche di ausilio alle aziende ma anche suggerimenti e suggestioni al management (practictioner) e gli studi accademici di taglio descrittivo positivo con l’impiego anche di modelli matematici. È indubbio, tuttavia, che sia stato un movimento significativo per lo sviluppo degli studi aziendali che ha innescato un cambiamento che si svilupperà incessante nel tempo, fino ai nostri giorni.
Credo che si sia già intuito da queste prime pagine che intendo in questo scritto seguire un taglio molto personale, legato alla mia esperienza di vita, narrando «la mia economia aziendale nel divenire degli studi e delle applicazioni e della società produttiva».
Le prime esperienze di studio
Il controllo di gestione è la mia prima area di ricerca, era una naturale evoluzione del mio percorso di studi, provenendo io dalla ragioneria, oltre a esser dettata dall’obiettivo di studiare e di proporre al mondo della pratica aziendale un innovativo modo di condurre l’azienda. Erano anni di grandi trasformazioni, dal miracolo economico si era transitati per un decennio di profonda crisi. Operanti erano ancora le grandi aziende, tipo Fiat e Pirelli, e una vasta area pubblica. Fin dall’inizio mi ero posto una distinzione del controllo tra il controllo come «modello di direzione» e il controllo come «sistema di programmazione e controllo» per gestire l’azienda.
Non limitarsi quindi al controllo come sistema di piani e di rendiconti (reporting), a base quantitativo-monetaria, ma considerarlo come meccanismo per condurre l’attività d’impresa, un modello per gestire le operazioni aziendali. Controllo come «attività volta a mantenere le cose entro i binari stabiliti». Tale nozione di controllo richiama quindi quella di obiettivi senza i quali la gestione, la guida perde quella sua caratteristica di «azione cosciente, determinata e finalizzata per diventare invece un insieme di fatti casuali, episodici e frutto delle mutevoli circostanze aziendali e ambientali». Se si accoglie questa impostazione si fa specifico riferimento a un sistema direzionale che presuppone l’esistenza di due fondamentali elementi o supporti. L’uno – di tipo hard – costituito da un sistema informativo quantitativo-monetario e l’altro – di tipo soft – rappresentato da una filosofia organizzativa che poggia sulla responsabilità, diffusa all’interno dell’azienda, di perseguire gli obiettivi assegnati e su una chiara accountability (trasparente resa dei conti). Una parola che viene ora tradotta con «rendicontabilità» che sa molto di burocratese e che mi conferma dell’idea che il concetto sottostante non sia ben presente nella nostra cultura Paese.
Già negli anni Sessanta quando si era cominciato a discutere anche in Italia, sull’onda del libro di Anthony1, di controllo di gestione nell’accezione più ampia di sistema direzionale o di meccanismo operativo volto a far funzionare l’azienda, si era consapevoli che si trattava di un tema rilevante ma si pensava interessasse relativamente poche realtà aziendali del nostro Paese, quelle di grandi dimensioni e a struttura manageriale. Le scuole di formazione manageriale, che allora frequentavo nella mia attività di docente, erano gli ambienti dove, non solo si insegnava il controllo mediante l’uso di casi didattici, ma erano anche i luoghi di dibattito con gli stessi allievi partecipanti nei quali si mettevano in evidenza le difficoltà di introdurre tale strumento direzionale nella prassi e nella cultura italiana.
In quegli anni erano proprio le imprese pubbliche, con una struttura gestionale fondata su manager professionali, che per prime avevano avvertito la necessità di applicare questo metodo di gestione. La stessa Fiat, in quel periodo, si stava avvicinando a questo sistema direzionale con uno sforzo organizzativo notevole perché si trattava di cambiare una cultura aziendale di tipo padronale, alimentata da uno stringente controllo sociale in fabbrica e radicata da anni in quell’organizzazione. Ci sarebbe voluto qualche tempo, oltre un lustro, affinché quell’iniziativa di cambiamento della prassi gestionale potesse trovare concreta attuazione. L’IFAP per l’IRI e l’ISVOR per la Fiat sono stati indispensabili e preziosi incubatori per far capire, discutere e vivere questo modello di conduzione aziendale adatto alle grandi organizzazioni.
Nel tempo il controllo di gestione subirà una profonda evoluzione, che ho seguito con saggi e contributi sulle strumentazioni applicate, sugli apporti più significativi provenienti dall’oltreoceano, come il BSC (balanced scorecard), e sull’ampia ibridazione in chiave di ICT.
La finanza aziendale è l’altra area d’interesse e di ricerca della quale fin dall’inizio mi ero occupato. In un mio primo lavoro affronto la finanza seguendo un approccio soggettivo, osservo le decisioni finanziarie. Accolgo la visuale dell’operatore tanto che all’operazione sostituisco la decisione. Questo cambiamento di prospettiva, oltre a favorire lo studio dell’applicazione degli strumenti operativi, consente tanto di interpretare in modo più rispondente alla realtà (vale a dire dinamicamente) lo svolgimento dell’attività aziendale (aspetto positivo di economia d’azienda), quanto di suggerire regole e norme di condotta all’operatore al fine di ridurre l’arbitrio e l’irrazionalità nel campo aziendale. Dalla scelta di quest’approccio appare evidente che si intendono fornire strumenti utili a chi svolge attività concreta d’impresa. Dopo un’analisi degli strumenti a disposizione della funzione finanziaria, lo studio si sofferma sulla strategia e sul controllo finanziari. Ricordo che il più bel complimento mi venne dal direttore Finanza della Fiat che mi disse che quanto era contenuto nel libro2 costituiva un percorso in linea con la loro operatività al quale fare riferimento nelle loro azioni.
Ho poi coltivato questo campo di studio, dove esiste un groviglio d’impostazioni, una convergenza di più paradigmi, con apporti provenienti dalla dottrina economica (teoria del capitale), dalle teorie contabili e dalla managerial economics. Da aziendalista, tuttavia, ho sempre seguito un indirizzo di studio istituzionalistico, osservando l’azienda come istituto economico e quindi esaminando le sue specifiche esigenze di finanziamento e di investimento legandole tra loro per il conseguimento dei fini aziendali. Una finanza, quindi, che non si occupa degli aspetti procedurali tra impresa e mercati del credito o dell’equity, ma che si interessa – con una visione integrata e globale – della gestione dei flussi finanziari tenendo conto, da un lato, dei fabbisogni dell’azienda e, dall’altro, delle regole e dei comportamenti dei mercati dei capitali. In tal modo quest’approccio alla finanza assume i caratteri di una specializzazione o sviluppo dell’economia d’azienda, mutuandone anche i metodi di indagine. Osservazione della realtà avvalendosi di strumenti concettuali per avvicinarsi a essa in modo efficace, ma pure messa a punto di schemi di riferimento (framework) in base a una «catena di severe deduzioni» al fine di ricercare corrette regole di comportamento o comunque contributi utili per lo svolgimento dell’attività.
Gli sviluppi successivi. Imprenditorialità e PMI
L’attenzione era sempre rivolta a quanto stava succedendo nel mondo aziendale e nella società. Utile negli ultimi trent’anni per questo monitoraggio è stata, oltre all’attività professionale, quella di editorialista per un quotidiano che mi permetteva, da aziendalista, di commentare i fatti del giorno dell’economia e della società. Un’attività questa che nel nostro Paese è appannaggio quasi esclusivo degli economisti, mentre una visuale dall’interno delle organizzazioni, altrettanto importante, è piuttosto assente.
In Italia sempre negli Ottanta, mentre si contraeva la presenza di grandi imprese e svaniva la managerialità, prendeva slancio l’imprenditorialità. Anche in questi ultimi anni di crisi e di ristagno, la nascita di nuove imprese ha continuato a caratterizzare l’economia del Paese. Non solo in campo manifatturiero, ma soprattutto in quello dei servizi, contribuendo così a quel processo di terziarizzazione che oggi contraddistingue le economie occidentali.
Si sa della rilevanza della funzione imprenditoriale nel realizzare, ma pure nell’interpretare, la crescita e lo sviluppo delle imprese. L’imprenditorialità è una funzione che si presenta con numerose manifestazioni: sviluppo di nuove imprese, avvio di aree d’affari, rinnovamento di attività esistenti, risanamento e ristrutturazione di aziende in crisi, e così via. La dottrina aziendale mette in risalto, più che la figura dell’imprenditore, la funzione imprenditoriale e concentra l’attenzione sugli elementi che configurano l’imprenditorialità innovativa e l’apprendimento imprenditoriale all’interno dell’azienda.
I classici dell’economia aziendale, osservando le aziende del loro tempo, aziende di produzione che applicavano il modello fordista, erano scettici, se non addirittura contrari a individuare una figura concreta di imprenditore. Secondo questa impostazione, come afferma Pietro Onida, solo nelle «imprese estremamente semplici e di assai modeste dimensioni» si poteva individuare l’imprenditore ossia «la persona che prende l’iniziativa e ne cura la realizzazione organizzando e dirigendo la produzione, il soggetto che esercita, di fatto, l’autorità eminente e sopporta il rischio patrimoniale dell’impresa».
Nel dopoguerra gli studi di management non hanno mancato di rilevare l’importanza dell’organizzazione e dei manager stipendiati al vertice delle società in posizione imprenditoriale con un grado di socializzazione dell’impresa tanto elevato che l’imprenditore proprietario quasi scompariva. Era un inno, un’esaltazione della grande azienda manageriale, del modello americano di netta separazione tra la proprietà – spesso diffusa – e il management.
L’allargamento dei mercati e il progresso tecnologico, con l’intensità competitiva che hanno generato, non hanno tanto messo in crisi il modello della grande impresa, quanto piuttosto hanno dato spazio anche alle medie e piccole imprese, hanno valorizzato le reti d’impresa che consentono di far convivere la flessibilità con la focalizzazione sugli specifici compiti da realizzare. Silicon Valley e la 128 Street a Boston hanno rilanciato così la figura dell’imprenditore, quello che Schumpeter identifica come l’uomo dell’innovazione. Scrive, molto acutamente, Kilby3:
Gli imprenditori di Schumpeter sono individui motivati da un’atavica volontà di potere … Le loro caratteristiche specifiche sono una capacità intuitiva di vedere le cose in un modo che poi si dimostrerà corretto, forza di volontà e capacità di superare modi convenzionali di pensare, capacità di sostenere il dissenso e l’opposizione della società.
Osservando la nostra realtà, si riscontra che il ruolo delle singole persone, degli imprenditori nel creare e sviluppare le aziende è stato fondamentale. Intere aree percorse dalla povertà e dall’emigrazione, sono letteralmente rinate. In certi territori, come si è visto, concentrazioni di saperi artigianali hanno dato vita ai distretti. Laboriosità, voglia di riscatto, imitazione sono stati alla base di questa rivoluzione assieme alla contemporanea presenza di opportunità di mercato, prima d’ora sconosciute. Si ha così conferma che solo in ambienti caratterizzati da un certo grado di tensione e di dissonanza si innescano processi di sviluppo. L’impresa – accogliendo le parole di Normann4 – non è che «una strategia impiegata da un individuo per uscire da una posizione impossibile. Nell’atto creativo l’imprenditore … tenta di reagire a condizionamenti del suo passato, ... tenta di compensare qualche carenza interiore o di trovare sfogo alle tensioni nella sua personalità». Il modello praticato è sempre lo stesso. Una volta che l’impresa si avvia e si sviluppa, il fondatore continua a esercitare il suo influsso, per non dire il suo potere su tutta l’organizzazione. Il titolare, come talvolta è denominato l’imprenditore proprietario, trasferisce questa impronta personale a tutta l’organizzazione. Si circonda di tecnici, non certo di manager, se si intende con quest’ultimo termine soggetti che, in base a delega, operano con autonomia, gestendo persone, per conseguire obiettivi concordati.
Il passaggio generazionale in queste aziende padronali è un momento di forte discontinuità nel quale possono verificarsi situazioni molto diverse. Dal caso in cui, tra i discendenti, vi è la figura imprenditoriale, replicando spesso il modello di conduzione precedente, al caso opposto dove si cominciano a distinguere i ruoli tra azionista e manager imprenditore, modernizzandosi, creando le condizioni migliori per la crescita in un mercato globale.
Nell’ambito di questa realtà in continua mutazione, ho continuato le mie ricerche che si sono avvalse degli apporti forniti specie dalla dottrina strategica d’oltreoceano, che erano allora alla base del mio insegnamento universitario. Così ho studiato vari temi: imprese e imprenditori (Marzotto, Luxottica – Del Vecchio, Benetton); manager che sono stati a fondamento del successo di imprese familiari; le strategie delle piccole e medie imprese considerando pure la loro evoluzione; i sistemi di imprenditorialità locali e il passaggio generazionale. Tutti studi per i quali sono ricorso a contributi e collaborazioni con studiosi di altre discipline: storici d’impresa, sociologi ed economisti d’impresa, confermando l’idea che per studiare a fondo l’azienda è necessario ricorrere alla multidisciplinarità.
Corporate governance e internal auditing
Infine un’ultima area di interesse, più recente, è la corporate governance, intesa come l’insieme delle strutture, dei meccanismi e processi che permettono di indirizzare e controllare l’azienda. Oggetto di questa prassi sono quindi il complesso degli organi (consiglio di amministrazione in primis, ma anche i vari comitati ai quali vengono assegnati compiti di istruttoria), i meccanismi adottati come i sistemi premianti per il management e i processi che su questi aspetti si realizzano. A questa pratica si ricorre, dapprima, in America per controbattere lo strapotere del management, vista tra l’altro la pericolosità per la stessa impresa dell’arma fino ad allora utilizzata, quella delle «scalate ostili». Con il vento della liberalizzazione dei mercati, alimentato in seguito anche dalla caduta del muro di Berlino che apre come non mai il processo di globalizzazione delle economie del mondo, la governance investe naturalmente anche l’Europa dapprima in Gran Bretagna e poi nel resto dell’Europa. Così anche in Paesi banco-centrici o a capitalismo pubblico o familiare si diffondono la corporate governance, l’autoregolazione e la connessa funzione di compliance (di conformità ai principi e alle regole adottati).
La dottrina di economia aziendale aveva ben distinto l’assetto istituzionale di un’azienda e il suo correlato governo dall’attività di gestione. Governo e gestione hanno sempre accompagnato i fondamenti istituzionali dei nostri studi. A differenza degli Stati Uniti e della Gran Bretagna – dove il capitalismo assume le manifestazioni più evidenti con la separazione tra proprietà e controllo ed è problema critico quello del controllo del management per evitare che questo sottragga valore economico agli azionisti – in Italia vigeva un altro modello di capitalismo. Dapprima nel dopoguerra era operante un’economia mista, dove a un capitalismo di Stato si accompagnava un nascente capitalismo imprenditoriale. Poi con la forte diminuzione della presenza dello Stato nell’economica, il capitalismo imprenditoriale, trasformatosi in capitalismo familiare, è diventato il modello di gran lunga prevalente nel nostro sistema produttivo. Un modello che vede sostanzialmente una confusione tra la governance e il management e, in specie nelle imprese familiari, la frequente sovrapposizione del ruolo di azionista, di amministratore e di manager.
Una situazione in evoluzione comunque per il vento del cambiamento che soffia sempre impetuoso ma che costituisce un campo di studio interessante non solo dal punto di vista delle soluzioni da ricercare, ma anche per constatare la validità di quanto ha sostenuto la dottrina di stampo anglosassone. È chiaro che in questi miei saggi un ruolo importante vengono ad assumere le relazioni con la dottrina giuridica.
Sempre nell’ambito della governance, ha acquistato maggior rilievo che in passato il sistema di «controllo interno» come insieme delle linee di azione e delle procedure adottate dal management al fine di favorire il raggiungimento degli obiettivi aziendali e di assicurare una condotta efficiente e ordinata della propria attività. Nel «controllo interno», in particolare, si include il rispetto delle politiche aziendali, la salvaguardia dei beni aziendali, la valutazione dei rischi, la prevenzione e l’individuazione di frodi ed errori, l’accuratezza e la completezza delle registrazioni contabili e la preparazione tempestiva di informazioni contabili affidabili.
Come si può notare, è un’area di ricerca di grande interesse, perché consente di analizzare l’azienda nel suo concreto funzionamento, valutando l’ambiente in cui il «controllo interno» si inserisce dalle procedure alle politiche, dai flussi informativi all’analisi e gestione dei rischi. Si ha pertanto la possibilità di indagare sulle azioni di condotta per monitorare «comportamenti aziendali» al fine di circoscrivere quelli rischiosi e/o fraudolenti, che mettono a repentaglio la continuità aziendale. Consente quindi di penetrare nella gestione secondo lo schema «governance – risorse – produzione – risultati».
La situazione oggi
Un percorso quello che si è cercato di illustrare che conferma alcuni assunti. Il primo è che nelle discipline economico-aziendali come d’altro canto in altre discipline, lo sviluppo della conoscenza avviene per accumulazioni e integrazioni successive tanto da creare, come si è detto, un intreccio, un groviglio, dal quale non è agevole districarsi per individuare il filo logico di evoluzione con i fondamentali punti di aggregazione e di svolta. Il secondo è che in questo groviglio la concezione zappiana, a mio avviso, continua a essere ancora un punto di riferimento. Ciò non significa che gli attuali ricercatori debbano farne esplicito riferimento, ma, se intendono studiare l’azienda, non possono non tenere conto dei suoi principi e postulati.
Importante, in questi ultimi decenni è stata l’apertura verso il contesto internazionale, dettata ancora dalla progressiva globalizzazione del mondo. Penso a quando ho iniziato la mia carriera accademica, a quanto provinciali eravamo, la biblioteca degli istituti raccoglieva anche testi stranieri che il più delle volte erano pezzi da museo. Con l’internazionalizzazione ha preso avvio un prezioso e fecondo sentiero di sviluppo degli studi economico aziendali in linea con quelli che sono i grandi mutamenti che stanno investendo l’intero sistema delle aziende. Con l’interesse per gli studi funzionali si è poi cominciato ad accogliere anche da noi l’approccio manageriale poiché le aziende italiane avvertivano l’esigenza di razionalizzare le loro attività e richiedevano nuovi strumenti gestionali. All’inizio erano sorte perplessità sulla compatibilità di tale approccio con l’economia aziendale, scienza essenzialmente positiva. Si è poi sempre più presa coscienza che le discipline economico aziendali – visto il contatto che esse intrattengono con l’azienda e con le problematiche attinenti alla sua vita – hanno bisogno di far convivere al loro interno con l’approccio tecnico conoscitivo anche quello teorico normativo che è alla base dell’azione manageriale. Nel frattempo si sono sviluppati metodi di indagine mutuati da altre discipline, traendo concetti volti ad aumentare la capacità interpretativa dei modelli disponibili. Inoltre per le più ampie possibilità di analisi sul campo si tende sempre a integrare il metodo deduttivo con quello induttivo.
Lo sviluppo degli studi strategici sull’onda della complessità ambientale, l’accento sul lavoro di persona come accadimento primario dell’economia aziendale, lo spostamento dell’asse di osservazione dall’azienda al suo rapporto con l’ambiente e alla soggettività ambientale nel campo dell’economia delle imprese industriali, la ricerca di una teoria d’impresa che tenga conto della nuova tecnologia e che sappia ridurre la complessità, l’affermarsi degli studi di finanza aziendale che si avvalgono di modelli matematici, nonché quelli di marketing e quelli che propongono nuove teorie o metodi di misurazione, sono alcuni recenti tratti evolutivi che hanno caratterizzato i nostri studi tanto che per alcuni di essi si potrebbe parlare di nuove impostazioni che tendono ad affiancarsi alla concezione tradizionale zappiana.
L’azienda nella sua cangiante trasformazione continua a esser oggetto della ricerca sul campo e il progredire della nostra disciplina trova in questo istituto il suo fondamentale generatore di sviluppo. La stessa crisi che stiamo vivendo è stata frutto dell’allontanamento delle aziende dai sani principi dettati dall’economia aziendale. In questa ottica la crisi può essere, infatti, interpretata come il fallimento della «cultura degli eccessi» ovvero la necessità della «riscoperta dei fondamentali del fare impresa». Debito sì, ma attenzione al rischio elevato che esso comporta; finanza indispensabile per qualsiasi attività economica (lo vediamo proprio in questi momenti), ma non si può tradurre tutto in chiave finanziaria; la remunerazione incentivante agli operatori è prassi commendevole ma prudenza vuole che questa non diventi l’arma per ottenere tutto, per inventare qualcosa che dà tanto reddito ma anche alti rischi, oltre che sconvolgere qualsiasi principio di equità. Una crisi questa che stiamo vivendo che rileva l’importanza dell’equilibrio dinamico, della funzionalità economica duratura. Un ritorno alla cultura degli equilibri che può costituire un riconoscimento per le imprese virtuose e un monito per le altre, ma che potrebbe modificare strutturalmente l’economia e la nostra società, specie se la crisi si protrarrà. Più sobrietà nei consumi e maggior ricerca di sostenibilità.
In estrema sintesi, quindi, l’economia d’azienda, che possiede una visione unitaria e olistica dell’azienda, è una premessa indispensabile per investigare le relative problematiche, ma nel frattempo è anche una disciplina capace di ricondurre a sistema i diversi apporti delle altre aree disciplinari, dall’economia industriale all’organizzazione e alle determinazioni quantitative d’azienda. Non parliamo poi degli apporti di altre discipline, dalla sociologia alla psicologia e al diritto. Siamo nelle scienze sociali, nelle quali la persona è la fondamentale protagonista, con la sua storia, la sua identità, le sue emozioni, con il suo carattere e le sue ambizioni. Ricordiamo che l’azienda è un insieme di persone, adeguatamente organizzato, volto a conseguire un insieme coordinato di obiettivi!
Note
1 Anthony R.N., Sistemi di pianificazione e controllo: schema di analisi, Etas Kompass, Milano, 1967.
2 Brunetti G., Le decisioni finanziarie nell’economia di impresa, Franco Angeli, Milano 1974.
3 Kilby P., «Hunting the Heffalump», in Entrepreneurship and Economic Change, The Free Press, New York, 1971.
4 Normann R., Le condizioni di sviluppo dell’impresa, Etas Libri, Milano, 1979.