Il mondo di Guatri
2026/13
L’economia d’azienda, la disciplina della mia vita accademica e didattica
Partecipo, scrivendo queste note, a una raccolta di riflessioni di vari valenti studiosi sulla ricerca nel campo dell’economia aziendale, come venne denominata la materia di studio, negli anni Venti del secolo scorso, dal professor Gino Zappa, fondatore, appunto, della Scuola di Economia d’Azienda. Conviene, a quasi un secolo dai primi contributi, ripensare agli sviluppi e ai progressi della disciplina in oggetto, che tuttora mobilita parecchi studiosi. Ovvio, indico, in questa sede, le mie esperienze e le mie opinioni per come ho vissuto la mia vita accademica e didattica, dal primo incontro diretto con il Maestro, all’Università Bocconi.
Un appuntamento – era il 1947, da poco finita la seconda guerra mondiale – atteso con trepidazione, per la fama che accompagnava il professor Gino Zappa, e per la circostanza di avere avuto come docente, negli studi medi superiori, una sua scolara, la professoressa Antonietta Bignami, che poi conseguì anch’essa il titolo per insegnare nelle università.
In quell’occasione, ascoltata la sua prima lezione per il corso di Economia d’azienda (allora, nell’ordinamento scolastico ancora denominata Ragioneria generale e applicata), decisi che avrei approntato la dissertazione di laurea con la sua direzione e, nel mio intimo, sperai di proseguire gli studi, una volta conseguita la laurea, sempre nella scia del suo insegnamento. Così la fortuna mi concesse.
Il gruppo di discepoli diretti, quelli che, riconoscendolo Maestro, si incamminarono nella ricerca scientifica dopo la laurea, con la sua direzione, si è ristretto ormai a due persone: Luigi Guatri, promotore dei saggi qui raccolti, e il sottoscritto.
Il Maestro amava dire che aveva solo posto le fondamenta, e forse definito il piano terreno, di una costruzione che andava proseguita e innalzata. Come tutti i Maestri agognava che fossero i «diletti discepoli» a esaltarne il ricordo «avanzandolo», come ebbe a scrivere Leonardo da Vinci. Ossia costruendo altri piani dell’edificio cui aveva posto le basi e i primi muri.
Gino Zappa fu, come tutti, figlio del suo tempo. Essendo convinto che «i fatti contano più dei Lords», impostò la propria investigazione scientifica sempre con occhio attento alla lettura degli «accadimenti», ossia agli avvenimenti che il contesto ambientale proponeva, con variazioni in quel tempo più graduali, forse, di quelle osservate nella seconda metà del secolo scorso, dopo una seconda guerra mondiale e il diffondersi di politiche economiche di tipo keynesiano.
La formazione scientifica e culturale del Maestro è quella tipica del primo quarto del secolo scorso, con molta attenzione al metodo deduttivo di ragionamento e con la costruzione teorica in prevalenza collegata con il metodo delle approssimazioni successive. Un processo di analisi concesso dalla gradualità del cambiamento del contesto, da un progresso tecnico crescente, ma con cadenza non molto alta, dal convincimento che i periodi di ordinate relazioni pacifiche internazionali fossero dominanti, e che il potere di acquisto delle monete fosse relativamente stabile in tempi di pace. Conti pubblici ordinati e non in disavanzo strutturale dovevano essere la regola. Ancora negli anni Venti del secolo scorso molti economisti si applicavano a studiare le vie per un ritorno a sistemi monetari fondati su una «moneta merce», in sostanza sull’oro. Il corso forzoso della moneta cartacea era giudicato temporaneo. Gli Stati, emittenti di «biglietti», apponevano tuttavia sui medesimi la dicitura: «pagabile a vista al portatore», nonostante il corso forzoso.
Credo che le precedenti considerazioni siano utili per comprendere il progetto del Maestro nel costruire l’economia d’azienda come disciplina di investigazione scientifica.
La tripartizione dell’economia d’azienda
Negli anni Venti del secolo scorso, Gino Zappa formula la propria teoria, che magistralmente compendierà in una celebre prolusione all’anno accademico 1926/27 a Ca’ Foscari (Tendenze nuove negli studi di ragioneria) e nella fondamentale monografia Il reddito d’impresa, la cui prima edizione in forma compiuta è del 1929.
L’azienda, l’oggetto di studio della disciplina, fu in un primo tempo definita come «coordinazione economica in atto istituita e retta per il conseguimento di un fine»: il lucro nel caso d’impresa.
Successivamente, ne Le produzioni (1956), Zappa preciserà il concetto, scrivendo: «L’azienda è un istituto economico destinato a perdurare».
Nella formulazione teorica proposta, l’economia dell’azienda è investigata in tre aspetti: la gestione, l’organizzazione e la misurazione in grandezze monetarie (detta rilevazione) delle quantità economiche scambiate, prodotte e consumate. L’attenzione prioritaria è posta sulle coordinazioni di gestione, coerenti con una data organizzazione dei fattori produttivi. Gli allievi sono sollecitati a studiare, per rinsaldarsi nella teoria, l’economia delle imprese di dati rami produttivi e a meditare sulle valutazioni di bilancio (di prima importanza al riguardo l’opera di Pietro Onida del 1935). La rilevazione, ossia la misurazione delle quantità economiche d’azienda, è più oggetto di manuali didattici, anche se troverà esemplare sintesi in un saggio (tre volumi) di Napoleone Rossi sulle Scritture doppie.
Nel solco dell’opera fondamentale del Maestro, l’attenzione dei primi allievi si concentrò soprattutto sulle imprese manifatturiere, le quali invero consentono al ricercatore di cogliere tratti comuni delle coordinazioni di combinazioni produttive e quindi di giungere a formulazioni teoriche con caratteri di generalità.
L’attenzione all’economia delle aziende di credito, pure magistralmente colta in molti aspetti dal Maestro, considerando i problemi del dissesto della Banca Italiana di Sconto, sarà più tardiva a opera di Pasquale Saraceno, forte dell’esperienza dei primi anni dell’IRI, e poi di Ugo Caprara nella fondamentale monografia La Banca. Principi di economia delle aziende di credito (ma con questa monografia siamo già negli anni Quaranta del secolo scorso) e, infine da Giordano Dell’Amore che formò una scuola di studiosi, appunto in economia delle aziende di credito, a partire dalla seconda metà del secolo scorso.
Lo studio delle aziende di consumo (negli anni anteriori alla seconda guerra mondiale definite aziende di erogazione) non sollecitò particolarmente gli allievi, salvo una monografia di Aldo Amaduzzi negli anni Trenta, ma è poi apparso nelle note del Maestro riordinate dopo la sua morte.
A ogni modo, il contributo alla conoscenza delle coordinazioni di gestione delle varie categorie di imprese, offerto dalla Scuola italiana di economia aziendale, fu ed è di prima importanza.
Anche per quanto riguarda l’organizzazione d’azienda, tema studiato e analizzato soprattutto a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, giova ricordare le intuizioni scientifiche di Aldo Amaduzzi con la monografia sulla Variabilità del processo produttivo nelle imprese industriali e la monografia di Luigi Guatri su I redimenti.
A mio parere, condizionarono un poco le investigazioni di tutti gli allievi della scuola le considerazioni teoriche preliminari alla misurazione delle quantità economiche di gestione. Intendo riferirmi alla valutazione delle immobilizzazioni tecniche e finanziarie e ai modi di misurare il concorso delle medesime ai risultati di gestione. Faccio altresì riferimento alla valutazione delle rimanenze di esercizio e all’ipotesi di misurare le variazioni di esercizio sul fondamento dei valori di scambio nella reputata relativa stabilità del metro monetario. D’altra parte, come già detto, il progresso tecnico si concretava, di norma, con gradualità; il potere di acquisto della moneta numeraria appariva relativamente stabile e lo svilimento della moneta come evento straordinario, o concernente Paesi lontani; il cambiamento del contesto ambientale progressivo ma non brusco, con relazioni politiche internazionali apparentemente ordinate. Gli stessi conflitti armati – si era da poco usciti dall’esperienza della prima guerra mondiale – erano contemplati come una condizione traumatica, ma episodica.
La grande depressione del 1929/33 fu un evento non ancora capito nelle conseguenze che sarebbero seguite sul piano degli equilibri mondiali e sulle grandi scelte di politica economica dei governi. Ecco perché Gino Zappa affermava, nel colloquio con gli allievi, che l’economia d’azienda era una costruzione appena iniziata.
L’intuizione della via per proseguire nell’edificazione dell’economia d’azienda
Una questione era cara al Maestro, ed è viva nei miei ricordi, poiché fu al centro della mia prova di esame del secondo corso di Ragioneria generale e applicata: il passare del tempo determina, anche a prescindere dall’inflazione monetaria, uno scostamento tra il capitale di bilancio e il capitale economico di un’impresa. Le conseguenti necessarie correzioni per riportare in linea le due citate grandezze riguardavano la prima, con conseguenti nuove misurazioni: le rivalutazioni di bilancio, appunto.
Zappa solleciterà Carlo Masini a scrivere al proposito, all’inizio degli anni Cinquanta, per considerare anche più approfonditamente le conseguenze dell’inflazione post-bellica. La seconda guerra mondiale era terminata da poco.
Alla fine, a ogni modo, era il capitale di bilancio ad avere per riferimento quello economico, ossia il valore, dell’azienda. Sarà Luigi Guatri, a partire dagli anni Novanta a percorrere, con passo ancor più meditato, la via del «valore» di un’impresa come la migliore per proseguire nella costruzione dell’economia d’azienda.
I fatti, ai quali la disciplina è sempre debitrice, si erano incaricati di dimostrare che il contesto non era più quello su cui furono poggiate le prime approssimazioni della teoria della nostra disciplina. Caduta qualsiasi ipotesi di un sistema monetario non a corso forzoso; sviluppatosi viepiù il commercio internazionale e quindi le gestioni plurimonetarie di molte imprese, con notevole ampliamento dei rischi di cambio; divenuto tumultuoso il progresso tecnologico; innovati e variabili i sistemi organizzativi; resa più sofisticata la ricerca delle abilità e delle capacità professionali delle risorse umane a disposizione delle aziende; mutato il contesto di trasmissione e di elaborazione delle informazioni, ormai conoscibili in tempo reale o quasi; affinatosi il sistema delle previsioni; accresciuta la possibilità di individuare le risorse del pianeta e lo sfruttamento delle medesime; scoperte nuove fonti di energia; apertesi prospettive, che parevano remote, di riscatto economico in ampie aree di mondo; mutate radicalmente le vie di spostamento nello spazio dei beni e dei servizi e la velocità dei trasporti; apertesi occasioni rilevanti di forme di economia globale; ridottesi le soglie tecnologiche per l’ingresso in produzioni competitive e accresciuta la rapidità di apprendimento dei tecnicismi operativi; mutate, per effetto dell’innovazione finanziaria, le strutture e le vie di mobilitazioni dei capitali sui mercati monetari e finanziari, con ripercussioni sugli assetti proprietari delle imprese; e l’elenco potrebbe a lungo continuare, risultò inevitabile che la dottrina di economia aziendale dovesse percorrere nuove strade, per ritrovare nuove sintesi.
Tra l’altro tutte le rilevanti variazioni sopra richiamate incidono sui processi logici dei ragionamenti, sul grado di indeterminazione delle conseguenti conclusioni, sulle prospettive di formulare una teoria generale.
Dall’indeterminazione logica a quella dinamica
Il metodo delle approssimazioni successive, caro ai ricercatori negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, prevede errori o scostamenti nei ragionamenti e nelle deduzioni solo per effetto dell’indeterminazione logica, cioè del considerare un campione di grandezze e di variabili non solo espressione di sintesi rispetto alla realtà, ma anche non adeguatamente significativo. Il mutamento non graduale del contesto di ambiente, fonte di possibili errori nei ragionamenti e nelle conclusioni, cioè alla base della cosiddetta indeterminazione statica, era considerato già come improbabile. E, a fortiori, era considerata remota la possibilità di un cambiamento – a motivo di scoperte scientifiche, di incisive innovazioni tecnologiche, di integrazione dei mercati, di guerre e così via – che potesse determinare condizioni di indeterminazione dinamica nella ricerca scientifica.
Il che è invece occorso dopo la seconda guerra mondiale con: la scoperta dell’energia atomica; la fine degli imperi coloniali; la nuova concezione dei poteri di dominio correlata con la guerra fredda; la sollecitazione ad avviare allo sviluppo economico e sociale altre vaste aree del pianeta; l’integrazione dei mercati monetari e finanziari; i mutamenti nel sistema monetario mondiale, con rinuncia definitiva alla moneta merce e l’affermarsi del dollaro americano come divisa di regolamento internazionale degli scambi; il passaggio a forme e vie di economia globale; il declino del peso dell’Europa nel panorama mondiale; una mobilitazione diversa dei capitali, di rischio e di credito, da parte delle imprese; il determinarsi di un peso diverso e una crescita abnorme dei debiti sovrani; il determinarsi di un peso diverso delle banche centrali, con modificazioni nelle vie di formazione dei prezzi del credito; il concentrarsi di imprese multinazionali con nuove strutture di assetti patrimoniali e un nuovo crescente peso degli investitori istituzionali; il mutamento nelle vie di composizione di interessi conflittuali nelle aziende; il delinearsi e poi il concretarsi della rivoluzione multimediale e quindi della rapidità di trasmissione delle conoscenze e delle informazioni. Insomma, un contesto di condizioni e di situazioni per cui l’intermediazione dinamica, nei ragionamenti e nelle deduzioni e induzioni, quindi nel procedere delle scienze umane, è divenuto dominante.
Il nuovo, intervenuto nel contesto della vita delle aziende, ha dato anche diverso rilievo ai cosiddetti valori intangibili (intangibles) e al peso e alla valutazione delle immobilizzazioni immateriali. Inoltre, ha richiamato l’attenzione su capacità e abilità professionali delle risorse umane, che possono determinare la differenza tra un’impresa e un’altra, pur operanti nel medesimo campo. E quindi ha accresciuto l’importanza del fattore organizzazione di un’azienda e aumentato grandemente il rilievo della capacità di ottenere, elaborare, classificare e interpretare conoscenze e informazioni come elementi per meglio decidere, per più prontamente adattarsi al mutare dell’ambiente esterno, per cogliere occasioni di competitività.
Gli studi di economia d’azienda sono quindi divenuti più complessi e articolati. L’edificazione dei piani successivi di una costruzione, iniziata da Gino Zappa e dai primi allievi del Maestro, è in fase di attuazione da parte di valenti studiosi, ma per ora sembra concentrarsi in prevalenza per parti specifiche, attendendo una sintesi attraverso deduzioni e induzioni con aspetti generali.
Si pensi che lo stesso metro monetario, giudicato di comune uso, palesa nelle condizioni e situazioni presenti nell’economia del pianeta, una lunghezza talmente suscettibile di variazioni, anche rapide e non sempre prevedibili, da fare temere sul significato di talune grandezze oggetto di misurazione.
Non sono né le fondamenta né il primo piano dell’economia d’azienda da rifare. Mantengono la propria validità e restano imprescindibili. I piani successivi della costruzione, tuttavia, che si avvalgono di un’architettura più complessa, debbono tenere in considerazione quanto è gradualmente mutato nella realtà esterna, origine degli accadimenti da governare e da cui trarre le condizioni per raggiungere i risultati programmati.
La mia opinione è che, anche in virtù di contributi di assoluto rilievo, si disponga ora di gran parte dei materiali per costruire i piani superiori della nostra disciplina. L’ordine, i modi e i tempi per la definitiva posa in opera non sono ancora ben precisati dalla squadra di tecnici e di ricercatori mobilitata all’uopo. Le caratteristiche di taluni nuovi materiali fanno però intuire che l’edificazione successiva sarà solida e ardita, pienamente consapevole che i cultori della disciplina sanno di investigare in un contesto di indeterminazione dinamica, come accade per i piani più alti di molte costruzioni scientifiche.
Le produzioni avvengono via scambi
Nel libro dei ricordi dei miei studi vi è questa sentenza di Ugo Caprara: «L’impresa produce per via di scambio». Rispecchia il pensiero del Maestro per cui gli scambi con terze economie sono al fondamento del perseguimento dei fini di un’azienda e della possibilità che essa viva nel tempo.
Gli scambi sono regolati in moneta, ossia in una misura di valore. Il metro monetario non è immodificabile, anzi di continuo varia, perlopiù, nell’era moderna, si scorcia nel corso del tempo. Le divise di regolamento delle negoziazioni – essendo ormai un cimelio storico la «moneta merce» – sono giustamente definite «monete segno». Il modello di prima approssimazione dell’economia d’azienda è che l’instabilità del metro monetario sia tollerabile per una corretta misurazione dei risultati aziendali e che sia necessario prendere atto dello scorciamento di tale unità di misura (molto meno probabile un allungamento della stessa), come già notato in precedenza, con discreta discontinuità, senza inficiare i ragionamenti riferiti ai calcoli di convenienza delle coordinazioni economiche e finanziarie di gestione dell’azienda.
La convenzione di usare un metro monetario – senza, pro tempore, tenere in considerazione la variabile lunghezza dello stesso – per le misurazioni degli scambi con terze economie è comoda sia per gli shareholder, sia per gli stakeholder, e in particolare per definire le obbligazioni tributarie di un’azienda. Le fluttuazioni, anche continue, del potere di acquisto della «moneta di conto»: le oscillazioni dei cambi nei casi di gestioni plurimonetarie; le modificazioni dei prezzi dei beni e dei servizi connesse con le variazioni nell’offerta di moneta e nella velocità di circolazione della divisa; le ripercussioni mediate sui prezzi di beni e dei servizi dovute ai cambiamenti del contesto nazionale in internazionale oltre che a scelte di politica monetaria e di politica economica; e così via, sono accadimenti che nel modello teorico delle misurazioni d’azienda sono presi in esame non in via sistematica.
Il problema prossimo sarà dunque la scelta del metro di misurazione delle quantità economiche di un’azienda. Ossia se continuare a ricorrere alla moneta numeraria della sede principale della medesima, ovvero a un’altra divisa circolante, o anche a una moneta teorica non circolante.
Certo, un passo in avanti può essere rappresentato dal passaggio alla teoria del «valore di un’azienda» anche se di per sé non è risolta la questione in quale unità monetaria esprimere tale valore. Non vi è dubbio, in ogni caso, che un «metro» variabile non sia alla lunga un buon riferimento per cogliere il mutare delle grandezze nel corso del tempo e anche per comparazioni nello spazio. Ciò in un contesto di economia globale e in presenza di un sistema monetario internazionale fondato su «monete segno».
D’altro canto non pare che si possa rinunciare a una misurazione, per quanto possibile significativa, delle quantità economiche delle aziende e, pertanto, occorre fermarsi a dibattere su quale sia la migliore, non solo la più comoda, moneta di conto. Ciò anche per giustificare le scelte di coordinazioni economiche e finanziarie di gestione di un contesto sia di economia globale sia di internazionalizzazione crescente degli scambi.
Si è detto sopra che il diffondersi di gestioni plurimonetarie, non solo per le imprese ma pure per le maggiori aziende di consumo, introduce, nella ricerca scientifica e anche nei ragionamenti e nelle deduzioni degli operatori, elementi che spostano l’indeterminazione logica delle analisi verso condizioni di indeterminazione dinamica, anche per l’ampliarsi di situazioni di indeterminazione statica. E per ora è vano sperare in una moneta unica, o dominante nel mondo e nella, non ricercata, leale competitività degli ordinamenti giuridici e amministrativi. Concorrenza anzi utilizzata per contrastare con politiche economiche e finanziarie «locali» gli effetti che l’economia globale tira a produrre nelle localizzazioni delle produzioni di beni e di servizi e nelle reti di distribuzione dei medesimi. Pertanto: nell’occupazione delle risorse umane, nell’insediamento delle organizzazioni aziendali, nelle abilità e capacità professionali richieste.
Insomma, la rapidità del cambiamento concreto del contesto, a prescindere da eventi e accadimenti del tutto imprevisti e anche traumatici, rende meno agevole formulare una teoria, con aspetti generali, dell’economia d’azienda, sia dal lato della misurazione delle quantità economiche, sia nell’aspetto della coerenza e validità nel tempo delle scelte di gestione più convenienti, sia infine al proposito della migliore organizzazione pro tempore.
L’obiettivo dell’investigazione scientifica deve allora essere quello di saper ridurre, avvalendosi delle nuove possibilità offerte dall’informatica per la raccolta, la classificazione, l’elaborazione e l’interpretazione delle informazioni e delle conoscenze, l’area dell’indeterminazione dei ragionamenti e delle analisi. Ossia, specularmente, di sapere meglio formulare le previsioni. Giacché se si consente sul concetto che l’azienda è un istituto economico destinato a perdurare, lo sguardo deve sempre essere rivolto al futuro. Ed è di vantaggio che nell’economia globale – frutto di meno turbate relazioni politiche internazionali – il sistema monetario mondiale sia ordinato al meglio.
A questo punto giova che chi scrive commenti più attentamente il campo di studio specifico coltivato.
L’economia delle aziende di credito
La scelta di concentrare il mio dominio di indagine scientifica sull’economia delle aziende di credito fu dovuta a un avvenimento specifico. La mia dissertazione di laurea riguardò il tema «Quantità economiche nelle banche di credito ordinario», argomento affidatomi da Gino Zappa. Mentre scrivevo la tesi, il professore divenne cieco, ma si fece leggere, e corresse, dandomi suggerimenti, la seconda parte della monografia che andavo approntando. Il tramite fu Carlo Masini. Mi laureai con i massimi voti e lode il 14 giugno 1952. Nell’anno accademico in discorso, Giordano Dell’Amore, che ebbi come docente nel corso di laurea, si trasferì dall’Ateneo di Ca’ Foscari alla Bocconi come ordinario di Tecnica bancaria e professionale e, nel 1952, divenne anche presidente della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde. Chiese al professor Zappa l’indicazione di un giovane laureato che potesse divenire suo assistente alla cattedra milanese. Il Maestro gli suggerì il mio nome. Così, quasi nello stesso tempo, mi laureai come ultimo discepolo, in ordine di tempo, di Gino Zappa e divenni il primo collaboratore, sempre in ordine di tempo, di Giordano Dell’Amore alla Bocconi.
Il campo dell’economia delle aziende di credito mi aveva sempre attirato, anche perché non ancora ampiamente considerato dalla scuola. Come mi disse al proposito Gino Zappa, in una delle visite nella sua casa di Venezia, quando gli leggevo i miei primi scritti in materia di banche, solo tre suoi allievi avevano fino allora studiato in tale settore: Ugo Caprara, Pasquale Saraceno e, appunto, Giordano Dell’Amore. Lui si proponeva di dettare un volume in materia come conclusione della serie iniziata con le tre monografie su Le produzioni di impresa. Ma, come ogni Maestro, non lesinava di proporre riflessioni e suggerimenti e di offrire stimoli di ricerca agli allievi, gratificato se tali ultimi avessero saputo coglierne i possibili sviluppi.
Orbene, ho impiegato non poco tempo a meditare la distinzione tra banche di credito ordinario, o banche commerciali, o banche di deposito come poi le classificherà Dell’Amore, e banche non di credito ordinario, ma pur sempre aziende di credito. Solo le prime, infatti, hanno debiti con funzione monetaria, che possono essere utilizzati per estinguere obbligazioni, in particolare obbligazioni di dare. In più, tali debiti, posti in circolazione, costituiscono la cosiddetta moneta bancaria, e sono al fondamento del moltiplicatore creditizio, anche a motivo che sono accettati in versamento da altre banche di credito ordinario, sia pure con la clausola salvo buon fine. Le banche di deposito si pongono così alla base del sistema dei pagamenti e vivono esse stesse in sistema.
Non di meno, è operante anche la banca universale, che congiunge il credito ordinario con quello finanziario e, talora, con il credito mobiliare, oltre ad avere, talvolta, sezioni di credito fondiario, di credito per le opere pubbliche e così via. Le perplessità in materia di investigazione scientifica erano allora: si possono enunciare principi generali per l’impresa banca? È vantaggioso che l’attività di credito ordinario sia distinta da quelle non di credito ordinario? Il dibattito al proposito dura da decenni, soprattutto in ordine alla seconda domanda, per la quale si formulano risposte alterne in tempi di congiuntura economica generale favorevole o no, in particolare in Paesi con strutture finanziarie che vedono la banca dominante, quando la mano pubblica è chiamata a intervenire dopo crisi acute.
Nella mia carriera accademica ho cercato di rispondere ad ambo le questioni.
La banca come impresa e non come istituzione
Pur essendo evidente che la banca è un’azienda con particolari caratteristiche – che ne fanno, con il credito ordinario, un ente di trasmissione anche della politica monetaria, e con il credito non ordinario un’azienda che deve quanto meno interpretare il consenso degli operatori economici rispetto agli impulsi di politica economica dello Stato – non ho mai pensato che non fosse un’impresa; come tale alla ricerca di un reddito di gestione. Non ho mai creduto, pertanto, che la banca potesse essere soprattutto un’istituzione, senza specifiche finalità di un equilibrio economico, oltre che finanziario e patrimoniale. Quindi non ho mai concordato con il pensiero scientifico orientato verso la proprietà pubblica delle aziende di credito. Anzi, l’operare delle banche, ordinarie e no, come imprese esclude che i banchieri possano divenire funzionari del consenso o agenti del dissenso politico. Ciononostante i nessi tra l’attività degli intermediari creditizi e le politiche monetaria ed economica, e che l’ente di regolazione e di controllo dei sistemi creditizi sia la banca centrale, non sempre sorda alle esigenze della politica tout court, soprattutto per il peso del debito sovrano nel sistema economico.
Le banche debbono essere salvate se cadono in condizioni di squilibrio o, peggio, in dissesto? Anche dallo Stato per tutelare il risparmio monetario? Ecco due altre questioni che determinano la particolarità degli intermediari creditizi. La risposta ai due quesiti è, a mio parere, la seguente, anche alla luce di scelte che si sono concretate negli anni della mia vita accademica e della mia investigazione scientifica.
Le banche ordinarie sono necessariamente collegate in sistema, se vogliono trarre vantaggio dalla funzione monetaria dei propri debiti. In quanto sussiste tra di esse un nesso di sistema, è utile che mettano in comune risorse a garanzia del pagamento dei propri debiti con funzione monetaria, con ciò assicurando il mercato degli operatori, che accettano tali valori in estinzione di obbligazioni. Le difficoltà di una data banca, se così superate, non turberanno l’ammontare del medio circolante, ossia la massa degli strumenti di pagamento. Ovvio, la solidarietà interbancaria non può essere la licenza per scelte di gestione imprudenti. Lo Stato deve perciò prevedere una disciplina dell’attività bancaria ordinaria in guisa che il pericolo di dissesto di un’azienda di credito possa gravare solo sui conferenti il capitale di rischio di quell’impresa, e non sui creditori, garantiti in via sussidiaria da forme di solidarietà interbancaria. Qualora la crisi fosse però sistemica, cioè riguardasse il complessivo sistema degli intermediari di cui si tratta, con alta probabilità anche le risorse di solidarietà tra banche non si dimostrerebbero sufficienti e, per non turbare la quantità complessiva dei mezzi di pagamento, potrà essere necessario l’intervento pubblico di salvataggio. Se la disciplina dell’attività bancaria ordinaria è bene articolata, tuttavia, le crisi dell’intero sistema dovrebbero essere eccezionali.
È del tutto evidente che la solidarietà interbancaria non possa riguardare l’attività creditizia non di credito ordinario, per natura non finanziata con debiti con funzione monetaria, che pertanto non connettono in sistema gli intermediari. Il cui dissesto potrà essere reso meno probabile da norme di disciplina pubblica, ma non escluso, e dovrà, alla fine, coinvolgere i creditori che detengono titoli di credito a rischio di insolvenza del debitore, e che al proposito vanno informati e resi consapevoli. Detti creditori, insomma, corrono i rischi di ogni investitore in attività finanziarie. Di fatto i debiti per il finanziamento dell’intermediazione non di credito ordinario fruiscono, direttamente o indirettamente, di un mercato secondario mobiliare, e solo in caso di crisi molto diffusa nel settore, con possibili ripercussioni sulla funzionalità del mercato mobiliare, potranno determinare provvedimenti e interventi da parte dei pubblici poteri. Rebus sic stantibus, le banche universali che non consentano la separazione e la distinzione tra intermediazione di credito ordinario e no, vanno considerate, dai regolatori e dai controllori della disciplina creditizia, quanto meno con particolare cautela.
In conclusione, mi pare che la migliore dottrina in materia di economia delle aziende di credito, pur considerando che trattasi di imprese che operano, tutte, regolate da una disciplina pubblica e pertanto con caratteristiche peculiari, giunga alla deduzione che il sistema delle banche di credito ordinario debba essere tenuto distinto dagli altri intermediari creditizi, di guisa che eventuali situazioni di squilibrio non possano trasmettersi da un campo all’altro. Mentre sussiste un interesse generale, di politica monetaria, a che il medio circolante, ossia i debiti della banca centrale più quelli delle banche di deposito, non debba subire variazioni di consistenza complessiva per le difficoltà di una data banca o, al limite, del sistema di tali intermediari, lo stesso non può affermarsi con riferimento alle aziende non di credito ordinario. La disciplina pubblica per le banche ordinarie deve essere perciò alquanto intensa, giacché mira alla tutela di interessi generali. Anche la disciplina pubblica per le banche di credito non ordinario deve essere rigorosa, ma diretta a che ogni singolo intermediario della specie trovi linee guida per non pregiudicare le complessive condizioni di equilibrio della propria gestione. Ciò non esclude che banche ordinarie partecipino al capitale di rischio di aziende non di credito ordinario e viceversa, ma è bene che eventuali crisi in un campo o nell’altro non trasmettano condizioni di contagio, come potrebbe accadere in una struttura di gruppo creditizio con architettura di banca universale, con nuclei operativi non giuridicamente distinti, così rendendo più complessa, e forse meno equa, la risoluzione di una crisi aziendale, trascinando in modo improprio interventi di solidarietà interbancaria. Fermo l’attenzione su questi punti, giacché solo per le imprese bancarie si hanno aspetti di sistema.
La banca come impresa regolata, disciplinata e vigilata dai pubblici poteri
L’intermediazione creditizia, dunque, è un’attività di impresa del tutto singolare: oltre al rispetto di norme generali, in materia di aziende con fini di lucro, è regolata e vigilata con disposizioni specifiche, con il peculiare scopo di tutelare i diritti dei creditori (banche ordinarie) o di rendere meno probabili i pericoli per i medesimi (banche di credito non ordinario). La stella cometa dei pubblici poteri è di dettare regole per la sana e prudente gestione delle banche di ogni categoria e di controllare l’osservanza di tali norme.
A questi punti, lo studioso di economia d’azienda deve porsi la domanda se l’investigazione in materia di economia delle aziende di credito costituisca o no un capitolo a sé. Insomma: la ricerca nel dominio dell’intermediazione creditizia è coerente con la teoria generale dell’economia d’azienda?
La coerenza non può dipendere dal fatto che una certa attività economica abbia norme particolari di disciplina e di controllo. La coerenza sta nel verificare se i principi generali di equilibrio delle gestioni delle imprese non differiscano, quanto ai fondamenti, passando da quelle industriali (manifatturiere) a quelle mercantili (commerciali) alle banche. E, nel caso di tali ultime, se la disciplina pubblica specifica non renda impossibile quella connessione e armonia. Debbo riconoscere che gli studi di economia d’azienda si sono poco preoccupati di considerare il punto precedente, sul quale, invece chi scrive ha voluto soffermarsi. Le banche sono state spesso considerate a sé, con caratteri di eccezione.
Perciò, investigando sulle condizioni di equilibrio economico, finanziario e patrimoniale di tali imprese, mi sono anche chiesto se l’anomalia riscontrata dagli studiosi non dipendesse da un’errata classificazione dei costi e dei ricavi bancari, per cui si qualificavano tali gli interessi passivi e attivi, che invece sono differenze lorde; definiti risultati lordi appunto, mutatis mutandis, in altre categorie di imprese.
Una convenzione contabile, inerente alla rilevazione dei debiti e crediti non numerari, così classificati dallo Zappa in quanto oggetto di negoziazione, era alla base della rilevazione e della misurazione dei risultati di gestione della banca. Non si applicava il modello del conto economico di esercizio ponendo a raffronto costi, ricavi e rimanenze, e quindi non valutando il possibile cash flow dell’attività indagata e così i correlati aspetti di equilibrio patrimoniale.
Ho tentato una risposta ai punti precedenti con la mia monografia del 1967: Costi ricavi e prezzi nelle banche di deposito. Ho così raggiunto la deduzione che anche per le banche è possibile costruire un conto dei profitti e delle perdite a costi, ricavi e rimanenze. Tale deduzione è riscontrata anche nella mia monografia su Il credito a medio termine (1969), attività non di credito ordinario.
V’è di più: le condizioni di equilibrio delle aziende di credito sono sostenibili, e perdurano, solo se le quantità economiche di gestione variano con direzione all’aumento nel corso del tempo. Circostanza invero propria di ogni categoria di imprese in costanza di condizioni di crescita dell’economia complessiva: del PIL si scriverebbe nei manuali di economia.
Se le quantità economiche d’azienda debbono aumentare, per conservare condizioni economiche di equilibrio di gestione nel medio e nel lungo periodo, consegue che debba crescere anche la consistenza dei capitali propri, per secondare condizioni di equilibrio finanziario e patrimoniale nel lungo andare. Nel contesto di mercati integrati e di una crescita rimarcata dell’economia globale, l’aumento dei capitali propri delle imprese non può fondarsi, di norma e per lungo tempo, sul solo autofinanziamento per ritenzione di utili netti; necessitano altri conferimenti e assetti proprietari che li consentano e favoriscano. Ciò è vero per ogni categoria di imprese e anche per le banche e sconsiglia la proprietà pubblica delle aziende di produzione e di distribuzione dei beni e dei servizi, come pure degli intermediari creditizi. La disciplina e la vigilanza pubblica con riferimento a tali ultimi deve tenere in considerazione le riflessioni precedenti.
Le quali trascinano pure il dibattito sulle dimensioni convenienti delle imprese di ogni categoria, in un contesto di economia globale per di più dominata da condizioni di indeterminazione dinamica nei ragionamenti. I piani successivi, in buona parte da edificare, dell’edificio dell’economia d’azienda non sono pertanto pochi; ma non penso debbano indurci a dimenticare le radici, e a non avere come principio di «considerare la nostra semenza».
I gruppi creditizi
Anche se la dottrina porta a desumere che l’attività bancaria ordinaria deve essere ordinata e organizzata in modi e forme distinte rispetto a quella non ordinaria, non si possono negare le interrelazioni dei due campi d’azione e le possibili sinergie. La banca universale come tale trascina rischi e pericoli; i gruppi creditizi possono essere vantaggiosi, purché ben strutturati.
Un’osservazione preliminare: la banca di deposito non richiede di per sé un’organizzazione operativa multinazionale; al contrario, l’attività di credito non ordinario, in un’economia globale, può giustificare, e talvolta rendere necessaria, tale organizzazione. Un gruppo creditizio, che comprenda ambo i tipi di intermediari, pertanto, deve consentire un coordinamento, e una differenziazione degli assetti proprietari nelle unità che lo compongono, tale da perseguire:
- la distinzione tra attività ordinaria e no;
- l’eventuale diversa articolazione geografica delle due classi di intermediari;
- la non diffusione di eventuali condizioni specifiche di crisi da una classe all’altra, limitando i pericoli e i rischi, avuto riguardo all’ordinamento giuridico, alle sole partecipazioni (capitali di rischio) intergruppo, ciò pur nella costanza di sinergie.
Inoltre, la naturale diversa organizzazione territoriale delle banche ordinarie, rispetto a quelle di credito non ordinario, e il distinto portafoglio di prodotti per la clientela, rendono probabile la non comunanza della clientela medesima e differenti i vantaggiosi assetti patrimoniali fra le aziende componenti il gruppo creditizio. La società capogruppo dovrà convenientemente rinunciare al controllo totalitario degli intermediari coordinati e diretti.
Mutatis mutandis, credo che tali ultime deduzioni possano riferirsi anche a gruppi manifatturieri al proposito delle localizzazioni delle aziende dedite alla produzione fisico-tecnica e delle organizzazioni per la distribuzione dei prodotti.
Le precedenti considerazioni inducono a considerazioni critiche al proposito delle caratteristiche strutturali di molti sistemi creditizi, tenendo in considerazione i problemi collegati con l’economia globale e l’integrazione dei mercati monetari e finanziari.
I principi dell’economia d’azienda hanno tuttora validità generale
Ho voluto fermare l’attenzione sul mio campo specifico di studio dell’economia d’azienda per confermarmi nel convincimento che la disciplina nata con la scuola del professor Zappa ha tuttora validità generale, quanto a principi fondativi. Ovvio, il mondo economico è assai più complesso rispetto agli anni Venti del secolo scorso, quando la dottrina fu formulata; soprattutto è mutata la situazione geopolitica e quindi da sistemi economici nazionali, pur aperti agli scambi con il resto del mondo, si è passati a condizioni di economia globale, con mutamenti alquanto significativi nella comparazione e nella competizione economica.
Ci si è molto avvantaggiati del controllo delle informazioni e delle conoscenze, ma si sono ampliati e diffusi rischi e incertezze nei campi esterni al core business delle imprese, mentre anche le stesse aziende di consumo hanno esteso l’orizzonte delle proprie valutazioni e delle preferenze per l’ottenimento di beni e di servizi.
L’economia globale trascina molte imprese – manifatturiere, mercantili e bancarie – a divenire multinazionali e a organizzarsi in gruppi aziendali. Quindi, a stringere negoziazioni con terze economie con regolamento in differenti monete numerarie, collegate tra esse da cambi talora molto instabili e con saggi di interesse specifici difformi e variamente mutevoli, talché anche i rendimenti dei mercati mobiliari internazionali, dove pure le imprese attingono risorse finanziarie e il risparmio monetario cerca collocamento, sono dissimili e con variazioni disomogenee.
La caratteristica dell’integrazione dei mercati – dei beni e dei servizi, della moneta e del credito e della finanza – non è ancora compiutamente investigata negli studi di economia d’azienda, ma nel presente si impone come materia di analisi. Comporta altre occasioni per le coordinazioni produttive e finanziarie d’azienda, ma anche rischi nuovi, non riguardanti il core business. Pericoli cui le aziende cercano di sottrarsi, ricorrendo a prodotti di mercato derivati, secondo esperienze maturate nei mercati a termine delle merci, illustrate da Ugo Caprara in una celebre monografia di oltre ottant’anni fa: Le negoziazioni caratteristiche dei vasti mercati.
Se non che, i prodotti derivati sono descritti come strumenti di pareggiamento dei rischi, quindi di ricercata relativa certezza, pro tempore, di valori per i calcoli economici di convenienza, ma hanno in sé contenuti di scommessa sulle variazioni di valore delle quantità economiche sottostanti e trascinano rischi di controparte negoziale anche molto rilevanti. Sì da indurre molti manager a tentare speculazioni proprio dedicandosi a sistematiche negoziazioni dei prodotti di cui si tratta. È evidente come, in tali aspetti, ci si discosti ancor più dai principi fondamentali dell’economia d’azienda.
Le banche, e gli intermediari finanziari in genere, sono spesso attratte dal gioco speculativo sui prodotti finanziari derivati, assai spesso più pericoloso di quello praticabile nei mercati mobiliari di Borsa. Trattasi di scommesse: ossia di materia estranea all’investigazione scientifica di economia d’azienda.
Tutte le precedenti considerazioni, non di meno, non consentono di negare la validità della costruzione delle fondamenta e del piano terreno dell’edificio della disciplina, che tuttavia esige di tenere in considerazione nuovi aspetti per il successivo innalzamento: l’accresciuta incertezza dell’unità di misura delle quantità economiche d’azienda; il progresso tecnologico più rapido e anzi per taluni aspetti tumultuoso; l’integrazione dei mercati e il passaggio all’economia globale; l’affermarsi del rilievo di valori denominati intangibili, un tempo non reputati determinati nel breve periodo, ma al presente di peso anche per la variabilità dell’organizzazione aziendale; la possibilità di raccogliere, in tempo reale o quasi, informazioni e conoscenze, e di classificarle e interpretarle, traducendole in decisioni operative e in nuove scelte di coordinazioni economiche e finanziarie di gestione; il nuovo grado di indeterminazione collegato con l’economia globale; e così via.
La «scuola del valore», promossa da Luigi Guatri tiene in considerazione molti punti precedenti.
Nuove vie da percorrere nella ricerca
L’assoluta maggioranza dei ricercatori nel campo dell’economia d’azienda concentra l’attenzione su aspetti particolari e/o generali della vita delle imprese, qualificate anche aziende di produzione per il mercato. Si trascurano nell’investigazione scientifica le aziende di consumo, alle quali, per altro, come acutamente osserva lo Zappa nella monografia postuma in materia, fa capo l’intera ricchezza collocata nelle imprese.
Nella misura in cui le aziende di consumo consentono alle organizzazioni di impresa di mobilitare risorse, a titolo di capitale o di debito, su piano planetario o in ogni caso in molteplici zone geografiche, anche gli orizzonti economici di dette aziende divengono multinazionali e coerenti con l’affermarsi dell’economia globale. In altro aspetto e specularmente, lo spostamento, assolutamente rapido, nello spazio dei beni e dei servizi amplia a dimensioni planetarie le fonti di reperimento di ciò che si desidera consumare.
L’integrazione dei mercati – dei beni e dei servizi, della moneta e del credito, del risparmio e della finanza – è pertanto una circostanza imprescindibile nell’affinamento degli studi d’economia delle aziende.
L’integrazione dei mercati e l’economia globale sono, a loro volta, processi che, determinatisi, divengono irreversibili, ma per ora non sono all’origine di un sistema monetario con una divisa unica o assolutamente prevalente, e anche relativamente stabile, di generale riferimento per la definizione dei prezzi negli scambi e per i calcoli economici di convenienza e di misurazione di risultati. Il dollaro degli Stati Uniti, che punta al traguardo in discorso, è moneta dominante ma, purtroppo, non con potere di acquisto stabile. Le singole monete numerarie non sono connesse da rapporti di cambio fissi o anche solo gradualmente variabili. La moneta di conto nell’economia delle aziende, se divisa numeraria circolante, è tuttavia un’unità di misura di lunghezza mutevole, anche in guisa significativa nel medio periodo. Tale condizione di fatto deve sempre essere premessa negli studi di economia d’azienda e nella formulazione degli assunti teorici.
Un’altra considerazione rilevante, alla base dei ragionamenti teorici, attiene al nesso tra sostenibilità nel tempo degli equilibri di gestione delle aziende di ogni categoria e la crescita economica, finanziaria e patrimoniale delle stesse affinché siano istituti economici destinati a perdurare. Vogliamo richiamare l’attenzione sul punto che le dimensioni convenienti di un’azienda sono soggette a una dinamica di crescita, coerente con l’aumento delle altre quantità economiche nell’ambiente nel quale l’azienda stessa vive e opera.
Le necessarie premesse all’investigazione scientifica nel campo della nostra disciplina chiariscono che il metodo di indagine debba essere sia deduttivo sia induttivo, con ragionamenti condizionati da indeterminazione, non solo logica ma statica e dinamica.
Giova ricordare che Gino Zappa affidò a uno dei primi allievi di Ca’ Foscari, Pietro Onida, il compito di predisporre una monografia su I finanziamenti iniziali e successivi di impresa. Il tema meriterebbe di essere ripreso, con specifico riguardo all’integrazione dei mercati monetari e finanziari, in un ambiente geoeconomico dove la libertà dei movimenti di capitali sia concessa e favorita, assolutamente, dalla possibilità, per ognuno, di spostare capitali e risorse monetarie nello spazio giovandosi della tecnologia informatica. Con l’osservazione che ogni azienda può mobilitare e/o collocare, dappertutto, capitali e mezzi monetari e finanziari, accettando i collegati rischi di cambio rispetto alla propria moneta di conto.
La mobilitazione di risorse finanziarie resta uno dei fattori fondamentali della vita delle aziende, soprattutto delle imprese, coerente nelle variazioni, come noto, con gli altri tre primari fattori: la mobilitazione di adeguate risorse umane, un’organizzazione appropriata delle combinazioni e dei processi produttivi, la flessibilità di pronto adattamento al mutare delle condizioni di ambiente.
Orbene, l’economia globale trascina, direttamente o per via mediata, alla multinazionalità delle aziende e all’operatività in più monete numerarie; immette nel sistema aziendale, anche di aziende non finanziarie e non di credito, come fattore nuovo, possibili o anche sistematici rischi di cambio, con evidenti ripercussioni sulla significatività delle misurazioni delle quantità economiche negoziate. Il ricorso ai prodotti finanziari derivati per pareggiare quei pericoli non annulla la presumibile indeterminazione delle analisi.
La capacità di mobilitare e di collocare capitali e mezzi in più monete si ripercuote anche sugli assetti proprietari delle aziende di produzione, favorendo il peso e i compiti degli investitori istituzionali e la dinamica dei mercati mobiliari, nonché gli spostamenti nello spazio dei risparmi. Aspetti che il progredire degli studi di economia d’azienda non dovrebbe trascurare. Si accennava in precedenza all’importante rilievo della mobilitazione delle risorse umane, in un tempo in cui le soglie di apprendimento di capacità e di abilità professionali si sono ridotte per merito del diffondersi delle conoscenze e per un migliore amalgama delle civiltà, e in cui la mobilità delle persone nello spazio si è enormemente accresciuta. In più in un’epoca in cui le informazioni si ottengono in tempo reale o quasi. Si tratta di aspetti nuovi per cui nel mondo si inclina a premiare soprattutto il merito, ma anche si volge a selezionare le risorse umane per caratteristiche specifiche, prescindendo dalla nazionalità. Il fattore umano tira a divenire multietnico. Con ripercussioni per cui si moltiplicano le posizioni occupazionali di specialisti, mentre risulta danneggiato, nel contesto sociale, chi svolgeva e sa solo compiere lavoro di routine. Con crescente difficoltà, per tali soggetti, di mobilità, di reinserimento nel mercato del lavoro in caso di disoccupazione, di avanzamenti di carriera. Il cosiddetto lavoro generico sarà vieppiù meno ricercato. La mobilitazione savia delle risorse umane diviene un vantaggio competitivo e un fattore di successo nelle imprese.
Delocalizzare aziende solo in funzione del minore costo del lavoro, soprattutto generico, è, nel XXI secolo, forse una scelta controcorrente e non di lunga vita, quanto più debba essere sofisticata la selezione delle risorse umane, aventi capacità imprenditoriali, di direzione e di esecuzione. Anche perché la distinzione fra proprietà e management volge a divenire più netta, soprattutto nelle aziende chiamate ad attivamente partecipare all’economia globale. La conveniente sovrapposizione dell’imprenditore con il titolare del capitale di riferimento è un’ipotesi di tempi in cui il merito non era valorizzato e premiato, e subordinato al censo.
Le precedenti considerazioni spostano l’investigazione scientifica verso le strutture di governo delle imprese, in rapporto anche all’ampiezza delle deleghe di potere che possono essere concesse alla struttura di management. E aprono agli aspetti di organizzazione.
La quale deve essere coerente con la capacità di mobilitare capitali e risorse umane. Anche il terreno dell’organizzazione deve e può ulteriormente essere dissodato e coltivato. È fondamentale per valorizzare e bene utilizzare le risorse di capitali e di uomini, senza dannosi sprechi.
L’organizzazione deve però essere flessibile, per consentire all’azienda di adattarsi prontamente all’ambiente esterno, per natura mutevole. Chi è afflitto da rigidità organizzative alla lunga esce dalla competizione del mercato. L’importanza della governance, della buona distinzione tra proprietà e management, della sapiente selezione delle risorse umane e della possibilità di variarne la composizione, della capacità di mobilitazione di altri capitali sono condizioni di un’organizzazione efficiente e flessibile e, nel contempo, di una capacità di adeguarsi alle nuove condizioni dell’ambiente esterno. Situazione, tale ultima, di coerente importanza e peso rispetto a quelle sopra commentate.
Come si vede non mancano solchi da arare nel campo dell’economia d’azienda.
Il dato di sintesi: reddito, valore?
L’opera di Gino Zappa di più diffusa notorietà è certo la monografia su Il reddito d’impresa. Saggio che studia le vie di formazione del risultato economico delle aziende di produzione, frazionandone la misurazione in periodi amministrativi, per convenzione di durata annuale. La dottrina della scuola conosce, a evidenza, le incertezze nella determinazione dei risultati di esercizio – ossia riferiti al periodo amministrativo – ma essi esprimono un vantaggioso riferimento al proposito della possibilità che l’azienda possa durare nel tempo in condizioni di continuità e sostenibilità di risultati economici positivi.
Si sono già evidenziate all’inizio di queste note sia le convenzioni al fondamento della misurazione dei risultati economici d’impresa sia le incertezze con riferimento all’unità di misura, soprattutto se trattasi di una moneta numeraria.
La «scuola del valore», cui ha dato vita il penultimo allievo, in ordine di tempo, dello Zappa, Luigi Guatri, cerca di superare tali condizioni di possibile errore nell’individuare le grandezze inerenti alla continuità e sostenibilità di risultati economici d’impresa, coniugando analisi e ragionamenti con le nuove complessità dell’economia globale. Si tratta, indubitato, di un significativo avanzamento della teoria. Senza, ovvio, superare le rilevanti condizioni di incertezza nelle misurazioni, giacché sussistono notevoli complessità, fonte di indeterminazione, oltre che logica, sia statica sia dinamica. Il tutto si ricollega all’instabilità del sistema monetario, nazionale e internazionale, in particolare nel presente. Giacché prevale il ricorso, nel misurare grandezze e quantità, a una moneta numeraria corrente per ogni singolo caso di studio, però in un contesto di mercati integrati.
Non di meno, mi pare di poter affermare, ancorché la formulazione di una teoria compiuta dell’economia d’azienda sia tuttora in itinere, che dalle fondamenta e dal piano terreno si è passati a un nuovo piano nell’innalzamento dell’edificio, pur nella continuità della linea architettonica. Ed è un indice di vitalità della scuola.
L’intuizione scientifica del professor Guatri mi pare di prima importanza. Non significa che l’investigazione scientifica nel campo dell’economia d’azienda sia giunta alla fine della via, ma solo che l’edificio si è innalzato e attende altri architetti che si interessino a un nuovo avanzamento della costruzione, che, come sempre nel campo della scienza, non avrà fine.