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Il mondo di Guatri

2026/13

L’economia aziendale è morta. Viva l’economia aziendale

L’economia aziendale alla fine degli anni Sessanta

Questo mio contributo non ha la pretesa di proporre un’analisi sull’evoluzione dell’economia aziendale, ma solo di presentare al lettore la mia percezione dell’evoluzione, in sostanza il mio vissuto.

Quando nel 1965 mi sono iscritto all’Università Bocconi e nel 1969 ho iniziato la carriera di ricercatore e docente, ho trovato un’economia aziendale che mi sembra di poter sintetizzare nei seguenti termini.

Era un disciplina emergente che esprimeva l’evoluzione dalla propria radice della ragioneria. In effetti, il nuovo orientamento da tempo proposto da Gino Zappa in quello che è considerato il manifesto fondativo della nuova disciplina, la famosa prolusione di Venezia all’anno accademico 1926-27, «Tendenze nuove negli studi di ragioneria», non si era ancora completamente affermato e consolidato per una serie di motivi interni ed esterni alla nuova comunità scientifica degli economisti aziendali.

Un primo fattore interno è riconducibile al limitato numero di ricercatori e docenti che fino agli anni Sessanta del secolo scorso avevano potuto dedicarsi a questo campo di studi. In effetti, poiché, come si dice, le idee si sviluppano con le persone, tutte le discipline emergenti trovano nei primi anni/decenni di vita, difficoltà nell’affermarsi. Molti degli studiosi che in veste di assistenti (spesso volontari) o di esercitatori avevano scelto di dedicarsi alla nuova disciplina nelle università, sotto la guida di illuminati Maestri, lo facevano a tempo parziale, in quanto avevano posizioni di ruolo negli istituti tecnici commerciali dove in genere insegnavano ragioneria. In effetti, anche nelle facoltà di Economia e Commercio che erano state avviate a partire dall’inizio del Novecento, la maggior parte delle posizioni di professori di ruolo era occupata da cultori di discipline già consolidate, quali diritto (pubblico, privato, commerciale), economia (micro e macro economia, in seguito politica economica e scienza delle finanze), storia economica e sociologia, oltre alle discipline strumentali alle conoscenze quali matematica (generale, finanziaria e attuariale), statistica (metodologica e economica).

Un secondo fattore va individuato nella diatriba, che si è prolungata soprattutto tra gli anni Trenta e la fine degli anni Sessanta, tra i cultori che si richiamavano alla logica e al modello patrimonialistico da un lato e quelli che si richiamavano al modello reddituale dall’altro. È noto infatti che la mancanza di unità di indirizzo indebolisce soprattutto le conoscenze emergenti nei confronti delle conoscenze già consolidate. Se una disciplina non riesce a esprimere una propria identità univoca, trova difficoltà nel confronto con quelle già presenti e ben radicate, sia in termini culturali sia in termini di capacità negoziale e di potere di influenza con riguardo agli indirizzi e ai piani di studio e all’allocazione delle risorse.

Il terzo fattore può essere individuato nella lentezza con cui si è passati dalle prime proposizioni zappiane, necessariamente di ordine generale, alla costruzione di una disciplina organica fondata su proposizioni più specifiche e più vicine alla variegata realtà delle aziende. In effetti, gli allievi di Zappa avevano approfondito i principi generali d’azienda come istituto economico-sociale (o dimensione economica dell’istituto): dinamismo aziendale inteso come evoluzione non riconducibile a schemi predefiniti e non prevedibile sulla base di conoscenze del passato, economicità definita come capacità autonoma di durare nel tempo, relazioni di scambio tra azienda e proprio ambiente di riferimento, in particolare scambio economico tra aziende di diverse tipologie. Avevano dedicato le proprie ricerche a temi quali l’autonomia dei fini dell’azienda rispetto alle attese dei diversi portatori di interessi che in essa convergono (oggi si parla di stakeholder), l’unitarietà e il coordinamento delle operazioni, l’interdipendenza fra gli aspetti della gestione (decisioni e operazioni orientate al perseguimento dei fini aziendali), organizzazione (distribuzione di compiti, attività, funzioni, responsabilità e ruolo delle persone), rilevazione (generazione di informazioni). Avevano poi riferito queste problematiche a diverse tipologie di aziende secondo classificazioni varie quali aziende di produzione e di erogazione (di consumo), originarie (famiglie per i consumi privati e amministrazione per i consumi pubblici) e derivate (imprese che producono ricchezza da destinare ai consumi e agli investimenti), aziende pubbliche e private (aziende manifatturiere, commerciali, bancarie, assicurative).

Fino agli anni Sessanta del secolo scorso, meno numerosi, anche se non assenti e spesso di alto valore scientifico, erano stati gli sviluppi su tematiche di sistemi di contabilità analitica dei costi, analisi dei flussi economici e flussi finanziari, calcoli di convenienza economica particolare nei processi di acquisto dei fattori produttivi e nei processi di cessione dei prodotti, confronti su efficienza, produttività ed economicità tra alternative di processi produttivi o di modelli organizzativi ecc.

A loro volta, questi fattori interni erano stati fortemente condizionati e per molti aspetti accentuati da alcuni fattori esterni alla disciplina. Innanzitutto la situazione di autarchia economica e culturale imposta dal regime fascista da un lato aveva ostacolato il confronto con studiosi di altri Paesi e dall’altro aveva in un certo senso determinato una scarsità dell’oggetto di studio della nuova disciplina. Nel periodo tra le due guerre mondiali vi era stato nel nostro Paese un limitato sviluppo del numero di imprese e, soprattutto, di imprese private. Gli anni successivi alla crisi del 1929 avevano portato alla costituzione dell’IRI e alla pubblicizzazione di molte imprese e banche, specialmente di grandi dimensioni. Il centralismo politico e istituzionale si era tradotto anche in un centralismo degli indirizzi economici e di una più ridotta autonomia delle aziende, che avevano anche limitati scambi con l’estero. Ciò aveva indubbiamente ristretto l’ampiezza del «tipico laboratorio» dell’economia aziendale, ossia il numero delle imprese. È stato così difficile passare dagli aspetti tecnico-operativi (di gestione, organizzazione, rilevazione) ad analisi sulle condizioni di economicità delle aziende, soprattutto delle imprese che operano sul mercato. Il mercato era quasi esclusivamente interno e le condizioni di economicità delle imprese erano determinate in larga misura da scelte di politica economica e di politica tout court. Sempre in relazione alla situazione politico-istituzionale non si poneva certo il problema dell’economicità delle amministrazioni pubbliche e degli strumenti da esse utilizzati, quali le aziende autonome dello stato, le aziende municipalizzate e le imprese del gruppo IRI, gli enti pubblici economici e non economici. Le condizioni di economicità delle aziende familiari non presentavano particolari esigenze conoscitive. Per le aziende familiari fino agli anni Settanta non si è andati oltre l’enunciazione di principi di ordine generale, perché la mancanza di una classe media dotata di buona capacità di spesa, non sollevava certo le problematiche relative ai comportamenti di consumo che hanno cominciato a evidenziarsi a partire dagli anni Sessanta, a seguito del miracolo economico.

Un secondo fattore esterno può essere ricondotto alla stessa struttura dell’economia italiana fondata su poche grandi imprese e moltissime piccole e piccolissime imprese di carattere familiare. Il funzionamento di queste ultime è spiegato soprattutto dalle caratteristiche personali dell’imprenditore e di pochi collaboratori e perciò aveva dato scarso materiale per gli studi di economia aziendale. Il sistema delle grandi imprese, a sua volta, non aveva consentito grandi sviluppi agli studi economico-aziendali, in quanto in quelle private avevano prevalso le caratteristiche delle famiglie di riferimento, mentre per quelle pubbliche erano molto spesso state dominanti indirizzi finalizzati ad affermare la potenza e l’immagine del regime autarchico, seppur interpretati con una buona autonomia da manager di elevata qualità come Pasquale Saraceno e Alberto Beneduce. Lo sviluppo economico avviato nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, l’inizio del processo di integrazione europea iniziato nel 1957 con la firma dei trattati di Roma, l’incremento degli scambi internazionali, la graduale apertura a comunità scientifiche internazionali hanno dato una notevole spinta al progressivo rafforzamento delle discipline economico-aziendali negli anni Cinquanta-Sessanta e al loro definitivo radicamento nel sistema universitario italiano nelle decadi successive, che ho vissuto direttamente.

Il terzo fattore esterno è individuato in quella che può essere definita una forma di snobismo dei cultori di discipline già consolidate che per lungo tempo hanno considerato l’economia aziendale come «tecnica» senza, o con limitata, dignità di scienza, un atteggiamento che ancor oggi permane in molte realtà e nei confronti di molte discipline aziendali. Mentre da studente non avevo certo percepito una differenza (per me erano tutte materie da studiare) da giovane ricercatore e per tutta la mia carriera accademica mi sono dovuto confrontare con questa forma di asimmetria riferita allo status delle discipline. Ricordo che nel 1991, come componente di una commissione che stava progettando il nuovo corso di laurea in Economia delle amministrazioni pubbliche e delle istituzioni internazionali, mi sentii dire da un collega di cui avevo (e ho mantenuto) grandissima stima: «Occorre ridurre le materie aziendali, in quanto questo corso deve avere un ampio respiro culturale». La mia reazione fu immediata e secca: «Penso che dare contributi per far funzionare meglio il settore pubblico rappresenti una grande operazione culturale necessaria per il Paese e, per altro, le centinaia di dirigenti pubblici che frequentano i corsi della SDA attestano che vi è un grande bisogno di cultura aziendale». Mi sembra di poter dire che, nonostante l’impegno mio e di molti altri colleghi in Bocconi e in tante università italiane per diffondere conoscenze di tipo aziendale, la mancata interiorizzazione e lo scarso spazio lasciato a questa cultura nel settore pubblico abbia costituito uno dei fattori negativi della perdita di competitività del nostro Paese negli ultimi vent’anni.

Molti studiosi di altre discipline hanno spesso manifestato un senso di «superiorità» nei confronti di discipline (quelle aziendali) considerate di ordine tecnico operativo e non scientifico. Un atteggiamento non di rado subìto o addirittura favorito da molti ricercatori e studiosi di discipline aziendali che simmetricamente hanno mostrato un complesso di «inferiorità». Infatti, per portare nelle aule universitarie conoscenze meno astratte del fenomeno aziendale, gli studiosi dovevano operare all’interno di aziende o in attività a esse collegate (commercialista, consulente), e quindi erano meno presenti nelle università. Per altro, è inutile nasconderci che non ha contato solo questa nobile motivazione, ma molti aziendalisti hanno ceduto alle «tentazioni fatali» e all’abbraccio pericoloso delle opportunità esterne (in termini economici e di prestigio), dai quali traevano gratificazioni superiori a quelle che trovavano nelle università. In effetti, il collegamento e l’impegno nella realtà concreta è proprio anche di medici che devono collegare la ricerca e l’insegnamento alle attività assistenziali e dei giuristi che devono svolgere attività professionale per conoscere i problemi reali, ma queste due aree disciplinari già negli anni Settanta hanno sempre avuto tradizioni e status ben più solidi nella società e quindi un potere di influenza molto più forte nelle università.

Vent’anni di evoluzione

Gli anni Settanta, che ho vissuto come giovane ricercatore, sono stati caratterizzati dal consolidamento e la definitiva legittimazione delle discipline economico-aziendali (fase dell’istituzionalizzazione). Inoltre, vi è stata una decisa accelerazione del processo di articolazione delle conoscenze e della specializzazione iniziato nel 1929 da Ugo Caprara con gli studi sulla banca, proseguiti fino agli anni Sessanta soprattutto con riferimento alle classi d’azienda e ai momenti della gestione, organizzazione e rilevazione, e nell’immediato dopoguerra con il recepimento da parte di studiosi italiani di primi stimoli provenienti dalla comunità scientifica internazionale, soprattutto dagli studi di management arrivati anche nel nostro Paese insieme agli aiuti del piano Marshall.

In effetti, i piani di studi dei corsi di laurea in Economia e commercio di fine anni Sessanta-inizio anni Settanta (ne ho raccolti alcuni campioni nelle Università Bocconi, Parma, Pisa, Firenze, Napoli, Palermo, Bologna, Torino) erano caratterizzati da una struttura molto simile, nella quale le discipline aziendali avevano un peso assai limitato, sintetizzabile nei seguenti termini:

  • Ragioneria generale applicata I (o dizioni molto simili);
  • Ragioneria generale applicata II;
  • Tecnica industriale e commerciale (in alcune università già separate alla fine degli anni Sessanta);
  • Tecnica bancaria, cui in molte sedi si aggiungeva la dizione «e professionale»;
  • alcuni (pochi) corsi opzionali, quali Tecniche del commercio internazionale, Economia e finanza delle imprese di assicurazione, Tecniche di Borsa, Tecnica delle ricerche di mercato (e della distribuzione), Organizzazione aziendale, Tecnica delle ricerche di mercato, corsi di ragioneria specializzati in settori di attività ecc.

L’analisi dei piani di studi della fine anni Sessanta esprime in modo chiaro la situazione delle discipline aziendali. Prendendo un piano di studi di un’università statale del 1965/1966, anno in cui mi sono iscritto all’università, si osserva la netta minoranza di insegnamenti di carattere economico-aziendale. Infatti, per i quattro anni su cui esso era articolato erano previste le seguenti tipologie di insegnamenti: 3 di Matematica (generale, finanziaria e attuariale), 2 di Statistica (metodologica ed economica), 4,5 di Diritto (pubblico, privato, commerciale, del lavoro e tributario a metà di un corso con Scienze delle finanze), 4,5 di Economia (economia politica, storia economica, politica economica e finanziaria, economia e politica agraria, scienze delle finanze a metà con diritto tributario), 4 di Lingue, 2 di altre discipline (Merceologia e Geografia economica) e solo 5 aziendali (Ragioneria generale applicata I, Ragioneria generale applicata II, Tecnica industriale, Tecnica commerciale, Tecnica bancaria e professionale), pari solo al 20%. A essi si aggiungevano due opzionali scelti in una rosa di 6 di cui solo uno aziendale (Tecnica del commercio internazionale)

Il corso di Ragioneria generale e applicata I aveva in generale contenuti introduttivi sui sistemi contabili e i bilanci, mentre il corso di Ragioneria generale e applicata II aveva per oggetto l’applicazione a specifiche classi di aziende (industriali e commerciali, di credito, mai di contabilità pubblica, analisi di bilancio, bilanci consolidati, bilanci per operazioni straordinarie e quelli che in generale si possono definire temi speciali di contabilità e bilancio). In alcune facoltà il corso di Ragioneria generale applicata I era già stato orientato in termini significativi, a volte oltre il 50%, su caratteristiche delle aziende e sul funzionamento economico, temi di economia aziendale.

Questo orientamento fu recepito anche in termini di denominazione alla fine degli anni Sessanta, quando Bocconi e Ca’ Foscari di Venezia introdussero per prime una diversificazione del corso di laurea in Economia e commercio, dando vita a corsi di laurea in economia aziendale ed economia politica. L’insegnamento di Ragioneria generale applicata I fu in effetti denominato Economia aziendale, mentre il corso di Ragioneria generale applicata II fu denominato Metodologie e determinazioni quantitative d’azienda per evidenziare che l’informazione sui fatti aziendali non poteva ridursi alle sole rilevazioni basate sul conto, ma doveva estendersi anche a rilevazioni extracontabili (oggi si è affermata la dizione «contabilità per la direzione» o managerial accounting), quali la quantità dei prodotti, indicatori di efficienza e di produttività, dinamica delle vendite, statistiche aziendali. La ridenominazione in Economia aziendale ebbe in effetti un notevole successo, poiché fu seguita negli anni successivi dalla maggior parte delle facoltà di Economia e commercio, mentre la ridenominazione di Metodologie e determinazioni quantitative d’azienda ebbe minore successo, in parte perché un po’ criptico e dal limitato valore evocativo, in gran parte per le resistenze degli studiosi che ritenevano di mantenere il radicamento nelle origini della ragioneria. Il passaggio a Economia aziendale fu favorito anche dalla ridenominazione in Accademia Italiana di Economia Aziendale promossa dal Presidente Carlo Masini a metà degli anni Settanta (denominazione recepita con Dpr 41/1980) di quella che era stata fondata nel 1813 come Accademia dei Logismofili, divenuta nel 1824 Accademia di Ragioneria e nel 1968 Accademia nazionale di ragioneria.

La denominazione dei corsi di tecnica industriale e commerciale, di tecnica bancaria (e professionale) metteva in evidenza, da un lato, le specificità dei processi di queste due classi di aziende, quelle che producono beni materiali e servizi per il mercato e quelle ricevono risparmio e producono credito quale strumento per rendere flessibili i processi economici, e dall’altro l’origine tecnico-operativa della gestione, cioè di come si svolge l’attività. In effetti nel tempo vi era già stata un’evoluzione dei contenuti, che comprendevano sia le tipologie di decisioni di queste classi di aziende sia le conseguenti tipologie di operazioni, attività, processi, combinazioni economiche per le quali è possibile stabilire correlazioni dirette tra costi e ricavi, ossia determinare risultati economici parziali o particolari. Risultati che, per altro, devono sempre essere interpretati considerando l’azienda nel suo complesso in quanto a volte su singoli prodotti le aziende possono accettare costi superiori ai ricavi per ragioni varie, tra le quali il rapporto con i clienti e il presidio di mercati, purché nel complesso l’azienda raggiunga condizioni di autonomia economica prevista nel breve e nel medio-lungo periodo.

Anche la maggior parte dei corsi opzionali denotava un’origine di carattere prevalentemente tecnico-operativo e gestionale, quali ad esempio Tecniche del commercio internazionale, Economia e finanza delle imprese di assicurazione, Tecnica delle ricerche di mercato (e della distribuzione). Anche il corso di Organizzazione aziendale, già presente alla fine degli anni Sessanta in alcune facoltà seppur tra gli insegnamenti opzionali, aveva una prevalente connotazione di carattere tecnico-operativo (ad esempio definizione di organigrammi e funzionigrammi, organizzazione delle aziende divise, in stabilimenti per le imprese manifatturiere, in punti vendita per le aziende commerciali, in filiali e agenzie per le aziende di credito) e rappresentava lo sviluppo di una delle tre dimensioni caratteristiche dell’azienda.

I nuovi orientamenti, sia di contenuti sia di denominazione, ebbero una grande accelerazione negli anni Settanta a seguito dell’introduzione dei corsi di laurea in Economia aziendale. Essi consentivano una maggiore differenziazione e focalizzazione della preparazione dei laureati, ormai necessaria rispetto ai corsi di laurea generali di economia e commercio e a quelli di economia politica, in risposta alle esigenze occupazionali di un sistema economico sempre più articolato. Nei nuovi corsi di laurea si aprirono ampi spazi per gli insegnamenti economico-aziendali, sia a livello di insegnamenti obbligatori, sia a livello di indirizzi di specializzazione. Questa evoluzione appare evidente dall’analisi del piano di studi dell’Università Bocconi dopo l’introduzione del corso di laurea in Economia aziendale, che prevedeva, oltre alle lingue distribuite su 3 anni, 8 materie aziendali (Economia aziendale, Metodologie e determinazioni quantitative d’azienda, Economia delle aziende di credito, Economia delle aziende industriali, Economia delle amministrazioni pubbliche, Economia delle aziende commerciali, Strategia, Organizzazione del lavoro), 10 materie di carattere economico-giuridico e matematico-statistico (Matematica, Sociologia, Istituzioni di diritto privato, Istituzioni di diritto pubblico, Economia politica I, Storia economica, Economia politica II, Statistica metodologica, Diritto commerciale, Politica economica e scienza delle finanze), cui si aggiungevano 8 insegnamenti opzionali che qualificavano gli indirizzi specializzati in Economia delle aziende industriali, Economia delle aziende Commerciali, Economia delle aziende di Credito, Libera professione di dottore commercialista, Programmazione, qualificazione e ricerca operativa d’azienda, Programmazione e controllo. Le materie aziendali rappresentavano il 61,5%, escluse le lingue. Simmetricamente, nel corso di laurea in Economia politica, oltre il 60% degli insegnamenti era rappresentato da discipline non aziendali. L’elenco dei 26 caratterizzanti era composto da 20 discipline aziendali e 6 diritti specialistici. Questi ultimi richiesti soprattutto per la specializzazione per dottori commercialisti. Da allora fino alla fine degli anni Ottanta sono state modificate le specializzazioni e l’elenco degli insegnamenti caratterizzanti che, tuttavia, nel corso di laurea di Economia aziendale hanno visto sempre una netta prevalenza degli insegnamenti di queste discipline.

Negli anni Settanta si è avuta anche una prima discontinuità sul piano didattico. Mentre in precedenza le discipline economico aziendali avevano privilegiato il metodo deduttivo espresso da lezioni su principi generali (accompagnati da esercitazioni di carattere tecnico), l’influsso della cultura manageriale di origine USA portò a dare maggiore spazio alla dimensione induttiva, basata su casi che, se ben guidati dai docenti con metodo maieutico, consentivano di derivarne astrazioni e generalizzazioni. In effetti, questo approccio era già stato importato e applicato nei corsi per neolaureati e dirigenti organizzati dalle prime scuole di formazione manageriali quali l’IPSOA di Torino, ISIDA di Palermo, IFAP del gruppo IRI, Formez, Scuola di Amministrazione Aziendale di Torino, in seguito e dagli anni Settanta SDA Università Bocconi, MIB di Trieste, ISTUD, MIP del Politecnico di Milano, LUISS School of Management e altre. Nel 1971 era stata costituita Asfor, che ancor oggi rappresenta la maggior parte del sistema della formazione manageriale non universitaria, anche se in alcuni casi da scuole collegate a università. Esso si è diffuso nei decenni successivi in molte università anche se con un ritmo e una rilevanza troppo limitata rispetto alle esigenze di una formazione di laureati maggiormente pronti all’inserimento sul mercato del lavoro. Fino alla fine degli anni Sessanta prevaleva la logica, che mi sono sentito ripetere da alcuni miei docenti di riferimento, secondo cui «nelle università si insegna la scienza, si formano modi di pensare, mentre nella pratica si esprime l’arte di coloro che sanno coniugare la scienza con la concreta realtà, che è diversa in ogni azienda». Un’impostazione che aveva (e ancor oggi ha) una sua validità intrinseca ma che, interpretata in modo schematico, portava a conseguenze per certi aspetti buffe, che esprimo con un ricordo di vita vissuta. Durante un programma di formazione formatori ITP (International Teacher Program), cui partecipai nel 1973, alcuni colleghi italiani che insegnavano contabilità dei costi si trovarono in imbarazzo nell’affrontare un caso assai semplice di analisi delle variazioni tra budget e consuntivo. Conoscevano la tecnica contabile, che insegnavano nei loro corsi, ma avevano difficoltà a trarne conseguenze in termini di interpretazione dei dati e di decisioni che quell’azienda era chiamata a compiere. Dopo nove settimane gli stessi colleghi e io stesso che non mi occupavo specificamente di contabilità dei costi, fummo in grado di affrontare casi assai più complessi con una disinvoltura pari, se non superiore in quanto rafforzata da una visione sistemica dell’unità aziendale, ai partecipanti di altri Paesi.

Si può quindi dire che il ciclo di vita delle discipline economico aziendali entrò nella fase di rapido sviluppo nel decennio successivo, nel quale vi fu un progressivo recepimento dell’approccio funzionale, tipico della cultura di management nordamericano, che può essere interpretato come un maggiore dettaglio dei tre aspetti di gestione, rilevazione, organizzazione, oppure come dimensione soggettiva dell’articolazione delle conoscenze manageriali. L’impianto tipicamente deduttivo dell’economia aziendale aveva portato a una teoria generale che coniugava la dimensione economica, derivata dall’economia politica, e la dimensione sistemica delle rilevazioni, derivata dalla ragioneria, sviluppata poi nei tre aspetti di gestione, rilevazione, organizzazione e nelle specificità delle tipologie o classi di aziende per poi scendere a elementi particolari. Al contrario, l’impianto tipicamente induttivo degli studi di management nord americano partiva dall’esperienza pratica che nelle grandi aziende si era tradotta in diverse aggregazioni di compiti, attività, decisioni e responsabilità su risultati parziali, consolidate nelle funzioni di produzione, organizzazione e gestione del personale, contabilità e bilancio, analisi finanziaria e dei flussi di cassa, finanza, marketing, programmazione e controllo, pianificazione a lungo periodo, gestione dell’informazione, ricerca e sviluppo (o denominazioni simili). Considerazioni parzialmente diverse valgono per la strategia che è stata intesa in due diverse prospettive. La prima come funzione aziendale fondata su propri specifici strumenti di analisi e interpretazione del contesto di riferimento (prospettiva analitico-interpretativa). La seconda come definizione del posizionamento dell’azienda rispetto ai concorrenti per quanto riguarda la scelta dei prodotti e servizi, i processi produttivi, l’acquisizione di fattori produttivi, la vendita dei prodotti (prospettiva normativa). Si erano così create, soprattutto a partire dagli anni Trenta (nel 1936 fu costituita l’Academy of Management promossa da Charles L. Jamison della University of Michigan e William N. Mitchell della University of Chicago), comunità di practitioner relative a queste diverse aree di funzioni e responsabilità che, attraverso il confronto, avevano consolidato saperi comuni tradotti in metodi, strumenti e tecniche che costituivano standard di riferimento per tutti e forme di trasferimento delle conoscenze ai giovani (nel 1958 fu pubblicato il primo numero di Academy of Management Journal, con la finalità di diffondere negli USA e poi in tutto il mondo questo approccio e queste conoscenze). Per quanto riguarda le discipline economico aziendali, gli anni Ottanta sono stati caratterizzati dai seguenti fenomeni:

  • rapida diversificazione del sistema economico, e quindi delle aziende pubbliche e private a seguito della forte innovazione tecnologica (definita anche «seconda rivoluzione industriale»), iniziata nella seconda metà degli anni Settanta;
  • aumento della popolazione studentesca delle facoltà di Economia e commercio e in particolare dei corsi di laurea di Economia aziendale scelti dal 65-80% degli iscritti in quasi tutte le università;
  • moltiplicazione e diversificazione degli insegnamenti dovuta al contatto delle due culture e all’inevitabile processo di specializzazione delle conoscenze, competenze, capacità richiesti dalle aziende;
  • crescente influenza della cultura di management, articolata nelle diverse funzioni, anche nei corsi universitari oltre che nelle scuole di management non universitarie: ciò ha indotto alcuni ricercatori (in numero ancora limitato rispetto all’intera comunità scientifica degli economisti aziendali), a specializzarsi all’estero (in corsi master, PhD o in periodi di visiting scholars) e a condurre ricerche congiunte con studiosi di altri Paesi, specialmente USA;
  • permanenza di una «conflittualità» tra studiosi che ritenevano di difendere l’ortodossia dell’economia aziendale italiana e studiosi che sostenevano l’innovazione: i titoli dei convegni AIDEA di fine anni Ottanta – inizio anni Novanta alternano contenuti riconducibili alla tradizione dell’economia aziendale italiana a contenuti che richiamano le funzioni del nuovo approccio manageriale (ne ricordo uno su «Innovazione nella tradizione»);
  • primi tentativi di comunicare in modo strutturato alla comunità scientifica internazionale l’impostazione dell’economia aziendale: Carlo Masini promosse la pubblicazione di una rivista inglese per la quale tuttavia trovò un’insuperabile difficoltà nella traduzione del termine «economia aziendale» (problema ancor oggi rimasto di fatto insoluto), poiché la denominazione da lui individuata dopo sei mesi di discussione con un traduttore madrelingua fu economic concern (sistema unitario e interdipendente di elementi), ma non ebbe successo nonostante la legenda che spiegava in inglese corrente questo concetto.

Un’accelerazione a trazione internazionale

Queste tendenze crearono molte opportunità per gli studiosi di discipline economico-aziendali, in termini di ricerca, insegnamenti e posti di professore dei diversi livelli (ricercatori, incaricati e poi associati, ordinari).

Dagli anni Ottanta ebbe inizio la stagione dei concorsi con molti posti messi a bando, inizialmente con intervalli di 4-5 anni e tra il 2000 e il 2010 con una continuità che secondo molti ha contribuito a ridurre la qualità della selezione. Oggi per il settore di economia aziendale (secspi 07) sono inquadrati 211 professori di fascia I (ordinari e straordinari), 208 professori di fascia II, 334 ricercatori delle diverse tipologie, per un totale di 753, per il settore di Economia e gestione di impresa (secspi 08) sono inquadrati 159 professori di fascia I, 149 professori di fascia II, 264 ricercatori, per un totale di 572, per il settore Finanza aziendale (secspi 09) sono inquadrati 22 professori di fascia I, 21 professori di fascia II, 51 ricercatori, per un totale di 94, per il settore Organizzazione aziendale (secspi 10) sono inquadrati 37 professori di fascia I, 45 professori di fascia II, 74 ricercatori, per un totale di 156, per il settore Economia degli intermediari finanziari (secspi 11) sono inquadrati 94 professori di fascia I, 63 professori di fascia II, 89 ricercatori, per un totale di 246. Un totale di 1821, di cui 523 professori di fascia I, 486 professori di fascia II, 812 ricercatori. Alla fine degli anni Ottanta si contavano alcune centinaia di insegnamenti delle discipline economico-aziendali che erano state introdotte nelle diverse specializzazioni e indirizzi dei corsi di laurea che la legge 341 del ’90 caratterizzò come classe 17 di lauree in Economia e gestione aziendale.

Il passaggio, avvenuto all’inizio degli anni Novanta, dalla denominazione della facoltà di Economia e Commercio a quello di Economia sancì, anche formalmente sul piano istituzionale e non solo nei piani di studi delle università, la distinzione tra corsi di laurea in Scienze dell’economia e gestione aziendale (Classe 17) e Scienze dell’Economia (Classe 28). A seguito di questo decreto, negli anni successivi sono stati introdotti 13 tipologie di corsi di laurea che queste facoltà potevano attivare: Commercio internazionale e mercati valutari, Discipline economiche e sociali (Scienze economiche e sociali, Scienze economiche statistiche e sociali), Economia assicurativa e previdenziale, Economia ambientale, Economia aziendale, Economia delle istituzioni dei mercati finanziari (Economia bancaria, Economia bancaria, finanziaria e assicurativa, Scienze bancarie e assicurative, Scienze economiche e bancarie), Economia del turismo, Economia delle amministrazioni pubbliche e delle istituzioni internazionali, Economia e gestione dei servizi, Economia e legislazione per l’impresa, Economia marittima e dei trasporti (Scienze economico-marittime), Economia per le arti, la cultura e la comunicazione, Economia politica (Scienze economiche). Distinzione riaffermata con il Decreto Ministeriale 4 agosto 2000, che, in applicazione del nuovo sistema articolato sui due livelli di diploma universitari, oltre alle classi di laurea 17 e 28, introdusse le classi di laurea specialistica in Scienze dell’economia aziendale (Classe 84) e Scienze dell’economia (Classe 64).

La differenziazione dei corsi di laurea e la specializzazione sempre più spinta delle conoscenze collegata a esigenze reali di un’economia sempre più complessa investita dall’innovazione scientifica, tecnologica, organizzativa, in parte dovuta alla «creatività» di docenti alla ricerca di propri spazi, ha causato la progressiva perdita di un’identità unitaria delle discipline economico aziendali. Esempi di specializzazione sono: funzioni declinate per piccole e grandi imprese, imprese familiari, imprese internazionali del grande e piccolo dettaglio, imprese di servizi e terziario avanzato, programmazione e controllo per le produzioni di massa o per le imprese di grandi commesse, per amministrazioni pubbliche, locali, regionali e nazionali, per le aziende sanitarie e aziende ospedaliere, per le aziende non profit e altre

Al deciso orientamento verso l’impostazione manageriale degli anni Novanta si è aggiunto, in modo sempre più forte a partire dagli anni Duemila, l’influsso di un concetto di scientificità basato prevalentemente, se non esclusivamente in molti casi, sul rigore metodologico (a sua volta privilegiando la dimensione quantitativa su quella qualitativa). Queste due tendenze sono state motivate dalla necessità, determinata dal processo di globalizzazione dell’economia, di aprirsi al confronto con la comunità scientifica internazionale, finalità assolutamente corretta e da condividere, ma che in molti casi non tiene conto del fatto che tale comunità è fortemente condizionata da studiosi (e da journal o review) statunitensi o che si sono comunque formati nel contesto accademico e di ricerca degli Stati Uniti e di pochi altri Paesi di lingua inglese.

A questa fase, iniziata già nella seconda metà degli anni Novanta del secolo scorso, la comunità degli economisti aziendali italiana ha reagito con due comportamenti divergenti. Da un lato, una parte di essa si è arroccata nella difesa delle tradizioni senza riuscire a sviluppare l’impianto teorico dell’economia aziendale adattandolo alla nuova realtà economica, sociale, istituzionale, politica. Dall’altro, un numero rilevante di giovani ricercatori che ha completato la sua formazione all’estero o su testi di management (rispetto ai pochi che già dalla seconda metà degli anni Settanta e fino a metà degli anni Novanta già si erano indirizzati in questo senso), la maggior parte dei quali ha recepito acriticamente i paradigmi e gli standard scientifici definiti dalla comunità scientifica internazionale.

Lo stereotipo dei primi può essere condensato nel fatto che essi hanno privilegiato articoli in italiano spesso su realtà locali, frequentemente non supportati da dati o con dati molto limitati o di dubbia qualità (ad esempio elaborazioni su pochi casi, la cui realtà non può essere generalizzata in mancanza di significativi supporti statistici e qualitativi), monografie su temi che nulla aggiungevano a quanto scritto in precedenza da altri studiosi e con articolazioni standard (caratteristiche dell’azienda, l’azienda e il proprio ambiente, descrizione delle aziende di un settore di attività, caratteristiche della gestione, caratteristiche di organizzazione, caratteristiche del sistema di rilevazioni). Non di rado le pubblicazioni avevano chiaramente finalità concorsuali dimostrate dal fatto che nei periodi precedenti alla scadenza delle domande aumentavano in modo esponenziale queste pubblicazioni. Lo stereotipo dei secondi può essere condensato nel fatto che essi privilegiano articoli in inglese, trattano aspetti molto specifici e particolari senza l’interesse di ricondurli a una visione unitaria dell’azienda e delle implicazioni sull’economicità, non di rado adottano costrutti logici di altre discipline (ingegneria, psicologia, macroeconomia, economia industriale, sociologia, qualche volta diritto negli studi applicati alle amministrazioni pubbliche e alla governance, perfino medicina negli studi applicati alla sanità e etica non ricondotta al contesto dei comportamenti di imprenditori e dei manager) con la motivazione dell’interdisciplinarietà o multidisciplinarietà. Anche per questi paper, nonostante la pretesa innovatività, si nota una struttura omogenea che prevede paragrafi su analisi della letteratura, ipotesi e domande di ricerca (fa molto chic definirle assumption and research questions), metodo (sempre più legato a regressioni, modelli matematico statistici), raccolta dei dati, elaborazione dei dati, risultati (anche in questo caso è chic la parola findings) e discussione che in molti casi si limita a commentare se le domande di ricerca sono state dimostrate o confutate. Non di rado accade che le ipotesi sono irrealistiche rispetto alla realtà delle aziende e le conclusioni sono abbastanza banali. Ritengo che entrambi i comportamenti siano in un certo senso accomunati da atteggiamenti di conformismo, domestico nel primo caso ed esterofilo nel secondo caso, e siano espressivi di una limitata pro attività.

La divaricazione tra questi due comportamenti è stata favorita anche dalle normative e dalle regole del nostro sistema universitario. Il sistema dei concorsi o delle «valutazioni comparative», come sono stati ridenominati (sia di quelli nazionali fino agli anni Novanta, di quelli in sede locale tra il 2000 e il 2008, misti nazionali e locali dal 2012), ha fatto prevalere la cooptazione da parte dei gruppi di docenti che si erano consolidati che in molti casi ha premiato l’appartenenza o l’opportunismo rispetto al merito. Al contrario, i sistemi di valutazione della ricerca, applicati a livello nazionale con il modello CIVR, seguito dal modello VQR, e nell’assegnazione dei fondi di ricerca PRIN, e a livello delle università nell’allocazione dei fondi di ricerca ai docenti e ai dipartimenti o nel reclutamento dei docenti, hanno privilegiato paper su riviste internazionali (quasi esclusivamente quelli in lingua inglese), e tra essi quelli rigorosi sul piano delle metodologie, anche se poco rilevanti per spiegare il funzionamento delle aziende viste nella loro unità e nelle relazioni con altre aziende.

Per altro, mi sembra di poter sostenere che la comunità scientifica degli economisti aziendali italiani è stata in un certo senso vittima, oltre che dei propri ritardi nell’adeguarsi a un mondo delle aziende investito negli ultimi 20-30 anni dalla rivoluzione tecnologica e dalla globalizzazione, anche del proprio successo, che ha fatto seguito alla difficile fase di sua istituzionalizzazione e definitiva legittimazione avvenuta negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. Essendo molto impegnati nella didattica (in quanto la maggior parte degli studenti iscritti alle facoltà di economia ha scelto corsi di laurea di Economia aziendale e in quanto alcuni insegnamenti aziendalistici sono stati introdotti in altre facoltà e corsi di laurea con numeri elevati di studenti frequentanti) e in attività utili a comprendere i problemi reali, molti studiosi di economia aziendale non hanno avuto il tempo per approfondire sofisticate metodologie di analisi, ma in altri casi hanno giustamente ritenuto che la comprensione dei problemi reali di funzionamento delle aziende spesso richiede conoscenze, capacità di analisi e di interpretazione, rigore di metodo che non necessariamente è collegata solo a sofisticati metodi analitico – quantitativi. Anzi, applicare metodologie sofisticate su dati non controllati e di dubbia significatività può comportare errate analisi, distorsioni nelle interpretazioni e indirizzi negativi per le aziende e per coloro che definiscono regole per le aziende. Non va inoltre sottovalutato il ruolo che ha avuto la competizione tra discipline nell’allocazione delle risorse e l’effetto combinato del senso di superiorità (da parte di alcune discipline nelle facoltà e dipartimenti di tipo economico) – di inferiorità (da parte di un numero crescente di aziendalisti che sempre più frequentemente accettano di essere valutati con criteri e standard di altre discipline).

Prima di passare ad alcune considerazioni finali, ritengo opportuno collocare la mia esperienza nella traiettoria evolutiva negli studi di economia aziendale. Nel paradigma aziendale l’attività di amministrazione era considerata in termini unitari e quindi riferibile all’amministrazione delle imprese-aziende di produzione, all’amministrazione degli istituti pubblici territoriali e non territoriali e all’amministrazione delle istituzioni non profit, privati con riferimento al soggetto giuridico ed economico e pubblici con riferimento all’interesse perseguito. Nel primo periodo dopo l’unità di Italia, gli studi sull’amministrazione riguardavano congiuntamente il settore pubblico e quello privato (si ricordano per tutti i contributi del Cerboni). Dopo il passaggio dalla ragioneria all’economia aziendale e, fino agli anni Sessanta in Italia l’attenzione degli economisti aziendali era stata concentrata sulle aziende di produzione di beni e servizi e sulle aziende che gestivano il risparmio e il credito lasciando l’amministrazione pubblica agli studi di diritto (Diritto costituzionale e soprattutto amministrativo), alla scienza politica (Scienze dell’amministrazione), alla sociologia. Ad esempio, gli studi e gli insegnamenti di ragioneria pubblica che erano diffusi alla fine dell’Ottocento e all’inizio del Novecento, con l’avvento della nuova impostazione dell’economia aziendale, erano stati trascurati e si erano trasformati in corsi e insegnamenti di contabilità pubblica, contabilità di stato, contabilità degli enti locali, i cui contenuti erano prevalentemente collegati all’analisi e al commento delle leggi, salvo i casi di poche università che avevano mantenuto contenuti di ragioneria Anche a livello internazionale, e in particolare USA, le discipline individuate come Public Administration, facevano riferimento soprattutto alle discipline giuridiche (tipicamente Germania, Francia, Spagna) e di Scienza della politica (soprattutto negli Stati Uniti con le School of Government). Solo alla fine degli anni Settanta e negli anni Ottanta, con l’avvento del New Public Management, un numero crescente di studiosi di management ha cercato di applicare gli schemi di questa disciplina anche delle amministrazioni pubbliche e del settore non profit (non governamental organization).

Quando Carlo Masini a novembre del 1969 mi disse che «noi aziendalisti abbiamo la responsabilità professionale e sociale (forse aggiunse anche morale) di contribuire a migliorare il funzionamento delle amministrazioni pubbliche» decisi di accettare la sua proposta di occuparmi di questo settore, in parte perché fin da giovane mi era sempre piaciuto accettare la sfida di cose nuove (ero stato allenatore di calcio, promotore dei giochi della gioventù nel mio paese, attivo nei movimenti giovanili e in quelli universitari), in parte perché ero stato investito dal vento di rinnovamento delle università della fine anni Sessanta (per mia fortuna o per merito non sono stato contagiato dalla componente di anti-sistema presente in essi), in parte per quel pizzico di sana incoscienza tipica dei giovani. Forse ho interpretato ante litteram il famoso motto di Steve Jobs che ha fatto il giro del mondo e ha entusiasmato tanti giovani «stay hungry» (per me di conoscenze), «stay foolish». In un certo senso ho fatto un salto nel buio, in quanto quando incominciai a cercare bibliografia su questi temi trovai pochissimi libri, ad esempio l’azienda stato di Zappa Marcantonio del 1952, qualche articolo di Napoleone Rossi, un libro di Tommaso Zerbi sui bilanci delle aziende municipalizzate, un contributo di Pietro Onida in una raccolta sul centenario della Corte dei Conti, un libro di Alfredo Guarini sulle aziende pubbliche di produzione, il libro di Gino Zappa sulle aziende di erogazione e poco altro. Trovai invece anche nella biblioteca Bocconi e in quella dell’ISAP (Istituto di Scienza dell’Amministrazione Pubblica) alcuni testi sull’amministrazione pubblica sulla sua efficienza e funzionalità e sulla contabilità pubblica, di stato e degli enti locali, su i regolamenti e l’organizzazione degli uffici pubblici, scritti da amministrati visti, magistrati della Corte dei Conti, cultori di scienza della politica o di scienza dell’amministrazione che in Italia non è mai riuscita a costruire una propria identità autonoma rispetto ad altre discipline. Anzi, ho contribuito letteralmente e fisicamente a spolverare una parte significativa di questi libri che non erano mai stati consultati da nessuno. Usufruendo soprattutto della fiducia, degli indirizzi e dei contatti che mi sono sempre stati assicurati dal professor Masini (direttore dell’istituto di Economia aziendale della Bocconi) e, a partire dal 1972, dal professor Azzini (direttore dell’istituto di ricerche aziendali delle facoltà di economia dell’Università degli Studi di Parma, presso la quale ho insegnato con diversi ruoli, da assistente a professore straordinario, dal 1972 al 1985), sono riuscito pian piano a sviluppare un’area di ricerca che poi ha avuto un notevole sviluppo nel panorama accademico italiano. Con tanta fortuna e con qualche merito, sono riuscito a dare una specifica identità a questo campo di studi che poi ho trasferito alla fine degli anni Settanta all’attività di formazione post-laurea della SDA, dove ho avviato un’area/divisione specifica. In quel periodo, ho avviato anche ricerche di economia aziendale applicata al settore sanitario (ospedali, unità sanitarie locali e aziende sanitarie locali) con la costituzione del Cergas (1978) e al variegato mondo del settore non profit. Questo percorso non è stato privo di difficoltà poiché questo campo di studi era considerato «eterodosso» dagli aziendalisti che, pur richiamandosi a una teoria generale delle aziende, di fatto si erano concentrati sulle imprese private, e, ancor più, dai giuristi, politologici, sociologi. Perfino i ragionieri degli enti pubblici in quegli anni riducevano le loro funzioni e le loro responsabilità alla conoscenza, interpretazione e applicazione delle leggi senza considerarne il valore informativo per l’analisi, la valutazione e il miglioramento dell’amministrazione.

Al riguardo, ricordo un altro fatto di vita vissuta: quando inviai agli ordinari di economia aziendale il mio primo libro, L’economia aziendale degli istituti pubblici territoriali, nella cui prefazione sostenevo che «gli aziendalisti devono occuparsi anche delle aziende pubbliche», Tommaso Zerbi della Cattolica mi mandò una gentile lettera nella quale sosteneva che condivideva questa affermazione ma che «il modo in cui io avevo affrontato il tema non era adeguato». Masini mi disse di non preoccuparmi e di continuare a studiare per migliorarmi. Dopo alcuni anni ebbi l’occasione di conoscere personalmente Zerbi in vari momenti accademici, stabilendo un rapporto amichevole. In una di queste gli ricordai la sua lettera che per me era stata un po’ difficile da digerire, ma in quella sede sorridendo mi disse che essa rispecchiava un po’ il suo carattere, che a volte lo portava a essere eccessivamente reattivo e franco, ma che in seguito aveva sentito parlare bene di me e aveva apprezzato il modo in cui avevo promosso questo campo di studi, ridandogli dignità nell’ambito dell’economia aziendale.

Se devo stare alle «evidenze dei fatti», come affermano i medici per la evidence based medicine e coloro che si riconducono al metodo scientifico, posso dire oggi che quel pizzico di sana incoscienza a novembre 1969 mi aveva consentito di cogliere quello che i cultori di strategia definiscono come segnali deboli. Infatti, oltre all’esperienza di Venezia dove Alfredo Guarini e l’amico e collega Giuseppe Marcon avevano già avviato questo settore di ricerca e insegnamento, esso si è sviluppato nei decenni successivi in molte università Italiane. Oggi, sono oltre 100 (probabilmente più vicino ai 200) gli aziendalisti Italiani che in varie posizioni (ricercatori, associati, ordinari) e inquadrati nei 5 settori scientifico disciplinari, si occupano non occasionalmente di amministrazioni pubbliche, sanità come settore di interesse pubblico, public utilities e altri servizi pubblici, non profit, relazioni pubblico-privato. Questa comunità scientifica è inoltre fortemente collegata alla comunità scientifica internazionale di public management (public administration), healthcare management, non profit organization, che a sua volta è cresciuta in modo rilevante, ha assunto una propria identità rispetto agli studi generali di management e di business management e ancor più rispetto agli studiosi di diritto, scienza della politica, sociologia, psicologia sociale e altre discipline.

Declino o rilancio?

Quando sono entrato all’università ho trovato un’economia aziendale ancora giovane la cui sfida consisteva nel conquistare la definitiva legittimazione e il radicamento nel panorama accademico delle stesse facoltà di economia e commercio. La traiettoria che mi sembra di aver colto, e spero sintetizzato in questo scritto con sufficiente chiarezza, è stata quella del rapido sviluppo e del grande successo in termini di insegnamenti, corsi di laurea e posizioni accademiche. È aumentato anche in modo significativo il numero di economisti aziendali presidi di facoltà, direttori di dipartimenti (non solo quelli di economia aziendale ma anche interdisciplinari, dopo la legge 240/10) e persino rettori, che fino a metà degli anni Novanta erano molto rari. Non mi sembra invece di poter dire che vi è stato un analogo successo per quanto riguarda la legittimazione sul piano scientifico e il riconoscimento della dignità e dell’identità di questi studi. Anzi, nell’ultimo decennio mi sembra vi sia stato su questo fronte un’inversione di tendenza rispetto agli anni Ottanta e Novanta, dovuto a mio parere ai seguenti fattori.

  • La comunità scientifica italiana non è riuscita a rivitalizzare il proprio modello di riferimento, essendosi dispersa in specializzazioni, sottospecializzazioni, attenzione ai particolari più che a una teoria generale senza riuscire a riportare questi aspetti a un costrutto logico e metodologico di carattere generale, come avevano fatto Besta, Zappa e le prime generazioni di studiosi che a essi si sono richiamati.
  • Dopo un periodo (dagli anni Settanta a metà anni Novanta) nel quale è stata a mio parere in gran parte colpevolmente refrattaria (quando non addirittura ostile) rispetto all’impostazione di management nordamericano, dalla seconda metà degli anni Novanta e sempre più rapidamente nel nuovo secolo essa si è posta prevalentemente tributaria a questa cultura rinunciando alla propria identità: coloro che non accettano semplicemente di omologarsi ai canoni della cosiddetta comunità scientifica internazionale (che ancora oggi è guidata dagli USA e dai Paesi di lingua inglese) sono sempre meno numerosi e sempre più isolati all’interno delle facoltà di economia e da parte dei loro stessi allievi.
  • È ritornato forte, o forse non è mai stato del tutto superato, il complesso di inferiorità scientifica» rispetto alle discipline basate sulla «formalizzazione delle conoscenze», in particolare degli economisti che hanno privilegiato l’approccio modellistico e analitico-formale rispetto a quello istituzionalista (esempio scuola di Friburgo dell’economia sociale e di mercato, che è forte in Germania e nei Paesi che a essa si richiamano ma poco presente nei journal/review con elevati indicatori bibliometrici).
  • La comunità degli economisti aziendali è divisa, sia a livello nazionale sia in molte facoltà, e comprende un certo numero di studiosi che, pur proclamandosi aziendalisti e avendo fatto carriera in virtù degli spazi conquistati da discipline apprezzate perché vicine al mondo reale, negano l’identità e la specificità di questa disciplina e adottano logiche e criteri di altre discipline e altre comunità scientifiche, quando si tratta di selezionare e promuovere colleghi aziendalisti e di valutarne i prodotti scientifici.

Non penso di essere pessimista perché ricordo che già a metà degli anni Novanta, partecipando a un incontro di aziendalisti in un dipartimento di economia aziendale di una facoltà di economia italiana, sentii un giovane ricercatore rampante che si era formato negli USA affermare di fronte a 4 o 5 ordinari che «l’economia aziendale non esiste perché non ha un costrutto logico solido che può resistere alla prova della falsificazione popperiana». Restai letteralmente allibito quando, invece di cercare di ricordare e motivare la solidità dell’impianto teorico e metodologico dell’economia aziendale, uno dei docenti rispose molto serenamente «non so se l’economia aziendale esiste, io posso dire solo quello che insegno in un corso che porta questo nome» mentre gli altri non intervennero, non so se per finire presto la riunione o perché poco interessati a confutare una tesi così radicale. Sono sicuro che oggi gli aziendalisti che esprimono in molte occasioni il pensiero di quello che vent’anni fa era un giovane collega o concetti molto simili sono parecchie decine, probabilmente qualche centinaio, mentre molti altri lo pensano ma non osano dirlo perché non hanno ancora capito se, nell’ambito delle future procedure di selezione, prevarranno quelli che vengono definiti «i tradizionalisti» (conservatori) o «gli innovatori» (che sarebbero per il progresso della scienza). A mio parere non aiutano a difendere la causa dell’economia aziendale, o del management, né coloro che in alcuni ambienti vengono definiti i «paladini della tradizione» né quelli che per innovazione intendono l’omologazione rispetto a culture altrui. Questo perché la comunità scientifica italiana è in ritardo o comunque perdente rispetto alla cultura del management nordamericano, ed è anche in ritardo rispetto alle culture di management emergenti in altre parti del mondo, in particolare in Asia e in quei Paesi in grado di attrarre migliori ricercatori in quanto dotati di migliori risorse (ad esempio i Paesi del Golfo). Mi fa sorridere pensare a questa contrapposizione in una società che si dichiara post ideologica rispetto alle ideologie politiche, ma che a me appare molto ideologica con riguardo ai metodi di ricerca e all’accettazione acritica del pensiero unico e dominante. Per questo mi sento di fare un’affermazione provocatoria: «l’economia aziendale è morta, viva l’economia aziendale». Sintetizzo nei seguenti termini i segnali che mi portano dal pessimismo dell’analisi all’ottimismo sul futuro.

  • Nell’ultimo quarto di secolo, l’impostazione del management scientifico basato sul principio della massimizzazione del profitto, massimizzazione del valore per gli azionisti (nel breve e lungo periodo), massimizzazione del valore per il cliente, è stato progressivamente riequilibrato con le teorie sugli obiettivi di risposta ai molteplici interessi degli stakeholder (l’economia aziendale italiana aveva introdotto il concetto di molteplici portatori di interessi istituzionali), della responsabilità sociale di impresa (l’economia aziendale è stata fondata sul concetto d’azienda come istituto economico e sociale), della creazione di valore condiviso (che sottolinea l’importanza della collaborazione, oltre a quella della competizione, uno dei cardini dell’economia aziendale).
  • Sempre in questo periodo vi è stata una crescente sottolineatura dell’approccio «sistemico»: mentre l’economia aziendale è partita da una visione sistemica generale (unità dell’azienda) per scendere poi all’analisi dei particolari, le teorie di management sembrano aver seguito un percorso inverso, partendo dai particolari per arrivare a una visone unitaria.
  • Dopo aver teorizzato per prima l’importanza del metodo misto deduttivo-induttivo, ma aver privilegiato nei primi decenni la prima componente, oggi l’economia aziendale appare molto più forte con riguardo anche alla componente induttiva, basata su utilizzo di banche dati, indagini estese a un numero elevato di aziende, ricerca di correlazioni tra variabili con strumenti quantitativi in grado di separare le componenti strutturali dei trend aziendali (esempio influssi della normativa, della situazione economica di un Paese, dei comportamenti del consumatore, delle politiche monetarie, della situazione dei settori di appartenenza ecc.) da quelle riconducibili alle specificità di alcuni gruppi (cluster) di aziende o di singole aziende: è perciò in grado di dare concreta espressione al concetto di «uniformità relative»che caratterizzano le aziende.
  • Sempre più frequentemente, anche nella comunità scientifica internazionale di management, viene riconosciuto che le differenti condizioni delle aziende sono riconducibili alle caratteristiche delle persone considerate come soggetti attivi e non come semplice forza lavoro o risorsa umana a elevata sostituibilità: nel DNA dell’economia aziendale esiste una concezione etica, filosofica, antropologica, sociologica di persona come «soggetto relazionale», ben diversa dalla concezione individualistica della persona.
  • Conseguentemente, nella comunità scientifica internazionale di management sembra emergere un’evoluzione da una concezione d’azienda come «sistema di contratti sociali ed economici» tra diversi stakeholder (portatori di interessi), a una concezione d’azienda come «sistema convergente» di interessi di diversi stakeholder che devono trovare un contemperamento, concetto usato dall’economia aziendale fino agli anni Settanta (e divenuto poi desueto) che sottolinea una dimensione di «comunità di interessi» piuttosto che di «contrapposizione di interessi».
  • Sono forti anche le critiche a una concezione basata esclusivamente sulla razionalità strumentale dell’azienda (considerata quindi come sistema cibernetico inserito in mercati in grado di autoregolarsi) e il recupero di una concezione d’azienda come «sistema teleologico», nel quale gli strumenti di management non sono neutrali, ma devono essere orientati da fini che sono diversi nelle imprese di diversi settori, delle amministrazioni pubbliche, delle istituzioni non profit, delle istituzioni miste pubblico-privato.
  • A livello di comunità scientifica internazionale di management, sono emerse e sembrano prevalere forti critiche sui sistemi di management basati sul principio di rational choice (ad esempio pianificazione formale di lungo periodo, ottimizzazione dei flussi di cassa, predefinite e strutturate politiche di prezzi, rigida utilizzazione del controllo budgetario ecc.) di fronte all’estrema incertezza e non prevedibilità dell’ambiente economico, politico, sociale (società liquida, come definita dal sociologo Z. Bauman), che hanno portato a proposizioni riguardanti strategie basate su visioni di lungo periodo come quadro di decisioni in grado di adattarsi rapidamente a situazioni di breve periodo che si modificano continuamente (molto simile al concetto di «dinamismo» teorizzato dall’economia aziendale).
  • La comunità scientifica degli aziendalisti è definitivamente esposta al confronto internazionale, seppure con i limiti sopra richiamati, condizione che indurrà gli studiosi a un continuo miglioramento, come è avvenuto o dovrebbe avvenire per le imprese che hanno accettato o che dovranno accettare la sfida della globalizzazione.

Ritengo che la comunità scientifica degli aziendalisti italiani possa avere un ruolo attivo anche a livello della comunità scientifica internazionale se una parte significativa dei suoi componenti applicherà la regola delle 9C. Conoscere la realtà tramite l’osservazione e la riflessione. Capire la realtà tramite il riferimento a solide teorie e a forti valori personali. Convincersi che il miglior modo per confrontarsi è quello di mantenere la propria identità. Comunicare il proprio pensiero alla comunità scientifica internazionale (tramite i paper), ma anche alla comunità di chi ha responsabilità nelle aziende di ogni settore (tramite pubblicazioni rilevanti e influenti in termini di contenuti oltre che rigorose in termini metodologici). Connettere diverse teorie e diverse discipline. Collaborare sul piano scientifico e promuovere la collaborazione nelle aziende, tra le aziende e tra sistemi economici. Competere con se stessi più che contro altri e promuovere una competizione tra aziende finalizzata a risolvere problemi sempre più complessi. Contribuire al rinnovamento della propria disciplina, poiché questo è il modo migliore per restare fedeli alla tradizione. Affermare che le discipline economico-aziendali non si riducono a tecniche, ma rappresentano una componente della cultura economica e, più in generale, della società, per superare il rischio delle contrapposizioni economia-società, economia-cultura, economiapolitica, criteri economici-criteri sociali e la tentazione della «centralità» dell’economia, dei mercati, del profitto. Per ottenere ciò, gli studiosi devono mettere in campo razionalità (mente), emozioni (cuore), passione (anima).