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Il mondo di Guatri

2026/13

La quantificazione dell’economia aziendale

Mi sono sempre sentito aziendalista

Nell’agosto 1945, subito dopo la guerra, mi iscrissi come studente all’Università Bocconi. In quei tempi abitavo con la mia famiglia a Treviglio, nella bassa bergamasca. Venivo a Milano nei «carri bestiame», in quanto la guerra aveva distrutto l’intero parco carrozze delle Ferrovie dello Stato. Scendevo alla stazione di Lambrate e poi col tram n. 2 raggiungevo via Castelbarco e da qui per la Bocconi, attraversando a piedi mucchi di macerie (erano stati i bombardamenti del 1943!).

Perché mai avevo voluto andarci, a tutti i costi, alla Bocconi? Semplice: vi cercavo Gino Zappa, che la mia insegnante di ragioneria all’Istituto Oberdan di Treviglio (Antonietta Bignami, già allieva di Zappa) mi aveva insegnato a conoscere.

Non vidi però Zappa prima del 1946, in quanto il Maestro insegnava al secondo anno, con assistente Carlo Masini. Il primo anno incontrai Napoleone Rossi, anch’egli assistente di Zappa, il cui corso seguii puntualmente (Rossi divenne poi mio amico nella vita, che per lui purtroppo fu breve; altrettanto fu per Masini).

Rossi non si sedeva in cattedra: faceva lezione passeggiando innanzi e indietro per l’aula. E noi lo seguivamo muovendo lo sguardo…

Ancora prima della laurea, Ferdinando Di Fenizio (l’economista che portò in Italia le teorie keynesiane) mi chiamò all’Ufficio Studi Economici della Montecatini, la grande società chimica (più tardi fusa in Montedison), dove rimasi per nove mesi. Finché Zappa non mi chiamò come assistente effettivo di Ragioneria nel dicembre 1949. Il bidello Cavazza (come, senza giri di parole, si chiamava allora) mi accompagnò in aula di primo anno. E ad alta voce disse agli studenti: «Ragazzi, guardate che questo è il professore!» (avevo 22 anni e un aspetto giovanile...).

Dovevo però fare i conti con la «politica della lésina» che era tipica di Girolamo Palazzina, segretario dell’università. Quando, al fine di stabilire il mio trattamento economico, gli feci presente che in Montecatini era attorno a 60.000 lire al mese, rispose che al massimo poteva concedermene 19.000. Aggiungendo – con grande affetto ma con fermezza – che era il massimo possibile; ma che, d’altro lato, io non avrei avuto difficoltà a integrare i miei compensi con attività professionali (alla ricerca delle quali, agli inizi, egli stesso si adoperò).

Quando, nell’anno successivo – a seguito della tragica morte di un collega – dovetti raddoppiare il mio impegno, estendendolo anche al corso di secondo anno, mi disse che il mio stipendio, a causa delle ristrettezze di bilancio, non poteva aumentare.

Nell’anno ancora successivo, quando si poté sostituire il collega scomparso e io tornai a svolgere le lezioni di un solo anno (il secondo), mi disse che le difficoltà di bilancio lo costringevano a suddividere il compenso di 19.000 lire tra ambedue: aggiungendo amabilmente di essere felice che la mia attività professionale si svolgesse ormai con esiti molto positivi (sottintendendo che il compenso era diventato un fatto marginale).

Palazzina fu sempre un mio «tifoso» e lo dimostrò in molte occasioni. Perciò lo ricordo, oltre che con affetto, anche con riconoscenza. Cercava sempre di seguirmi negli esami e conosceva a memoria i miei voti. Lo vedevo con qualche imbarazzo quando mi sedevo davanti all’esaminatore (specialmente per esami minori), mostrargli, quasi per chiedergli di evitare errori di giudizio, le pagine del mio «libretto». Le poche volte in cui non mi veniva assegnata la lode, o comunque un voto all’altezza, esprimeva in modo palese il suo stupore (ma non era ben chiaro se diretto a me o al docente). Dal secondo anno in avanti mi propose (lui così attento ai costi!) per l’unica borsa di studio assegnata in quegli anni dalla Bocconi1.

Non appena il senatore Giuseppe Roda, all’epoca (1950) curatore del fallimento della Caproni, società costruttrice di aerei, gli fece richiesta di un giovane docente per redigere le relazioni fallimentari, egli propose il mio nome e lo fece in modo tale che il senatore venne personalmente a pregarmi di passare mezza giornata, per alcuni mesi, negli uffici della Caproni in via Manara a Milano. Lì trascorsi i miei pomeriggi per tre, quattro mesi, analizzando le cause del dissesto e nel contempo ponendo le basi empiriche del comportamento dei costi «costanti» per i libri che stavo preparando.

Roda, che era un senatore del Partito Socialista Italiano, in cuor suo sperava che trovassi nei documenti che compulsavo un motivo per accusare i vertici della Caproni di qualche reato. Ma non vi era reato di sorta: le cause del dissesto erano semplicissime. La Caproni produceva aerei per la seconda guerra mondiale e con la fine della guerra perse tutte le commesse belliche. Che poteva fare?

Sempre nel 1950 Palazzina m’indusse a presentare domanda per la Borsa Stringher della Banca d’Italia (che poi vinsi) e quando fui sollecitato a presentare a Roma i tre libri che avevo pubblicato, nel timore (fondato) che le Poste non funzionassero e che i termini scadessero, scrisse direttamente al governatore Paolo Baffi per pregarlo che fossero prelevati dalla biblioteca della Banca d’Italia. Vinsi, in effetti, la Borsa Stringher (avrei potuto andare negli Stati Uniti gratuitamente per 2 anni), sennonché Zappa mi chiese di non farlo, perché avrei dovuto presto presentarmi a un concorso a cattedra2.

Il mio Maestro: Gino Zappa

Nel 1946 svolgeva le lezioni venendo a Milano una volta al mese per cinque giorni di seguito (sempre con lezioni di due ore ciascuna). Ricordo che in quell’inverno 1946/47 la Bocconi non aveva ancora il riscaldamento e le lezioni si svolgevano al gelo (oltretutto erano cadute copiose nevicate). Al già anziano Maestro l’onnipresente Girolamo Palazzina, come eccezionale riguardo, aveva riservato una stufetta elettrica, che gli riscaldava i piedi.

Le lezioni si tenevano in un’auletta del secondo piano di via Sarfatti (proprio nel luogo – forse un segno del destino? – dove stanno oggi i miei uffici). Eravamo in 20-25 studenti a seguirle: furono sempre affascinanti, anche se un po’ singolari, come spesso accade con i grandi docenti.

Zappa partiva proponendo un argomento del programma (le cosiddette tesine: ad esempio, «la valutazione delle rimanenze nelle aziende industriali»), ma per due ore poi trattava a braccio, in modo che avvinceva tutti, di argomenti di attualità o di temi teorici di grande respiro (dall’inopportunità, ad esempio, di nazionalizzare le società elettriche al significato del valore del «capitale economico», ai molteplici modi di interpretare i poco trasparenti bilanci dell’epoca). Due ore filate di argomentazioni che per me passavano in un lampo. Fin da allora decisi che, al momento opportuno, gli avrei chiesto la tesi: cosa che feci l’anno successivo.

In realtà il suo dire era affascinante, coinvolgente, e ci faceva scordare anche il freddo. Ecco come mirabilmente lo ricorda Pietro Onida3:

Il suo dire era come una polla d’acqua viva che urge e si riversa, senza ordinati canali, ma fecondando attorno a sé. Parlava seguendo l’estro, in frequenti digressioni che avevano una loro logica avvincente; gettava semi a piene mani, poneva problemi e ci rendeva pensosi.

Seguirlo non era sempre facile, eppur piaceva. Certo, non era il professore meglio adatto per quei tali studenti che amano di essere rapidamente preparati agli esami, imparando il minimo necessario per la promozione.

Gino Zappa era un docente molto severo, che credeva fermamente nella serietà degli studi. Quindi, i suoi esami erano durissimi: chi non sapeva non li poteva superare. Implacabile, annotava sul libretto un eloquente 10/30. Così fu dai suoi esordi bocconiani, negli anni Venti, quando il rettore Sraffa e il solito onnipresente Palazzina si resero conto che era sorto uno scoglio, prima del tutto inesistente, che a prima vista apparve perfino eccessivo. Poi tutti capirono, come scrive Marzio A. Romani, lo storico della Bocconi, della sua capacità di essere «crivello» dell’università, che ne teneva alto il livello qualitativo mediante una dura selezione, e nel contempo «glutine», in quanto elemento aggregante di giovani studiosi, forgiati alla dura disciplina della ricerca e dell’insegnamento. Questa caratteristica non mutò fino al termine della sua presenza bocconiana. E tale la trovai quando, dal 1950 (sia pure per poche sessioni) gli sedetti al fianco come esaminatore.

Secondo il costume, cui fino all’ultimo restò fedele, gli esami si svolgevano in questo modo. Innanzitutto, erano divisi in due parti: la prima svolta dagli assistenti, la seconda da lui stesso; per accedere alla seconda occorreva peraltro superare la prima (nel caso contrario l’esame era subito concluso con la bocciatura, che gli assistenti potevano tradurre, secondo il grado d’impreparazione riscontrato, in 10/30 o 15/30, mentre egli rimase fedele al suo quasi mitico 10/30).

Le domande non erano improvvisate ma dedotte, sia nella prima come nella seconda parte dell’esame, da schedine già predisposte (con difficoltà attentamente graduate mediante vari quesiti) ed estratte per sorteggio dall’esaminando.

Anche noi, suoi giovani collaboratori, fummo permeati dalla convinzione che la serietà degli esami fosse parte essenziale di una missione, vissuta come un dovere fondamentale. Forse io sentii più di altri questo dovere-missione quando mi trovai a esaminare studenti che erano stati miei compagni di corso (l’uso di presentare ragioneria di secondo anno come ultimo esame era una diffusa consuetudine dei tempi e i fuori corso erano allora numerosissimi).

Ricordo ancora, dopo oltre 60 anni, il dispiacere che sentivo quando ero costretto – per conservarmi sempre fedele alla missione – a respingere i miei compagni: perfino la mia amica Carla, buona e gentile ragazza, che per anni era stata seduta nei banchi accanto a me, ma che si era presentata con una preparazione non sufficiente. Con vero rammarico dovetti dirle che non la giudicavo preparata; ed ella se ne dispiacque apertamente. Zappa se ne rese conto, mi chiamò e mi disse che avevo compiuto il mio dovere. Ma ricordo ancora il tutto con amarezza, come un duro prezzo pagato per tenere fede a un impegno, che per noi valeva come un giuramento.

Il concorso a cattedra del 1951

Nel 1951 si tenne nel nostro Paese il primo concorso a cattedra di materie aziendali (ragioneria) dopo la guerra: non ve ne erano stati da otto, dieci anni. Al tempo, come ancora per alcuni decenni, i concorsi a cattedra erano basati solo su titoli e si svolgevano con un complesso meccanismo: ne uscivano vincitori tre concorrenti (la fatidica terna), che potevano essere poi chiamati a coprire una cattedra in una qualsiasi università italiana; gli altri riconosciuti meritevoli dalla commissione (composta da cinque membri, eletti da tutti i docenti di ruolo della materia e di materie affini) erano giudicati «maturi». Un titolo che era solo un giudizio, ma che ai tempi era considerato molto autorevole (ben superiore alla libera docenza: quest’ultima era una prova per titoli ed esami, che non necessariamente apriva una carriera accademica. Era spesso un titolo a valenza professionale).

I concorsi a cattedra furono sempre in Italia anche una battaglia tra scuole: svolta con obiettività da quelle serie, con molta minore serietà dalle altre. In ogni caso, era consuetudine che i più noti professori ordinari compissero ogni sforzo per essere eletti nelle commissioni, per «sostenere» i propri allievi. Ebbene, quando fu indetto il concorso a cattedra nel 1951, Zappa mi chiamò e mi disse che:

  • non si sarebbe presentato alle elezioni, in quanto intendeva che al concorso partecipassero tre suoi allievi e quindi, si sarebbe trovato in stato di «incompatibilità» (anche se tutti gli altri ordinari si comportavano in modo contrario: l’idea della «incompatibilità» non li sfiorava nemmeno);
  • fra i tre allievi avrebbe presentato anche me. Gli feci presente che non avevo ancora 24 anni e mi ero laureato da meno di due. Rispose: «Questo che vuol dire? Contano le opere...».

Non ammise discussioni: dovetti presentarmi. E nella primavera del 1951 scrissi in due mesi il libretto La diversificazione dei prezzi, che poi risultò l’ultimo libro della collana bocconiana diretta dal Maestro.

Ripensandoci oggi, che ho superato gli 87 anni (e che nella mia vita ho portato alla cattedra 12 allievi), debbo dire che quella decisione del Maestro fu per me da un lato un bene in quanto mi consentì di raggiungere il premio della «maturità», con il voto favorevole dei tre massimi docenti dell’epoca dopo Zappa (Amaduzzi, Ceccherelli, Onida). E questo mi aprì le porte all’incarico all’Università di Genova, dove mossi i primi passi come responsabile di un corso fondamentale (Tecnica industriale e commerciale) e accrebbe le mie quotazioni in Bocconi, l’università che non ho mai lasciato. Ma fu anche un male in quanto generò contro di me invidie e ostracismi per alcuni anni: ero ancora giovanissimo, ma ero «maturo», un abbinamento innaturale, che vissi con qualche difficoltà.

Gli anni della decadenza (il ’68 e seguenti)

In effetti, questa impronta derivata dal Maestro, il costume alla severità dell’esame, non mi lasciò per tutta la vita. Quando, come conseguenza dei movimenti studenteschi del ’68, anche in Bocconi negli anni Settanta si manifestò (seppure non a livelli catastrofici come altrove) l’appannamento della severità degli esami, mi trovai presto «spiazzato» rispetto al modo in cui giudicavano i miei giovani collaboratori del tempo.

Quando assegnavo un 24/30 credevo di aver dato un buon giudizio (come accadeva negli anni Cinquanta e Sessanta), ma gli studenti ne uscivano scontenti, quando non disperati: mi resi ben presto conto che il «metro» non era lo stesso usato dai miei collaboratori e quindi i giudizi non erano omogenei. Un poco alla volta lasciai loro il compito di svolgere l’esame, riservandomi di sentire gli studenti migliori (per i quali il giudizio era ovviamente ai massimi livelli).

Il costume che gradualmente si diffuse ovunque di rendere gli esami facili, le votazioni sempre elevate, di non segnare sul libretto le bocciature, non fu mai da me condiviso; a tutto ciò, anche quando ricoprii cariche accademiche, mi opposi finché fu possibile.

Ancora oggi confesso di vedere con malinconia come anche nella mia università la dura selezione sia quasi scomparsa: ma come si possono premiare i migliori («i talenti», come in modo roboante si dice oggi) senza una dura selezione, che solo gli esami severi consentono? Questo per me rimane un mistero. Ai nostri tempi non usavamo parole roboanti, ma adempivamo con serietà e senza eccezioni alla missione di docenti.

Nel periodo della contestazione studentesca le redini della Bocconi erano nelle mani di Giordano Dell’Amore (rettore e autorevole membro del Consiglio d’Amministrazione, del quale all’epoca era presidente Furio Cicogna). Furono gli anni più difficili. Ricordo che un giorno Dell’Amore mi chiamò dicendomi di correre in Bocconi, in quanto alcuni studenti contestavano la regolarità della commissione giudicatrice dell’esame di Matematica generale presieduta da Giovanni Ricci, il grande matematico ordinario dell’Università Statale di Milano (e incaricato in Bocconi). Dovetti precipitarmi e assumere – come ordinario bocconiano – la presidenza della commissione; mi sedetti al fianco di Ricci, che era stato in anni precedenti il mio professore. Non dissi volutamente una parola, ma incredibilmente questo bastò per acquietare gli animi.

Ben più pesante fu la contestazione nella facoltà di Lingue straniere. Dell’Amore cercò invano di parlare agli studenti che «occupavano» simbolicamente le aule, di convincerli a desistere. Non ebbe che urla e sberleffi. Finché perse la pazienza e con l’accordo di Furio Cicogna soppresse – con l’approvazione del Consiglio d’Amministrazione – la facoltà. Molti professori bocconiani se ne dispiacquero, ma – a ben vedere – fu la soluzione migliore.

Il Corriere della Sera (all’epoca diretto da Giovanni Spadolini, che sarà poi il successore di Cicogna) diede la notizia in modo soft. Precisando che la soppressione era dettata soprattutto dalla necessità di avere più spazi a disposizione per la facoltà di Economia e Commercio, basilare per la Bocconi.

Nel frattempo però chi deteneva posizioni apicali in Bocconi si trovò sottoposto al rischio di attentati. Io – che ero all’epoca anche consigliere delegato, carica che ho tenuto per 25 anni – fui considerato tra questi. Le porte dei nostri uffici furono messe sotto sorveglianza. Quando si presentava qualche persona «non conosciuta», veniva sottoposta a preventivo interrogatorio. Le porte dei nostri uffici furono inoltre dotate di «spioncini» dai quali potevamo vedere di chi si trattasse. La storia spesso si ripete: con la chiamata, nel 2011, di Mario Monti alla presidenza del Consiglio dei ministri siamo tornati da capo: si sono dovute prendere misure protettive per i vertici della Bocconi. Solo io (per la buona ragione che ho superato gli 87 anni) mi sono rifiutato di farlo.

La «quantificazione» dell’economia aziendale

Il periodo, che si colloca temporalmente nella prima parte degli anni Cinquanta, contiene quelli che furono poi chiamati «i primi tentativi di quantificazione dell’economia aziendale».

Com’è noto, Il Reddito (l’opera fondamentale zappiana, dalla quale nasce l’Economia aziendale) è un libro scritto senza una formula, un simbolo, una notazione quantitativa qualsivoglia. Il processo di quantificazione dell’economia aziendale dovette partire da qui: cioè dal ricorso alla simbologia, che apre la strada alle formule e ai modelli quantitativi. E sul piano concettuale dovette contrastare inevitabilmente alcune idee quali: l’impossibilità di stimare i costi di prodotto, l’estrema indeterminatezza (al limite dell’arbitrarietà) del reddito annuale, la vaghezza del concetto di valore dell’azienda (che infatti non si può misurare senza formule).

Nella prima fase di questo necessario progresso (che è anche rivolgimento) verso la quantificazione, si partì dal costo di prodotto. Nel 1988 Sergio Vaccà mi mise in serio imbarazzo, durante un convegno in Bocconi, pronunciando, sul tema del costo di prodotto con la solita incontrollabile schiettezza, frasi come queste:

La sua ricerca sui costi si colloca però in una prospettiva differente e tale da rappresentare una reazione critica a un’imperante esasperazione di tipo teologico fondata sull’indeterminazione dei costi, sull’impossibilità di una fondata misurazione. Recuperare una teoria del costo che consentisse di disporre di uno strumento concettuale necessario per l’economia aziendale, è stato l’obiettivo perseguito da Guatri.

A molti anni di distanza questa reazione (ben più articolata rispetto a questi brevi cenni) di Luigi Guatri al pensiero economico-aziendale dominante, può anche sembrare normale, cioè rispondente a uno dei tanti passaggi evolutivi che contrassegnano il progresso del pensiero scientifico. Sennonché le cose allora si presentavano meno semplici e la cautela usata dal Nostro nell’esporre le sue riflessioni senza dubbio rifletteva anche il fatto che Gino Zappa non condivideva le conclusioni raggiunte da Guatri nella sua ricerca.

Debbo tuttavia ricordare che I costi d’azienda furono letti pagina per pagina da Zappa e con lui discussi. Egli, pur non condividendone alcune conclusioni, non solo li accettò, ma li volle pubblicati nella collana bocconiana (allora diretta da Dell’Amore, suo successore).

Credo che questo chiaramente serva a sfatare la leggenda della rigida chiusura della scuola zappiana e dimostri quanto la critica, purché sostenuta da validi argomenti, vi fosse pienamente accettata. Il Maestro, lo ricordo con commozione, scrisse nel 1955 ad Aldo Amaduzzi: «Appartengono alla mia scuola soltanto coloro che, avendo percorso con me i primi passi, sanno procedere oltre i limiti da me raggiunti».

La «scuola del valore»

Proprio nella fedeltà alla cultura europea e nel riconoscimento delle nostre radici (che sono le radici zappiane), a partire dagli anni Ottanta nacque per gradi la «scuola del valore» bocconiana, i cui punti di riferimento furono (dal 1983) la rivista Finanza Marketing e Produzione e dal 1996 la rivista La Valutazione delle Aziende, oltre alla collana di libri di Egea, di Università Bocconi Editore e di Giuffrè Editore.

E nacque, specialmente nell’area delle cosiddette «garanzie societarie», il sostegno alla nostra cultura e l’affermazione di alcune peculiarità del nostro ambiente: con in prima linea la ferma opposizione, durata un quarto di secolo, ad alcuni eccessi e stravaganze, quali l’affermazione della dominanza dei «flussi di cassa attesi» sui «flussi di reddito attesi», l’uso di moltiplicatori «casuali» che vengono dal mondo anglosassone e che sono stati per lungo tempo acriticamente accolti.

Come scrive Rita Levi Montalcini, «la modestia si addice allo scienziato, ma non alle idee che sono in lui e che egli ha il dovere di difendere». Questo è il sentimento e la convinzione che mi hanno sempre sostenuto; e il cui punto di partenza storico sono state le idee che con il «valore del capitale economico» provengono (fin dagli anni Venti del secolo scorso) dal Maestro4.

La «scossa» del 1979: la stima del rapporto di cambio Bastogi/Beni Stabili. La necessità di coni...

È nell’anno 1979, dopo che per un ventennio all’intensa attività professionale in tema di valutazione delle aziende non si era accompagnato un adeguato sforzo di teorizzazione e sistemazione concettuale (o era successo solo episodicamente), che scatta in me una molla ideale, che coinvolgerà per i 25 anni successivi il mio interesse di studioso. Ho già avuto occasione di raccontare questo nel convegno tenuto alla Bocconi il 3 dicembre 2004, per la presentazione del Nuovo Trattato di valutazione delle aziende. Ne riporto di seguito l’Introduzione:

Mi sembra quasi un sogno di ritrovarmi ancora dopo 23 anni in questa Aula Magna, dove nel 1981 presentai la prima edizione di un piccolo libro, di circa 100 pagine, dal titolo La valutazione delle aziende. Un libro un poco singolare per il nostro Paese, nel quale delle valutazioni d’azienda si occupavano in modo empirico pochissimi professionisti e solo per qualche cenno pochi corsi accademici.

Insomma, forse una curiosità di studioso, se non proprio una stravaganza. L’idea mi era nata quando, verso la fine degli anni Settanta, l’ing. Carlo Pesenti [senior, NdA] mi chiese di stabilire, in base alla più accreditata dottrina, un equo rapporto di cambio tra le società Bastogi e Beni Stabili, ambedue quotate e molto trattate, allora, alla Borsa di Milano. La ricerca condotta in quell’occasione mi convinse di una realtà che non avrei supposto: il rapporto tra le quotazioni era largamente divergente rispetto ai valori «fondamentali» (come diremmo oggi) delle due società.

Mentre il rapporto tra i prezzi era di 1:4,4, fu invece proposto un concambio di 1:9. I consigli d’amministrazione ebbero la forza intellettuale (e anche il coraggio) di accogliere quella proposta. Mi convinsi, in quell’occasione, che si potesse dare razionalità alla misura del valore aziendale, costruendo una teoria di valutazione delle aziende.

L’idea ebbe un insperato seguito: del cd. «libretto rosso», edito da Giuffrè, si vendettero più di 100.000 copie: la tiratura di un romanzo di buon successo. Da qui parte la mia personale avventura nel campo affascinante, quanto sfuggente, della teoria di valutazione delle aziende.

In ogni caso, è chiaramente affermata la necessità di una verifica reddituale del valore degli intangibili: «Comunque il valore dell’investimento commerciale risulti calcolato (come valore storico, ovvero come valore prospettico), occorre in ogni caso procedere al riscontro della sua validità con riguardo ai margini consentiti dai prodotti cui è riferito. Una quota di mercato, in altri termini, ha valore solo se assicura un margine sufficiente affinché, nel quadro del sistema aziendale, la produzione cui si riferisce risulti di conveniente realizzazione. È fin troppo evidente, infatti, che l’ottenimento di una certa quota di mercato può aver comportato o potrebbe comportare costi assai elevati; ma se a tale quota non corrisponde la vendita di prodotti che consentono all’azienda sufficienti margini, essa risulterà priva di qualsiasi valore».

Che dieci anni dopo (alla fine degli anni Ottanta) trovò un alleato potente nel successo, negli USA, della «teoria di creazione di valore»; poi gradualmente diffusasi in Europa nei primi anni Novanta. A partire dagli anni Novanta, infatti, il tema del valore diventa dominante negli studi di finanza e di strategia.

Ebbene, da quegli ormai lontani anni Settanta, molta acqua è certamente passata sotto i ponti, e la teoria di valutazione ha subito profondi cambiamenti.

Il vero problema consiste nel non lasciarsi affascinare dalle mode, tanto transitorie quanto pericolose: quelle che inesorabilmente, in tutti i tempi, hanno sul tema del valore ottenebrato, per più o meno brevi periodi, la mente umana. Dal mercato dei tulipani in Olanda nel 1620/30 (quando ad Amsterdam con un bulbo di tulipano si potevano acquistare tre case), fino ai prezzi delle aziende di Internet del 1998/2001, quando le nuove emissioni di titoli azionari avvenivano vendendo immaginari «Terminal Value» a dieci o vent’anni.

Nel 2001 scrissi per EGEA/Bocconi il libro Freedomland. Un’esperienza sul valore conseguente a uno start-up IPO. Il libro derivava da breve, ma tumultuosa, esperienza professionale. Ne propongo un brano nel Riquadro che segue.

La costruzione accademica dev’essere abbastanza forte da impedire simili assurdità. Ha il dovere morale di scendere in campo e di battersi quando comportamenti al limite dell’irragionevole si manifestino e prendano il sopravvento.

Da Freedomland

Com’è noto, le società tecnologiche, tra queste in prima linea le «aziende di Internet», hanno rappresentato negli ultimi tre-quattro anni, in tutto il mondo, un fenomeno senza precedenti: società che, avendo bisogno di ingenti capitali da investire, in campi altamente innovativi e perciò rischiosi, li hanno raccolti in larga parte quotandosi in Borsa (con le Offerte Iniziali al Pubblico, IPO).

Il fenomeno non ha precedenti poiché a quotarsi sono state soprattutto aziende con queste peculiarità: non avevano alcuna storia alle loro spalle, producevano contabilmente perdite, gli utili attesi (o sperati) erano molto differiti nel tempo, i rischi che incontravano erano altissimi, la loro organizzazione era spesso lacunosa.

Eppure il mercato, fino all’inizio della primavera del 2000, ha risposto largamente alle offerte: la domanda, anzi, ha quasi sempre largamente sopravanzato l’offerta di titoli.

Come effetto di ciò, i prezzi delle azioni sono stati spinti sempre più verso l’alto; e le nuove IPO che si succedevano non perdevano l’occasione per allinearsi a tali straordinai livelli, in un’illusione di crescita senza fine. Si è così formata la «bolla speculativa» delle società di Internet. Il cui scoppio diventa clamoroso, a livello planetario, tra il marzo e il dicembre del 2000.

Il Nasdaq da marzo a dicembre 2000 perde il 51 per cento; il Nuovo Mercato italiano addirittura il 76 per cento; il Neuer Market tedesco il 72 per cento.

In USA titoli che vanno per la maggiore, come Yahoo! e Amazon, nello stesso periodo, perdono l86 per cento e il 77 per cento. Non diversamente succede da noi: da marzoaprile a fine anno Tiscali perde l84 per cento del valore borsistico, E.Biscom il 66 per cento, Finmatica il 79 per cento, CDB Web Tech l80 per cento (questultima da settembre). Gli investitori vengono duramente provati.

Ma ancora peggio accade per i titoli che vengono quotati in prossimità del culmine dellonda euforica, cioè nella primavera del 2000; qui sono gli investitori che partecipano alle nuove emissioni a subire falcidie di valore di inaudita grandezza nel corso di pochi mesi (del resto le centinaia di IPO americane del 2000 quotavano mediamente a fine anno il 26 per cento in meno del prezzo demissione).

La corsa continua nel primo semestre del 2001; la caduta del Nasdaq tra il 10 marzo 2000 e il 20 luglio 2001 diventa del 60,6 per cento (da 5.106 a 2.012); quella dei mercati europei (e segnatamente del Nuovo Mercato) è ancora maggiore e sembra non avere mai fine.

Tutto ciò è ben noto. Ma come è potuto accadere? I motivi sono vari; ma crediamo utile portare lattenzione su due punti: quali metodi e formule sono state, nel periodo della «bolla», alla base delle valutazioni di supporto alle IPO; da chi e come veniva normalmente fatto il prezzo delle IPO.

Nellaspetto dei metodi valutativi, il punto di partenza è lapplicazione esasperata alle IPO delle società di Internet del paradigma valutativo dominante nel mondo anglosassone: quello, per intenderci, che definisce il valore dellimpresa con la formula dellattualizzazione dei flussi finanziari attesi per il futuro, anche a lungo termine; affiancata da controlli e integrazioni basati sui moltiplicatori dedotti dai mercati.

I rischi di questa visione, erano da tempo nellaria, specie per la ragione che essi, basandosi sempre più largamente sui flussi attesi successivi al periodo di «valutazione analitica» (da 4 a 10 anni), cioè sul cosiddetto «valore terminale», sono valori «potenziali» e non «valori di capitale economico».

In realtà, il mondo anglosassone non ha mai dato particolare attenzione alla distinzione, in sede valutativa, tra «valore di capitale economico» e «valore potenziale».

Il primo legato a capacità reddituali già dimostrate e perciò a flussi reddituali attesi di raggiungimento molto probabile, se non proprio certo.

Il secondo, legato a capacità reddituali future, di previsione molto incerta, che spesso si traducono in complesse scommesse sul lungo e lunghissimo termine, là dove le previsioni analitiche non ardiscono giungere (proprio la mancata accettazione di questa distinzione può avere avuto una larga parte di responsabilità nel determinare la «bolla» di Internet).

La situazione viene completata dall’osservazione che l’analisi dei moltiplicatori di società omogenee è andata nel tempo complicandosi e divenendo di difficile lettura, come effetto della crescente volatilità dei prezzi dei titoli, dell’indebolimento del nesso tra performance contabili e capitalizzazioni di Borsa, della necessità di condurre comparazioni su basi internazionali anche in presenza di differenti principi contabili.

I rischi e le debolezze del metodo si accentuano nelle sue applicazioni alla New Economy e in ispecie alle aziende di Internet, diventando una miscela assai pericolosa di flussi attesi nel lunghissimo termine, con una storia brevissima o inesistente e fatta solo di perdite; e di moltiplicatori privi di supporti causali.

Ma perché il paradigma valutativo dominante, criticabile, ma raramente giunto fino al punto di generare errori clamorosi quando applicato alle società della cosiddetta Old Economy (e più in generale delle società che hanno alle spalle una storia nota e dispongono di strategie comprensibili e valutabili), per quali ragioni, dunque, esso diventa una miscela tanto pericolosa per le aziende di Internet? Innanzitutto quelli espressi per le aziende di Internet sono solo ed esclusivamente, come conseguenza delle «formule» applicate, valori potenziali.

Mancano, poiché impossibili o perché evitati a causa dei risultati troppo modesti che esprimerebbero, riferimenti a valori di «capitale economico». Condizione, come si è detto, di poco rilievo per il mondo anglosassone, che non dà credito e comunque non dà importanza a tale concetto.

Rilevante per la cultura europea, per la quale il concetto è ben noto e accreditato; e che dunque si rende complice di una dimenticanza che non può essere casuale. Il fatto che i valori assunti ai fini delle IPO fossero solo potenziali, il che vuol dire equivalenti a speranze legate anche a eventi lontani e difficilmente prevedibili, quindi a una sorta di scommessa il cui grado di rischio non è predeterminabile, era evidente per gli operatori competenti e doveva essere reso evidente anche per il pubblico.

Tanto più che, nel caso delle aziende di Internet, la mera «potenzialità» dei valori è esasperata sul piano tecnico da alcune circostanze precise e di tutta evidenza.

La previsione dei flussi attesi devessere condotta sul lungo e lunghissimo termine, poiché i flussi successivi al periodo di «prevedibilità analitica» (4-10 anni) sono di peso dominante (e talvolta esclusivo); e spesso si assumono, dopo tale periodo, ipotesi indimostrabili sui tassi di crescita a lunghissimo termine (il «growth rate» o fattore «g»).

La previsione si svolge in condizioni tali da non rendere possibile, di solito, l’applicazione delle regole della cosiddetta «previsione efficiente», per la mancanza di una significativa storia e per la frequenza di una serie di carenze conoscitive che rendono molto incerta la formazione dei Piani. Circostanza della quale gran parte delle Merchant Bank valutatrici e degli analisti non sembrano rendersi conto.

Vale la pena di ricordare un caso emblematico, quello della società americana e.Toys. Una società quotata nel maggio 1999 a 20 $ per azione; salita nel primo giorno di negoziazione a 76,56 $ e pervenuta in ottobre a 86 $; poi discesa il 17 aprile 2000 a 4,75 $. Ebbene questa società nel Registration Statement per l’IPO elencava tra i propri rischi il seguente: «i nostri risultati operativi futuri sono imprevedibili». Una verità che tutti, o quasi, avrebbero potuto ammettere (ciò non toglie che anche e.Toys abbia avuto le stesse vicende degli altri).

Quanto emerge con evidenza in molti casi, dal raffronto tra vari esempi di Business model e di Business Plan, è la debolezza dei rapporti casuali tra gli ampi e circostanziati contenuti del primo e le deduzioni quantitative espresse nel secondo.

Alcune decisioni in tema di rapporti di cambio sono state, ad esempio, manifestazioni al limite dell’assurdo, anche quando assunte in buona fede. L’articolo scritto nel 1998 dal titolo: «Come non si deve procedere nella determinazione dei rapporti di cambio» lo considero ancora un esempio di opposizione accademica a comportamenti pratici palesemente irrazionali.

Non bisogna, tuttavia, sorprendersi troppo di tutto ciò. Anche l’accademia nelle proprie elaborazioni teoriche, del resto, ha commesso alcuni errori e alcune impostazioni dottrinali che andavano per la maggiore hanno rivelato nel tempo le loro debolezze e sono state superate.

Come sempre, il progresso della scienza (di tutte le scienze) è fatto anche dalla storia degli errori compiuti. È attraverso la correzione degli errori, il superamento delle ipotesi che reggevano le precedenti costruzioni teoriche, il sopravvenire di nuove esperienze (talvolta sconvolgenti), che la scienza progredisce.

Infine, l’intento di coniugare innovazione e tradizione è stato ed è in noi sempre presente. Anche quando le costruzioni dottrinali dei nostri Maestri sono state da noi superate, abbiamo fatto tesoro dei loro insegnamenti; e ciò che siamo riusciti a costruire, lo riconosciamo in primo luogo come dovuto a quanto essi hanno creato e ci hanno insegnato.

L’impatto di Zappa sul mondo professionale

Le opere di Zappa hanno avuto un grande impatto sul mondo professionale. Già lo ricordavo in una nota del 1982: «La perdurante validità del pensiero di Gino Zappa nella soluzione dei problemi professionali». Ne cito alcuni brani, che è doveroso (per tutti, anche per gli immemori, oltre che per i giovani) siano ricordati e scolpiti nella mente. Mi riferisco, a titolo di esempio, al tema del conto profitti e perdite analitico.

Sul punto della «chiarezza» del bilancio, va in primo luogo ricordato il peso che Zappa attribuisce alla struttura del conto Profitti e Perdite. Nella nostra legislazione si deve attendere fino al 1974, con l’introduzione nel codice civile dell’art. 2425-bis, affinché si affermi la struttura del conto Profitti e Perdite a costi, ricavi e rimanenze.

Non dimentichiamo che tale struttura era senza ombra di dubbio presentata come «la più appropriata configurazione» nell’opera Il Reddito. Rispetto alle altre configurazioni del «conto economico», e in particolare rispetto alla forma «a risultati lordi», che ha imperversato fino a pochi decenni orsono nella pratica del nostro Paese, il conto Profitti e Perdite «a costi, ricavi e rimanenze» rappresenta un sostanziale, deciso progresso. Esso concorre, più d’ogni altro elemento, a offrire indispensabili informazioni al lettore del bilancio. […]

L’idea zappiana del Profitti e Perdite analitico, che per molti decenni fu confinata nel regno della teoria perché non richiesta dalla Legge e quindi negletta dalla pratica per un mal inteso senso di riservatezza, è il perno attorno al quale ruota l’informativa delle società in ordine all’andamento della gestione.

Un aspetto particolare di questo discorso è l’omogeneità dei valori classificati nel «conto economico», con la conseguenza dell’esclusione di compensazioni tra valori non omogenei: divieto che la nostra più recente legislazione ha pure accolto. Anche questo discorso, confinato per decenni nel limbo delle teorie giudicate inapplicabili, alla lunga si è affermato con la forza della convinzione: tanto che oggi appare quasi inspiegabile perché esso sia per tanto tempo rimasto inapplicato. La verità è – come da oltre mezzo secolo ha avvertito Gino Zappa – che senza un conto Profitti e Perdite analitico e redatto con valori omogenei manca anche il primo, elementare presupposto dell’informazione societaria.

Tra le grandi riforme del bilancio abbiamo negli ultimi anni sentito esaltare l’internazionalizzazione dei principi contabili (con gli IAS-IRFS). Essa risponde a una profonda esigenza del mondo odierno.

Ma riflettendo oggi, mentre gli IAS-IRFS stanno dominando (per le società quotate) la scena, viene anche da chiedersi se la (molto più semplice) idea zappiana del Conto economico analitico e senza compensazioni non sia stata una scoperta ben più rilevante, anche se non ha sollevato molto clamore a livello internazionale (solo perché l’idea non è venuta dal mondo anglosassone...).

Non dimentichiamo peraltro che il mondo anglosassone (e specialmente statunitense) legge solo la propria lingua. Non ne conosce altre. Su questo punto siamo da tempo «provinciali»: ci adattiamo supinamente a questo pregiudizio. Vedo che anche nella mia università non si insegna più Ragioneria, bensì Accounting, come non fosse la stessa cosa. E spesso i docenti meritevoli non avanzano nella carriera senza scrivere su riviste qualificate nel mondo anglosassone. Scrivere in lingua italiana (ciò che ha fatto l’unità del nostro Paese) non serve a nulla.

La Commissione Vietti

Tra il 2001 e il 2002 ho fatto parte della Commissione Vietti5 per la riforma del diritto societario. Fui nominato presidente del IV Gruppo per la revisione del bilancio delle società (comprendente i colleghi Franco Di Sabato, ordinario di diritto commerciale a Napoli, e Alberto Stagno D’Alcontres, pure ordinario di diritto commerciale a Palermo).

Si lavorò «a tutto campo» per circa due anni, con riunioni a Roma, presso il ministero della Giustizia in via Arenula, dove mi recai più volte, e all’Università Bocconi, dove si tenevano le riunioni preparatorie nella sala del Consiglio.

A queste ultime partecipavano alcuni collaboratori di alto livello, ai quali chiedevo opinioni (sempre utili). Tra di loro Graziano Molinari, Salvatore Damora, Alberto Giussani, Paolo Colombo, Emanuela Fusa, Angelo Casò, Renzo Parisotto, Bartolomeo Quatraro (quest’ultimo magistrato di alto grado).

A conclusione dei lavori, scrissi un’ampia relazione che inizia con la seguente nota introduttiva seguente:

Nota introduttiva sui lavori del IV Gruppo

Da strumento di rendiconto (per gli azionisti) e di garanzia (per i creditori), il bilancio diventa strumento di comunicazione economico-finanziario (per i mercati e per tutti gli stakeholder).

  1. I beni intangibili assumono nell’impresa peso crescente rispetto ai beni materiali, che fino a 20 anni or sono erano ancora le risorse dominanti (e delle quali il bilancio, perciò, massimamente si preoccupava). Vi sono in proposito preconcetti e comportamenti secolari da vincere: nella storia della società industriale e pre-industriale i beni, per definizione, sono collegati all’idea della materialità.
  2. I beni intangibili sono, inoltre, difficilmente misurabili nel loro valore e la loro durata è spesso indefinita nel tempo.
  3. Il risultato contabile d’esercizio (utile netto) è solo una parte del «vero» risultato economico (sfugge ai conti la creazione o distruzione dei beni intangibili; sfugge la dinamica dei rischi; sfugge la dinamica dei valori di mercato).

Come conseguenza di questi fenomeni l’utile contabile (quello oggi espresso dal bilancio) è sempre da rettificare e da integrare per conoscere e per esprimere i «veri risultati» dell’impresa.

L’aggiornamento dei cosiddetti principi contabili è il modo tipico con cui si cerca di reagire alle trasformazioni incombenti sulla formazione dei bilanci (i principi contabili sono peraltro anch’essi una risposta parziale ai problemi generati dall’evoluzione in atto).

In un periodo storico di profonde trasformazioni del sistema dell’impresa e dei sistemi capitalistici, l’occasione della revisione delle norme che regolano la formazione dei bilanci dovrebbe essere pienamente colta. Questo è lo spirito con cui abbiamo affrontato il problema.

Non abbiamo potuto, peraltro, prescindere dal fatto che, anche in alcuni aspetti essenziali, la revisione delle nostre norme civilistiche incontra oggi limiti invalicabili nelle norme europee (in particolare nella IV e nella VII direttiva). Limiti che sono, in parte, in via di rimozione (si veda il Regolamento europeo sui principi contabili in corso avanzato di esame al Parlamento europeo). Ma questa rimozione, pur probabile a breve termine, non è però ancora avvenuta. Essa è l’ostacolo fondamentale che ci ha impedito di proporre a questa Commissione soluzioni più avanzate e innovative, come avremmo desiderato.

La sfida dell’educazione dei giovani

A ogni livello (scuole elementari, medie, licei) l’educazione dei giovani è un problema serio. Come dichiara Platone nella Repubblica, l’impronta iniziale che una persona riceve dall’educazione segna anche tutta la sua condotta successiva.

Massimo D’Azeglio in un libro del 1867, I miei ricordi, scrive «tutti siamo di una stoffa nella quale la prima piega non scompare più». Montaigne nei suoi Saggi scrive dell’inettitudine di alcuni educatori a «meubler la tête de science», mentre raccomanda «plutôt la tête bien faite que bien pleine». Anch’io fatico a riconoscere l’università, in Italia (e nel mondo civile a me noto). Ne è un esempio la scomparsa dell’esame difficile, sostituito spesso da ridicoli quiz o da crocette in luogo delle prove scritte e orali per ogni esame.

Sul Corriere delle Sera del 21 agosto 2013 compare, a firma di Tullio Gregory, un articolo che esprime concetti che condivido. Ne riporto alcuni passi.

Dopo venti mesi di lavori, con l’esame di 184.920 contributi scientifici e l’impiego di circa 15.000 esperti, l’Anvur ha recentemente pubblicato il suo Rapporto sulla «valutazione della qualità della ricerca 2004-2010», relativa alle università italiane e altri centri di ricerca. […] Tutto questo ha già sollevato polemiche, richieste di approfondimenti e revisioni di cui certo l’Anvur dovrà tenere conto. […]

Forse più che discutere sui risultati finali dei complessi algoritmi valutativi, varrà la pena riaprire una discussione sui parametri – o indicatori di qualità – sui quali si è fondata la valutazione. È noto che i criteri bibliometrici – applicati a tutte le scienze pure – sono stati oggetto di forti riserve da parte di istituzioni scientifiche internazionali di notevole rilievo (come l’Accademia nazionale dei Lincei, l’Académie des Sciences, la European Sciences Foundation) perché fondati soprattutto sull’importanza determinante del numero delle citazioni ricevute in un determinato arco di anni (anche se stroncature non importa, vale il loro numero), citazioni attinenti a banche dati costituite non da società scientifiche ma da imprese commerciali (Thompson e Elservier) che vivono degli utili realizzati con i contatti ricevuti.

Lo stesso calcolo del numero dei lavori scientifici è criterio assai discutibile e porta a quella che è stata detta «politica del salame», cioè allo smembramento in più parti di un medesimo lavoro. Così, se uno studioso pubblicasse un’edizione della Divina commedia in un solo volume, presenterebbe un solo «prodotto»; se presentasse l’opera in tre volumi, uno per cantica, tre «prodotti»; se pubblicasse separatamente ogni canto presenterebbe cento «prodotti». […]

Manca poi – e lo sottolinea anche il presidente dell’Anvur, Stefano Fantoni – una qualsiasi analisi della didattica che per le università (ma anche in molti enti di ricerca) è essenziale complemento della ricerca.

Note

1 La storia di famiglia si ripete: mia nipote Ilaria (figlia di mia figlia Anna in Piazzi) è stata scelta per una delle due borse di studio alla European Business Shool di Londra (2 sole borse su 211 candidati provenienti da tutto il mondo). Frequenterà il corso di International Business. Doppio merito per lei che si è diplomata al liceo linguistico di Milano.

2 Forse se avessi usufruito della borsa Stringher la mia vita sarebbe infatti cambiata. Avrei imparato a parlare e scrivere bene in inglese (non solo a leggere, com’è oggi per me). Avrei potuto, in particolare, come studioso scrivere libri direttamente in inglese; diventare un professionista a livello internazionale ecc. Ma la storia non si fa con i «se». Ciò che è accaduto è accaduto...

3 Onida P., «Gino Zappa, il Maestro», in Saggi in memoria di Gino Zappa, Giuffrè, Milano, 1961, p. 175.

4 Mi sia concesso di riferire una curiosità. Nel 1925 (due anni prima che nascessi), A. Lo Bianco scrive per Ulrico Hoepli – Editore della Real Casa (sic!) un libro, La pratica della perizia e dell’arbitrato, dove si leggono frasi come quella che segue: «La relazione peritale deve essere redatta nel modo più chiaro possibile: deve comprendere i verbali di accesso, i documenti e rilievi prodotti dalle parti, gli elementi da cui il perito ha dedotto il suo parere, le risposte ai rilievi dei contendenti. È d’uopo quindi, una disposizione organica delle varie parti, una suddivisione esatta dei vari argomenti, e la trattazione di ciascuno di essi con chiarezza e sicurezza di convinzione. I pareri devono essere espliciti, senza involuzioni e circollocuzioni, evitando quel linguaggio ambiguo di voler dire e non dire, che genera il dubbio nell’animo di chi deve amministrare la giustizia. Il perito è libero nell’eseguire i lavori peritali di adottare quei sistemi e quei mezzi che più crede idonei per lo scopo che vuole raggiungere, poiché per i procedimenti tecnici non vi sono disposizioni speciali di legge. Se è necessario, egli darà maggiore sviluppo a quei particolari tecnici che sono indispensabili alle deduzioni esponendoli in forma accessibile a chi non è abituato al linguaggio della materia di che trattasi, e ciò dopo avere usato i metodi dedotti dalla scienza e dall’arte. È invalsa l’usanza tra i periti di fare a proposito, od anche a sproposito, un inutile sfoggio di scienza, di teorie, di principi, e anche di conoscenze storiche che non hanno nessun legame coi quesiti proposti, né valgono a chiarire le loro deduzioni, ma servono a fare crescere il volume della relazione, con grave pregiudizio della semplicità e della brevità, per giustificare le esagerate pretese di compensi. Ciò non è serio. La valutazione di un lavoro tecnico non può dedursi dal volume o dal peso della relazione, ma dall’intensità del lavoro».

E ancora: «Per il deposito della relazione provvedono gli art. 265 e 266 del cpc. Art. 265 Quando tutti i periti sappiano scrivere (sic), la relazione dev’essere sottoscritta contemporaneamente da tutti i periti, in presenza del cancelliere dell’autorità giudiziaria che ha ordinato la perizia. Se i periti, o qualcuno di essi, non sappiano scrivere la relazione è letta dal cancelliere in presenza di tutti i periti ed è sottoscritta da quelli che sanno scrivere.

Il Cancelliere fa risultare ogni cosa con processo verbale in fine della relazione, la quale rimane depositata nella cancelleria».

All’epoca dunque, vi erano anche periti che non sapevano scrivere! Oggi, almeno tutti sanno scrivere (anche se talvolta approssimativamente...).

5 Michele Vietti era all’epoca sottosegretario di Stato presso il ministero della Giustizia.