Il mondo di Guatri
2026/13
A partire dall’etica ripensare l’impresa
Etica e responsabilità sociale
Nella compenetrazione di aspetti economici, tecnologici, sociali, culturali, l’impresa gioca a tutto campo la sua cittadinanza, non nell’autoreferenzialità, ma nell’interazione con gli altri attori del contesto (le istituzioni, il sindacato, le collettività locali, la società civile). Con altre parole l’impresa produce a un tempo sia beni e servizi per il mercato sia relazioni di convivenza che si manifestano al suo interno e in rapporto all’ambiente. Non esiste pertanto impresa senza dimensione sociale. La socialità è connaturata all’essere e al fare impresa. È fondamento della sua responsabilità. E la responsabilità entra a pieno titolo nell’economia dell’azienda fornendo a essa qualità e sostenibilità nel medio-lungo termine1.
Ma cosa deve intendersi per responsabilità sociale? Certamente – in primo luogo – nel saper rispondere da parte dell’impresa (possibilmente anticipandole) alle molteplici sollecitazioni ed esigenze che provengono dalla gamma – sempre più ampia – dei suoi stakeholder con i quali instaurare un sistema di relazioni fiduciarie orientate alla reciproca soddisfazione. Del pari – in secondo luogo – si può osservare che la risposta alle sollecitazioni e alle esigenze degli stakeholder deve avvenire in maniera organizzata, proceduralmente corretta, verificabile.
Il ragionamento non può però finire qui. Occorre infatti interrogarsi in base a quali presupposti l’impresa intende dare contenuti concreti alla sua responsabilità sociale. Tali presupposti possono rinviare a politiche di immagine oppure a calcoli di mera convenienza. C’è dunque il rischio di rendere la responsabilità sociale un qualcosa di congiunturale e al limite di caduco. È l’etica – e questo va ribadito con forza – che conferisce senso alla responsabilità sociale di impresa, costituendone il fondamento ultimo. Occorre cioè fare riferimento a un insieme di principi, di valori, di orientamenti, volti a illuminare e guidare – in termini di buono e di giusto – la vita degli uomini.
In questa prospettiva, la persona assunta come fine – e non come mezzo – costituisce un convincimento morale ampiamente condiviso. Il campo di riferimento dell’etica è dunque la persona. L’affermazione, per meglio calarla nella realtà dell’impresa, richiede alcuni approfondimenti.
Il primo. Non si può parlare di persona in termini indistinti o generali. Occorre precisare a quale idea di uomo si fa riferimento. La visione antropologica incide pesantemente sul rapporto tra etica ed economia. Se si ritiene che la natura dell’uomo sia dominata dalla diffidenza, dall’istituto acquisitivo e di lotta e del pari se si considera l’uomo opportunista, inaffidabile, incapace di iniziativa si perviene a conclusioni ben diverse da quelle che possono discendere da una visione antropologica non egoistica o individualistica. L’antropologia del fordismo e l’antropologia del postfordismo non sono, evidentemente, la stessa cosa.
Il secondo. L’uomo non appartiene soltanto a se stesso. Anche nell’impresa l’uomo si trova in una triplice relazione fondamentale. Innanzitutto la relazione io-sé. È l’aspetto individuale della questione. L’io è un qualcosa di dato, il sé è una realtà in divenire2. Qual è il senso della vita e del lavoro del manager, a quale vocazione intende rispondere? Quindi la relazione con altre persone. L’impresa è un campo relazionale ove non esiste alcun io senza il tu e il voi. La struttura di tale relazione ha un carattere dialogico. Il linguaggio diventa di fondamentale importanza. Infine la relazione io/noi e l’ambiente. L’uomo non dipende solo ecologicamente dal mondo in cui vive; può cambiarlo costruendo un progetto. La struttura di questa ultima relazione è la cultura. L’impresa è un progetto e una cultura.
Il terzo. Il comportamento etico per essere tale – ovvero per non ridursi, come già accennato, a un fatto congiunturale e opportunistico – presuppone la disposizione interiore del soggetto ad agire in coerenza con principi e valori che si pongono come antecedenti logici dell’azione. Le virtù sono il luogo vero della vita etica. Ciò vale in generale e in particolare con riferimento all’imprenditore e al manager. Le regole meramente deontologiche rappresentano condizioni necessarie ma non sufficienti affinché l’attività economica risponda alle esigenze del bene comune. Sono necessari viceversa criteri più ampi e stringenti sul piano etico, capaci di porsi sia come vincoli all’autonomia dell’impresa sia soprattutto come stimoli per la scelta da parte degli imprenditori e manager di strategie (cosa produrre, come produrre, per chi produrre) più coerenti con la dignità della persona umana in una prospettiva di bene comune.
Etica dell’impresa, etica nell’impresa
Le considerazioni svolte nel paragrafo precedente possono completarsi distinguendo (per poi unire) tra etica dell’impresa, intesa quale attore unitario chiamato a confrontarsi con il dilemma del buono e del giusto in rapporto al mercato e all’ambiente più generale e etica all’interno dell’impresa, intesa come associazione di persone morali in rapporto tra loro, con l’organizzazione e con il contesto complessivo.
Da un lato esiste il patrimonio etico e culturale dell’impresa in base al quale essa si misura con le sollecitazioni dell’ambiente; dall’altro lato esiste l’ineliminabile pluralità di esperienze, di vissuti, di tensioni valoriali di coloro che fanno parte dell’impresa stessa e che, anche attraverso di essa, si rapportano alla dimensione più vasta della vita collettiva. Tra le due polarità la relazione non è automatica o univoca: il tutto non prevale sulla parte e viceversa. Pertanto il problema di come legare o conciliare (creando i presupposti per il reciproco potenziamento) etica dell’impresa da un lato ed etica dentro l’impresa dall’altro si rivela di fondamentale importanza. Di fondamentale importanza per evitare tanto situazioni di anomia personale quanto di paralisi organizzativa. Le modalità e le strumentazioni di collegamento tra destini personali e destini dell’impresa sono molteplici. In particolare l’esplicitazione dei valori che l’impresa intende assumere come guida per la sua azione riveste un ruolo prioritario sia all’interno dell’impresa sia nei rapporti tra questa e la società. I valori conferiscono significato ai comportamenti individuali e collettivi facilitandone l’orientamento e l’organizzazione. Con altre parole i valori – se condivisi – permettono una fusione tra coscienza personale (che interiorizza tali valori) e coscienza della comunità aziendale in vista di una più valida convivenza civile.
Il rapporto tra etica dell’impresa e etica all’interno dell’impresa non può però esaurirsi in se stesso. Rimanda a un disegno più ampio, comprensivo di etica della politica, della società, delle istituzioni. Queste non possono non concentrare la loro attenzione e le loro risorse sulla progettazione di assetti regolamentari in grado di favorire il miglior dispiegarsi della vita economica. Le istituzioni creano, per così dire, condizioni e infrastrutture normative funzionali a più elevati tassi di moralità. I misfatti finanziari possono nascere, oltre che da comportamenti scorretti di imprenditori e manager, anche dall’inesistenza di regole e controlli adeguati. Costumi virtuosi e norme regolamentari possono potenziarsi reciprocamente.
Un continuum di eticità lega l’impresa con le altre imprese, con i mercati, con la società civile, con il sistema politico-istituzionale. Mai come in questo momento avvertiamo l’esigenza di un clima etico diffuso e radicato. Esso non cade dall’alto. Richiede l’impegno convinto dei diversi soggetti e delle organizzazioni in cui operano. Certo non si può chiedere alle imprese cose che a loro non competono; del pari non possono essere snaturate in nome di una presunta socialità, magari a copertura di inadempienze di altri protagonisti. Pur tuttavia gli imprenditori e i manager non possono sfuggire ai doveri morali che hanno nei confronti della comunità. Le loro parole e le loro azioni influenzano e talvolta condizionano il modo di vivere di molti nell’impresa e nella società. Possono fare (ma non sono i soli) molto bene o molto male. L’impresa eticamente orientata, socialmente responsabile verso l’ambiente e verso i diritti umani, diventa una risorsa preziosa per il bene comune e per il mercato stesso che, in quanto costruzione sociale, viene progressivamente inserito in un sistema di coordinate umanamente e culturalmente più ricche.
Le imprese che prendono sul serio la responsabilità sociale aiutano la comunità ma aiutano anche loro stesse. Alimentano il capitale sociale della collettività, generano coesione sociale che sempre più si rivela essere un fondamentale fattore di competitività. Per contro, le vicende di questi ultimi tempi ci dicono che le imprese irresponsabili (ovvero le imprese che, al di là degli elementari obblighi di legge – quando non se ne può fare a menoritengono di non dovere rispondere ad alcuna autorità pubblica e privata né all’opinione pubblica in merito alle conseguenze della loro attività), orientate – con la complicità di manager ben remunerati – a massimizzare i profitti di breve e brevissimo termine a scapito di tutto il resto, rendono un cattivo servizio non solo al bene comune ma anche all’impresa medesima3.
Bene dell’impresa e bene della società. La responsabilità sociale è conveniente
L’impresa odierna non può non porre in essere comportamenti di responsabilità sociale. L’assunto è suscettibile di due linee di possibile applicazione. L’una, che potremmo definire settoriale o circoscritta, l’altra di portata più generale. Nel primo caso la responsabilità sociale si concretizza in politiche e interventi mirati, traguardati su determinate problematiche sociali avvertite come rilevanti. L’impresa, ad esempio, può destinare una percentuale del suo fatturato alla lotta contro talune malattie oppure alla salvaguardia del patrimonio storico, ambientale ecc. Del pari l’impresa può astenersi da comportamenti ritenuti pregiudizievoli alla luce di determinati valori etici (per una banca non finanziare imprese che producono armi). In questa fattispecie l’impresa viene ad assumere, volontariamente, un’obbligazione sociale nei confronti della collettività di cui si sente compartecipe. Obbligazione sociale che coesiste, o meglio, si aggiunge alle logiche strutturali e strategiche dell’impresa stessa senza necessariamente metterle in discussione. Ai consueti investimenti necessari per raggiungere i suoi obiettivi di sviluppo economico e produttivo l’impresa può affiancare un volume maggiore o minore di «investimenti socialmente responsabili».
La seconda linea di applicazione – che ricomprende e sistematizza la prima – vede nella responsabilità sociale, non un «di più», ma una componente strutturale del modo di essere e di fare impresa. L’impresa è plasmata dal mondo in cui nasce e vive e, a sua volta, trasforma questo mondo proprio in rapporto alla sua specificità. A partire da tale presupposto, la relazione tra l’impresa e l’ambiente risulta talmente profonda che la responsabilità non solo è conciliabile con la logica d’impresa, ma va vista come parte integrante e essenziale della sua programmazione strategica fino a diventare un vero e proprio attributo manageriale.
Il bene delle persone si lega al bene dell’impresa. Il bene dell’impresa si connette al bene della società, dell’ambiente. Con riferimento a quest’ultimo aspetto il legame sta nella molteplicità di fini che l’impresa persegue nel suo percorso di crescita nel tempo. In particolare: creare valore aggiunto in modo giusto e distribuirlo con equità; offrire beni e servizi utili al consumatore, prodotti in maniera efficiente e sostenibile; realizzare posti di lavoro, opportunità e condizioni organizzative coerenti con la dignità umana e nella tutela dei diritti delle persone; promuovere relazioni costruttive e cooperative tra l’impresa e i suoi stakeholder; impegnarsi per la continuità dell’impresa nel tempo; far sì che l’impresa sia una buona cittadina ovvero agisca per il bene nell’ambito della società (rispettare le leggi, evitare impatti negativi delle proprie azioni, promuovere il benessere della collettività concorrendo alla soluzione dei problemi sociali ecc.). L’elenco potrebbe continuare. Trattasi di una serie di passaggi nell’ambito dei quali – come sottolinea Porter – il rapporto tra il business e la società può non essere un gioco a somma zero bensì largamente positiva. Il business e la società hanno bisogno l’uno dell’altra. Le scelte fatte devono essere vantaggiose per entrambe le parti sulla base del principio del valore condiviso4.
Possiamo concludere su questo punto chiedendoci se il perseguimento di obiettivi di responsabilità sociale è suscettibile di una valutazione economica positiva. In altri termini, la responsabilità sociale è conveniente? Indubbiamente essa in molti casi è costosa, presenta costi certi5. Migliorare le condizioni di lavoro e di sicurezza, promuovere iniziative di conciliazione familiare comportano esborsi finanziari. L’attuazione di processi produttivi rispettosi dell’ambiente in grado di minimizzare le emissioni inquinanti e gli scarti richiede investimenti addizionali. L’attenzione alle esigenze sociali, culturali delle comunità territoriali di riferimento (sponsorizzazioni, interventi filantropici ecc.) non è a costo zero. Preoccuparsi del rispetto dei diritti umani lungo tutta la catena della fornitura a livello nazionale e internazionale può tradursi in uno spread negativo di competitività rispetto ad altre imprese che sfruttano – ad esempio attraverso le delocalizzazioni e il ricorso ad appalti e subappalti – il minor costo del lavoro e la permissività della normativa ambientale.
A fronte dei costi certi, le ricerche a nostra disposizione mettono in evidenza l’esistenza di benefici effettivi e potenziali considerevoli, in grado di compensare ampiamente l’onerosità delle misure di responsabilità sociale. Non possiamo in questa sede entrare nel merito tecnico di detti benefici6. Ci limitiamo a evidenziare un aspetto peculiare che assume un significato riepilogativo dell’intero ragionamento. Il riferimento è alla reputazione che discende dal perseguimento di prassi efficaci di responsabilità sociale. Essa entra a pieno titolo nell’economia dell’impresa fornendole qualità e sostenibilità nel medio lungo termine.
La reputazione costituisce un fondamentale intangible asset dell’impresa aumentandone il valore, la capacità competitiva sul mercato, il posizionamento sociale. La lealtà e la fiducia riducono i costi di coordinamento, di controllo, di contrattazione. Aumentano la capacità di fronteggiamento dell’incertezza e il tasso di innovatività. Fidelizzano fornitori e clienti, promuovono il coinvolgimento dei dipendenti e ne migliorano la produttività. La cooperazione tra le imprese, tra queste e la società civile determina, a livello macro, esternalità positive di cui tutti possono usufruire attivando una circolarità virtuosa tra capitale reputazionale e capitale sociale.
In questo quadro la consecuzione del profitto si colloca in un sistema di coordinate molto più ampio rispetto all’area del tradizionale calcolo economico. Il profitto, a medio e lungo termine, è garanzia o base materiale per l’opzionalità dell’impresa ovvero per la salvaguardia dei suoi gradi di libertà. Senza di esso risulta difficile, se non impossibile, un discorso di responsabilità sociale, pur tuttavia un disavanzo strutturale sul fronte del consenso ovvero dei valori, rischia di pregiudicare fortemente la redditività d’impresa strettamente concepita. Il profitto chiede di essere deideologizzato. Esso è una componente del valore aggiunto che si crea nell’impresa e come tale destinato, da un lato, alla remunerazione di una specifica categoria di stakeholder (i proprietari del capitale) e, dall’altro, all’alimentazione, attraverso il suo reinvestimento, della crescita economica e sociale dell’impresa, crescita che passa attraverso l’apporto solidale e interdipendente della globalità degli stakeholder a partire dal fattore lavoro, dalla sua creatività e intelligenza.
Etica dell’impresa, etica del manager
L’etica entra a pieno titolo nella quotidianità dell’azione manageriale. Il manager prende decisioni muovendosi tra più alternative possibili, implementa e attua tali decisioni anche qui scegliendo, tra i molti mezzi disponibili, quelli ritenuti più opportuni, pone in essere – nell’ambito della sua discrezionalità – una vasta gamma di relazioni all’interno dell’impresa e nel contesto in cui questa opera. È di piena evidenza che le problematiche che il manager affronta non sono quasi mai esclusivamente tecniche, neutrali da un punto di vista etico. Le scelte hanno sempre implicazioni morali, più o meno intense, e quindi richiedono una valutazione in termini di buono e di giusto.
Il manager può trovarsi a fare i conti sia con conflitti di interesse ovvero con situazioni in cui è impossibile soddisfare un’esigenza senza sacrificarne altre (lavoratori stabili e lavoratori precari, azionisti di controllo e azionisti risparmiatori ecc.) sia con veri e propri dilemmi morali (efficienza o solidarietà) sia con contrapposizioni tra la propria coscienza e obblighi di tipo regolamentare ovvero tra ciò che il manager ritiene giusto e ciò che invece è costretto a fare.
In ordine a tali questioni non esistono ricettari o manuali di pronto intervento. La responsabilità è sempre del manager. Ciò è indubbiamente vero tuttavia il problema può essere affrontato in termini metodologicamente corretti. Al riguardo possono essere individuati tre passaggi. Il primo. Il manager deve saper identificare, riconoscere la natura morale delle diverse situazioni, i valori coinvolti, gli interessi e le esigenze in gioco, le diverse ottiche che possono essere assunte (personali, dell’organizzazione, dei diversi stakeholder). Il secondo. Il manager – una volta identificato il problema – deve essere in grado di articolare un ragionamento in ordine alla soluzione del problema stesso, scegliendo un comportamento. Questo può tradursi in un compromesso oppure privilegiare alcune alternative a scapito di altre. Il terzo. Una volta che il comportamento è stato scelto, il manager – lo ribadiamo – si assume in maniera trasparente le proprie responsabilità.
Con riferimento a quanto osservato, il comportamento del manager può essere ricondotto a due differenti concezioni etiche. Secondo la concezione consequenzialistica o teleologica le scelte vengono valutate esclusivamente sulla base delle conseguenze che producono. Conseguenze buone rendono buona l’azione. Al contrario, secondo la concezione deontologica, le scelte sono valutate non in rapporto ai risultati bensì in funzione di principi, valori, regole che si pongono come antecedenti logici della decisione. La distinzione non è assoluta: le concrete situazioni sono di fatto situazioni miste. Le decisioni e i comportamenti assunti dal manager hanno un proprio valore intrinseco, rispondono a specifiche intenzioni e nel contempo comportano conseguenze anche esse variamente ponderabili in termini di valori e disvalori.
Possiamo ritenere che per essere un buon manager, accanto alle indispensabili competenze strategiche (capacità di visione del futuro e conseguente individuazione degli obiettivi da raggiungere), tecniche (intese come abilità legate alla risoluzione di specifici problemi) e relazionali (sapere lavorare con gli altri, comunicare, motivare, gestire e risolvere i conflitti), vadano poste solide competenze morali, consistenti nelle virtù che rendono il comportamento del manager esemplare, capace di generare fiducia, collaborazione, impegno. La disposizione interiore del manager a operare in vista del bene comune, secondo bontà e giustizia, poggia su due fondamenti generali dai quali si dipartano le virtù specifiche o competenze morali legate all’azione del manager. Tali fondamenti consistono, da un lato, nella buona volontà congiunta a un robusto spirito di servizio e, dall’altro, nella saggezza pratica ovvero nel sapere dare concretezza a ciò che è ritenuto buono e necessario7. Si rende pertanto indispensabile, come osservato all’inizio, una capacità di giudizio e di valutazione rispetto alle finalità da raggiungere e ai mezzi da utilizzare e quindi una disponibilità piena ad assumersi le proprie responsabilità.
Etica e complessità dell’impresa
Le riflessioni fin qui condotte ci aiutano a ripensare l’impresa nei suoi fondamenti costitutivi. La questione della responsabilità sociale rappresenta un antidoto salutare contro il rischio di eccessive semplificazioni nello studio delle imprese. Non si può infatti parlare di etica senza assumere la complessità dell’impresa ovvero senza assumere l’impresa quale categoria storica, multidimensionale, multidirezionale, plurale, progettuale e cognitiva, confrontata con il cambiamento.
- L’impresa non è una categoria astratta o platonica. Richiede l’inserimento in specifiche coordinate temporali e spaziali. Queste non sono neutrali o indifferenti rispetto all’essere e fare impresa.
- L’impresa è tante cose contemporaneamente. Un flusso di trasformazioni, un agente economico, un organismo, un insieme di culture, una struttura socio-psicologica. Nessuna dimensione può essere messa tra parentesi.
- L’impresa non è un attore isolato, ma momento di una popolazione di attori sociali, che concorrono alla definizione del mercato e dell’ambiente. E l’ambiente è, a sua volta, un mix inestricabile di elementi economici e non economici che si riversano nell’impresa e ne determinano le molteplici e multiformi relazioni competitive, collaborative, politiche, culturali, morali.
- L’impresa è una coalizione di persone e di gruppi sociali alla ricerca di un orientamento condiviso. L’irriducibile pluralismo dell’impresa si gioca nella combinazione di interessi particolari e di interessi generali, di valori personali e di valori collettivi. Tale pluralismo va reso coerente evitando anarchia da un lato e totalitarismo dall’altro.
- L’impresa esprime un «proprio dover essere progettuale» che si misura con l’ambiente attraverso la valorizzazione della propria cultura intesa come patrimonio simbolico, esperienza di realizzazioni strategiche, intreccio di valori e di competenze distintive. Nel contempo l’impresa produce e utilizza conoscenza attraverso il rapporto tra saperi interni ed esterni.
L’impresa vive nel mutamento, nella transizione. Transizione non vuol però dire provvisorietà o congiunturalità. Nelle organizzazioni sociali ed economiche la compresenza di vecchio e di nuovo è ineludibile. L’impresa in transizione si connota oggi per alcuni passaggi significativi:
- da obiettivi di quantità a obiettivi di qualità. Ciò che attualmente conta non è tanto l’accumulazione fisica di capitale e la connessa consecuzione di economie di dimensione (tradizionalmente intese) quanto l’accumulazione di capitale umano, di conoscenze, di competenze, di capacità di innovazione da un lato e di creazione di valore per tutti gli stakeholder dall’altro;
- da parametri di efficienza statica a parametri di efficienza dinamica e di efficacia. Accanto alla necessaria ottimizzazione delle risorse date si pone, con sempre maggiore importanza, l’esigenza di saper generare nuove alternative, nuove possibilità di impiego e di valorizzazione per le risorse stesse;
- da una logica aziendale articolata per funzioni (intese come distinte e separate attività verticali) a una logica strutturata a sistema ove è fondamentale il governo delle interdipendenze tra le molte variabili in gioco;
- da visioni strettamente gerarchiche a visioni reticolari nel cui ambito le varie soggettività appaiono capaci, attraverso la comunicazione, di coordinarsi rispetto a compiti e obiettivi condivisi;
- dalla pianificazione rigida alla flessibilità progettuale e conseguentemente dalla centralizzazione al decentramento, inteso come diffusione di decisionalità e responsabilità, onde riconoscere e reagire tempestivamente alle sollecitazioni dell’ambiente;
- da criteri organizzativi fondati sulla progressiva semplificazione e scomposizione del difficile (e quindi su di un apprendimento per ripetizione) a circuiti organizzativi finalizzati al trattamento di un’irriducibile complessità;
- da strutture organizzative impersonali alla creatività e alla capacità di apprendimento dei vari soggetti attivamente coinvolti nell’impresa e con l’impresa;
- dall’operatività fisica all’operatività intellettuale e, più in generale, dalla tecnica alla cultura ovvero da un’attenzione esclusivamente centrata sugli strumenti a una capacità di «visione del mondo»;
- da impostazioni prevalentemente competitive e conflittuali a impostazioni che tengono conto della necessità della cooperazione e dell’accordo con le altre imprese e di concertazione con gli altri soggetti sociali che intervengono nella vita dell’impresa;
- dalla neutralità etica alla responsabilità sociale concepita come capacità di cogliere e valutare, sulla base di determinati valori, le implicazioni (in termini di giusto-ingiusto, bene-male) delle scelte aziendali.
È proprio con riferimento al cambiamento, alla compresenza di vecchio e di nuovo, alla complessità dei processi di transizione che può riconoscersi alla grande impresa la qualifica di «protagonista etico» del nostro tempo. Anche attraverso la parzialità della funzione specializzata esercitata (produzione per il mercato) l’impresa si confronta con valori e opzioni più generali sino a diventare un soggetto generale, capace di produrre – come osservato all’inizio – relazioni di convivenza a partire dalla urgenze etiche che la riflessione teorica e la sensibilità del tempo hanno reso evidenti.
Con altre parole, i problemi e le esigenze del contesto interpellano l’impresa. Questa non può sottovalutare l’impatto (in positivo e in negativo) delle proprie scelte. In particolare deve rendere conto degli spazi di opzionalità in cui opera, di come spende i propri gradi di libertà, del contributo che fornisce (direttamente e indirettamente in quanto organismo problem solving e creatore di valore) alla costruzione di una società policentrica dove ciascuna polarità è dotata della responsabilità, ma anche del dovere, cambiando se stessa, di contribuire al cambiamento nel contesto.
Etica e partecipazione
L’assunzione di una dimensione etica nell’essere e nel fare impresa colloca i rapporti di questa con i suoi stakeholder in un’ottica capace di superare impostazioni meramente procedurali e opportunistiche. Ogni stakeholder ha diritto a essere trattato non come mezzo ma come soggetto che concorre a determinare le strategie dell’impresa stessa. L’impresa, socialmente responsabile, è un’impresa che riconosce ampio spazio alle prassi partecipative, specie – nell’esperienza europea – con riferimento al fattore lavoro e alle sue organizzazioni di rappresentanza sindacale.
Certamente, oggi, partecipazione e concertazione (ovvero dialogo sociale) non rappresentano più fatti meramente ideologici o sovrastrutturali. Esse rispondono, in larga misura, alla necessità di governare variabili economiche e sociali tra di loro collegate da rapporti di interdipendenza e processualità. I sistemi complessi per essere strutturati e gestiti richiedono diffusione di decisionalità, accesso interattivo alle informazioni, visione integrata dell’assieme, logiche cooperative, condivisione valoriale.
Resta però uno snodo ineludibile. Esso sta nell’interpretazione e nell’uso del potenziale partecipativo insito nelle organizzazioni complesse e quindi nell’impresa. Agli interrogativi – chi partecipa? come? per conto di chi? in vista di quali obiettivi? con quali poteri? – possono essere date nei fatti risposte molto diverse. Queste potrebbero essere esclusivamente aziendalistiche, favorire soltanto talune fasce di lavoratori e di professionalità, trascurare ciò che si trova al di fuori dell’impresa, potenziare comportamenti corporativi. Del pari la concertazione di sistema potrebbe esaurirsi nell’accordo bloccato tra interessi forti nonché coprire all’interno delle singole organizzazioni prassi gerarchiche e autoritarie. Vi è però un’altra possibilità alternativa. Quella di trasformare il potenziale partecipativo delle organizzazioni complesse in un valore politico e culturale da spendere in vista di trasformazioni generali sul terreno della democrazia industriale ed economica.
Non possiamo sviluppare ulteriormente l’argomento. Osserviamo soltanto che nell’impresa sono da sempre coesistite due distinte sorgenti di legittimazione del potere: l’una delegata dalla proprietà delle risorse, l’altra dai prestatori di lavoro e di professionalità. La storicità dell’impresa ha poggiato largamente sul gioco dialettico di queste due forme di legittimazione, trovando in ciò un fattore quanto mai significativo di propulsività e innovazione. L’impresa odierna registra il passaggio dalla gestione (statica) delle risorse alla gestione (dinamica) dei saperi. L’obiettivo di efficacia economica nell’uso delle prime si rapporta all’esigenza di libertà e di cittadinanza dei portatori dei saperi stessi. Portatori che non possono essere considerati mere variabili dipendenti dell’organizzazione anche perché, in non pochi casi, le loro competenze effettive e potenziali eccedono la capacità di loro utilizzo da parte dell’impresa.
Un patto tra impresa e società
L’impresa – attraverso la produzione di beni e servizi – concorre ad assicurare il progresso tecnico ed economico. Tutto ciò richiede però finalizzazione. Progresso, come? Progresso, per chi? Progresso, perché? La risposta a siffatti interrogativi passa attraverso lo sviluppo delle responsabilità partecipative di tutti coloro che operano nell’impresa cooperando al suo successo, successo che non può essere separato da una prospettiva di interesse collettivo e di solidarietà che trascende l’impresa stessa e si apre a tutta la comunità.
La responsabilità sociale delle imprese assume una dimensione e una rilevanza pubbliche risultando funzionale a un più generale discorso di democrazia economica, intendendo con tale espressione un progetto complesso che esige la definizione di precise regole per il mercato, la ristrutturazione dei sistemi di governance delle imprese, la conseguente attivazione anche a livello legislativo di meccanismi partecipativi sul versante sia della gestione sia del controllo dei sistemi economici, il consolidamento dello stato sociale facendo interagire dimensioni pubbliche e private con particolare riguardo al privato sociale.
Un patto può legare l’impresa e la società. Questa – la società – vede nell’impresa una risorsa da salvaguardare e sviluppare, quella – l’impresa – accetta la sfida del bene comune. Il bene dell’impresa (capacità di reddito, di sopravvivenza, di sviluppo) e il bene dell’ambiente in cui l’impresa è inserita sono tra loro strettamente interconnessi nel reciproco riconoscimento dell’impegno e del contributo necessari per la realizzazione di assetti più giusti e solidali. Assetti più giusti e solidali, capaci di coniugare competitività, crescita economica, occupazione, vita buona (o perlomeno decente) per tutti. Assetti più giusti e solidali nei quali sia possibile operare per la riconciliazione tra:
- socialità ed economicità superando l’impostazione per cui la prima è considerata esclusivamente come un costo o un vincolo da minimizzare e la seconda come unica espressione della razionalità imprenditoriale;
- crescita della produttività e aumento dell’occupazione assumendo in termini contestuali lavoro e sviluppo, promuovendo altresì il finanziamento di attività di utilità sociale;
- flessibilità per far fronte al cambiamento e tutela dei valori fondamentali della persona che non possono essere strumentalizzati e precarizzati;
- uguaglianza fondamentale dei soggetti e valorizzazione delle professionalità personali in una prospettiva di reciproco arricchimento;
- profitto e uso sociale delle risorse nel quadro delle più vaste esigenze della crescita nella solidarietà.
Per il nostro Paese, sempre più coinvolto in processi involutivi, trattasi di sfida di particolare impegno. Al riguardo possono individuarsi tre passaggi significativi.
Il primo. Occorre, da un lato, investire nell’intelligenza (le grandi reti capaci di diffondere sviluppo e innovazione, di fertilizzare il territorio) e, dall’altro, in una migliore qualità della vita per tutti. Vi sono bisogni ed esigenze che non possono più essere sacrificati a livello di assistenza, cultura, protezione ambientale ecc. Essi rappresentano nel contempo importanti «giacimenti» per alimentare la crescita.
Il secondo. Occorre creare un clima di fiducia tra i vari protagonisti dell’economia e della società, in particolare imprese, sindacato, istituzioni. Il riferimento d’obbligo è alla concertazione ovvero allo scambio di certezze reciproche tra i diversi attori in ordine al conseguimento di obiettivi condivisi.
Il terzo. Occorre solidarietà. Solidarietà tra uomini e donne; tra padri e figli; tra regioni ricche e regioni povere; tra chi ha i soldi ma non li investe e chi ha capacità di iniziativa economica e sociale e chiede di essere sostenuto.
In economia più strade sono possibili. Solo ampliando l’ambito di riferimento ideale e pratico si può pensare a un modello di sviluppo, e quindi di vita, con costi umani meno elevati degli attuali, più ricco, più solidale, capace di riprodursi creativamente, ma anche di rispondere alle domande di senso degli uomini e delle donne del nostro tempo. Efficienza, giustizia, partecipazione non possono più essere separate e in misura crescente, si pongono come condizioni per un nuovo sviluppo.
Rispettare l’ambiente è anche conveniente; il coinvolgimento dei lavoratori, dei consumatori, dei cittadini è essenziale per il successo delle stesse iniziative economiche; senza regole del gioco trasparenti e affidabili anche la funzionalità del mercato viene meno; la solidarietà e la sussidiarietà (tra loro connesse per evitare assistenzialismo e corporativismo) creano le premesse perché abbiano a dispiegarsi le potenzialità di ciascuna persona, di ciascun gruppo sociale, di ciascun popolo, perché sia possibile l’accesso più largo ai beni e ai servizi di base, nell’interesse del maggior numero di soggetti e nel rispetto delle generazioni future.
L’economia ha dunque bisogno di etica. Non un’etica astratta o generica, senza contatto con il mondo e le sue contraddizioni, ma un’etica capace di farsi «dimora», nella quale recuperare il senso dell’intraprendere, del lavorare, del vivere. Un’etica che non si traduce in vincoli o proibizioni ma che è capace di offrire orientamenti in vista del bene della persona nelle sue valenze individuali e collettive. Un’etica dunque che non si sovrappone all’agire dell’uomo ma che diventa esigenza intrinseca dell’agire stesso. Ciò anche nell’impresa.
Note
1 Caselli L., La vita buona nell’economia e nella società, Edizioni Lavoro, Roma, 2012.
2 Rich A., Etica economica, Queriniana, Brescia, 1993.
3 Gallino L., L’impresa irresponsabile, Einaudi, Torino, 2005.
4 Porter M., Kramer M.R., «Creare valore condiviso», Harvard Business Review, Gennaio/Febbraio, 2011.
5 Becchetti L., Bruni L., Zamagni S., Microecnomia, il Mulino, Bologna, 2010; Molteni M., Responsabilità sociale e performance d’impresa. Per una sintesi socio competitiva, Vita e Pensiero, Milano, 2004.
6 Molteni M., op. cit.
7 Melé D., Management Ethics, Palgrave Macmillan, London, 2012.