Il mondo di Guatri
2026/13
L’economia aziendale: un grattacielo di cui si sono poste le fondamenta e costruiti i primi piani
Il mio innesto nella tradizione degli studi economico-aziendali del nostro Paese risale alla fine degli anni Cinquanta e ai primi anni Sessanta del secolo scorso. Tra i numerosi scritti di cui mi sono nutrito per capire qualcosa dell’economia aziendale, mi limito qui a ricordare L’azienda e Le discipline economico-aziendali di Pietro Onida1; Valutazioni e rivalutazioni, L’organizzazione del lavoro e L’ipotesi e l’economia di azienda di Carlo Masini2; Le produzioni di Gino Zappa3.
Su quest’ultimo lavoro, in ciò incoraggiato dal mio Maestro, professor Masini, ricordo di avere speso parecchio tempo, al fine di cogliere la visione che dell’economia aziendale aveva il suo fondatore e trarre stimoli all’avanzamento delle conoscenze. Su questa ponderosa opera di Zappa sono poi tornato in età matura, producendo un contributo al quale farò riferimento in questo scritto4.
Ciò premesso, nel seguito mi soffermerò anzitutto su cos’era l’economia aziendale agli inizi della mia carriera accademica. Passerò quindi a menzionare alcuni significativi sviluppi successivi, per poi arrivare a dire come vedo la situazione odierna e il futuro dell’economia aziendale.
L’economia aziendale com’era
Sul finire degli anni Cinquanta e agli inizi degli anni Sessanta l’economia aziendale si presentava come una disciplina giovane, vocata a colmare un vuoto di conoscenza nell’ambito degli studi economici entrando in una comprensione intima delle aziende, delle loro interrelazioni, dei processi che in esse hanno svolgimento.
La visione del mondo economico di cui l’economia aziendale era portatrice muoveva dalla constatazione che i fenomeni economici – produzioni e consumi, risparmi e investimenti – hanno luogo per grandissima parte nelle organizzazioni dei vari ordini e tipi comunemente chiamate «aziende» e che la vitalità delle stesse, fondamentale per il buon andamento dell’economia, dipende dalle condizioni di contesto e da come sono governate. Il problema trascurato dal mainstream degli studi economici, e che costituiva invece la ragione d’essere dell’economia aziendale, era per l’appunto quello di capire, nella loro complessità sistemica e dinamica, i reali meccanismi di funzionamento delle aziende e di produrre conoscenze rilevanti per cogliere l’impatto sulla loro funzionalità economica sia dell’azione di governo delle stesse sia delle decisioni di politica economica.
A questo fine, l’economia aziendale, almeno nell’impostazione zappiana, si era dotata di una definizione dell’azienda come «istituto economico destinato a perdurare», la quale, mentre includeva il «modello giuridico-istituzionale» dell’azienda nonché, nel loro continuo modificarsi, il patrimonio e l’organismo personale, privilegiava la considerazione delle operazioni o attività che in essa hanno svolgimento e delle loro dinamiche coordinazioni articolantisi in processi e combinazioni di processi5.
Dette operazioni o attività venivano ricondotte alla ben nota tripartizione della complessiva attività di amministrazione di un’azienda in attività di gestione, di organizzazione e di informazione e controllo, attività strettamente collegate fra loro in funzione delle esigenze gestionali, talché le operazioni/attività di gestione venivano poste al centro dell’attenzione dello studioso così come lo sono per i vertici aziendali.
In questa concezione dell’azienda – che potremmo definire activitybased view – il patrimonio e l’organismo personale trovavano considerazione in quanto «fattori impiegati» in modo più o meno efficace ed efficiente nello svolgimento delle operazioni/attività e in quanto, a loro volta, «oggetto» di attività più o meno attente a preservarne o ad accrescerne le capacità e il valore. Da ciò conseguiva che la logica di progettazione degli assetti strutturali dell’azienda, o comunque di azioni modificative degli stessi, era dettata dalla considerazione delle attività al cui svolgimento dovevano servire6.
L’economia aziendale era una disciplina dalle grandi potenzialità. Questa l’opinione raccolta nel 1958 dalla viva voce di Gino Zappa, che, per significare lo stato dell’arte dell’economia aziendale a trent’anni dalla sua fondazione, la paragonava a un grattacielo di cui si erano costruite soltanto le fondamenta7.
A quell’epoca Zappa aveva ultimato i tre volumi dell’opera Le produzioni nell’economia delle imprese, a cui avrebbero dovuto fare seguito, nell’immediato, il volume Redditi e risparmi, investimenti e consumi nell’economia delle aziende di erogazione e, successivamente, altri volumi intitolati Costi, prezzi, risultati nelle produzioni e nei consumi di azienda, Moneta, credito, banca e borsa nell’economia delle imprese e delle aziende di erogazione, Determinazioni di conto e fuori conto nelle imprese e nelle aziende di erogazione e, da ultimo, «scritti minori» riguardanti Società per azioni, coalizioni e concentrazioni di imprese e L’economia di azienda.
Tutte queste opere, «già composte negli schemi di trattazione e nelle prime minute manoscritte», avrebbero dovuto essere pubblicate «in corso di tempo relativamente breve»8. Purtroppo, com’è noto, Zappa è riuscito a scrivere, oltre alle 2200 pagine de Le produzioni, solo le 800 pagine confluite nell’opera postuma pubblicata nel 1962 col titolo L’economia delle aziende di consumo, la quale costituisce piccola parte del lavoro che Zappa aveva in mente di pubblicare col titolo Redditi e risparmi, investimenti e consumi nell’economia delle aziende di erogazione.
Le Produzioni offrono comunque materiali di grande interesse per cogliere lo stato dell’arte dell’economia aziendale come percepito da Gino Zappa alla fine degli anni Cinquanta. In tale opera, infatti, Zappa si sofferma sul divario tra ciò che si conosceva e ciò che si doveva ancora apprendere e si inoltra in alcuni ben individuati campi di indagine al fine di dare un suo contributo a colmare tale divario e, verosimilmente, per stimolare l’impegno di ricerca dei giovani studiosi.
Il gap conoscitivo da colmare, nella percezione di Zappa, era enorme e crescente a motivo della complessità e del dinamismo dei sistemi aziendali e della scarsa conoscenza che sino ad allora ne era stata acquisita. E l’economia aziendale non poteva sottrarsi al compito di colmarlo rassegnandosi a semplificare la realtà economica per costruire delle teorie appaganti sul piano logico formale, ma distanti dal reale. Essa, infatti, era nata proprio dalla «necessità di studiare la condotta economica degli uomini nei complessi istituti d’azienda nei quali essi effettivamente operano in solidarietà di intenti, di sforzi e di mezzi con altri uomini», dal rifiuto di sistemazioni della vita economica «sul fondamento fittizio di ipotesi altamente astratte»9 e dall’ambizione di aprire una nuova via alla comprensione dei fenomeni economici.
Ma, domandiamoci, qual è il contributo all’avanzamento delle conoscenze economiche che si intravede dalla monumentale opera a cui Zappa si è totalmente dedicato nell’ultimo decennio della sua esistenza? Le produzioni, specialmente se si considerano l’epoca in cui sono uscite e l’handicap della cecità del suo autore, sono uno straordinario trattato di economia aziendale, in cui si affrontano con un grado di profondità ammirevole tutta una serie di tematiche istituzionali dell’economia aziendale per poi entrare in territori poco o per nulla esplorati.
In estrema sintesi, il primo tomo delinea una teoria generale dell’azienda e dell’impresa; il secondo è in gran parte dedicato all’analisi strutturale dell’impresa considerata nei suoi due fattori produttivi, lavoro e capitale, e nell’articolazione delle sue coordinazioni produttive; il terzo tomo e gli ultimi paragrafi di quello precedente, infine, sono per gran parte dedicati all’investigazione della dinamica delle produzioni d’impresa.
Ma vediamo di esplicitare alcune significative direttrici di ricerca economico-aziendale sulle quali Zappa si è spinto o intendeva spingersi nel prosieguo dell’opera, che ha lasciato incompiuta e che gli sviluppi successivi dell’economia aziendale hanno dimostrato essere feconde10. Esse sono: la struttura delle coordinazioni produttive d’impresa; le connessioni tra aspetti economici, finanziari e monetari, aspetti quantitativi non monetari e aspetti qualitativi dei fenomeni dinamici; il coordinamento delle attività economiche lungo la catena produttivo-distributiva e il loro adeguamento al consumo; la dinamica delle produzioni d’impresa.
Ragioni di spazio mi impediscono di soffermarmi su ciascuno di questi filoni di indagine. Mi limito perciò a dire dell’ultimo, che forse è quello che maggiormente ha impegnato e appassionato Zappa ne Le produzioni e che nelle Aziende di consumo viene ripreso con riferimento alle aziende di ogni tipo.
Le produzioni sono pervase dalla consapevolezza delle condizioni perturbate dell’impresa e dell’instabilità della gestione, delle quali sono manifestazioni tipiche: l’insufficiente o l’eccessiva disponibilità di dati fattori produttivi (nei rispettivi mercati di approvvigionamento), il formarsi di capacità produttive inutilizzate, l’eccessivo assottigliarsi o accumularsi di scorte di semilavorati o di prodotti finiti, il chiudersi inatteso di spazi tradizionali di impegno dell’impresa e il formarsi di nuovi campi di iniziativa imprenditoriale (propria e/o altrui). Le cause degli squilibri sono riconducibili, da un lato, al «mutare assiduo delle circostanze proprie dei mercati dei fattori produttivi e dei prodotti nei quali l’azienda compie le sue negoziazioni» e, dall’altro, a scelte sbagliate del management («non sagaci politiche di gestione») e/o a carenti capacità realizzative dello stesso («inopportune attuazioni»). In ogni caso, i rimedi sono da ricercare in «incessanti cambiamenti nelle operazioni, nei processi produttivi e nelle loro combinazioni», i quali, a loro volta, «comportano modificazioni spesso profonde nelle strutture d’impresa…»11.
Così stando le cose, la conclusione a cui Zappa perviene è drastica12:
Lo schema abusato dello stato di equilibrio, a cui ogni impresa tenderebbe quando se ne discostasse, non è fatto per la teoria economica d’azienda, la quale nemmeno in ipotesi non in tutto irreali sa determinare le condizioni di equilibrio di cui troppo sovente si parla come di complesso fenomeno suscettibile di esatta definizione.
E in termini non meno netti questo giudizio è ribadito nell’opera postuma13:
Ogni teoria d’azienda svolta nell’ipotesi astratta di un equilibrio esistente in un dato momento e non soggetto a continue perturbazioni, ogni teoria di tale tipo che non sia integrata dallo studio dinamico dei fenomeni considerati è di necessità profondamente alteratrice di ogni realtà.
La critica di Zappa sembra rivolta, da un lato, agli astratti modelli, che affidano la definizione dell’equilibrio di un sistema economico alla risoluzione di un sistema di n equazioni con n incognite14; dall’altro, a un certo modo irreale di concepire la gestione e la funzionalità di un’azienda, secondo cui la prima consisterebbe nel definire e conseguire posizioni di equilibrio statico – espresse tipicamente da situazioni patrimoniali – a intervalli fissi di tempo15, mentre la seconda risulterebbe dal solo studio della struttura del patrimonio16.
La critica zappiana non può invece considerarsi indirizzata al contributo di Aldo Amaduzzi sulle condizioni di equilibrio dell’impresa17 o a quello racchiuso nella tesi di laurea da lui stesso assegnata a Tancredi Bianchi sulle condizioni di equilibrio delle banche18. È indubbio però che, all’epoca in cui scriveva i passi sopra riportati, egli ritenesse che la direzione feconda nella quale indirizzare gli sforzi degli economisti d’azienda dovesse essere quella di costruire una teoria della dinamica delle produzioni d’impresa, ossia una teoria esplicativa di come le imprese possano sopravvivere in condizioni di equilibrio continuamente perturbato. In modo ancora più chiaro la direttrice di ricerca da seguire scaturisce da questo magistrale profilo dell’impresa dinamica, atta a operare proficuamente in condizioni perturbate19:
L’impresa, che si potrebbe assumere a simbolo delle odierne condizioni produttive, è un istituto che solo nel progresso ha vita feconda: si trasforma in un corso incessante, sperimenta sempre nuovi processi, attua nuove combinazioni produttive, richiede crescente efficienza di organismi produttivi, ampliate strutture patrimoniali, più ricchi e vasti mercati. Il complesso e prolungato svolgimento delle coordinate produzioni attuate è accompagnato da frequenti innovazioni tecniche ed economiche, da ricerche di nuovi mercati, da un’acuita sensibilità alle nuove domande che non concedono mai sosta al procedere delle produzioni, che non mai consentono di conseguire la desiderata stabilità, il voluto duraturo equilibrio, la sicurezza dell’occupazione e dell’investimento. […] Proprio con i cambiamenti dei processi produttivi e con le loro molteplici combinazioni si cerca di concorrere validamente ad attribuire più vantaggiosi svolgimenti e una minore instabilità alla gestione produttiva d’impresa.
Non posso chiudere queste note sull’economia aziendale «com’era», senza accennare al fatto che essa negli anni Cinquanta/Sessanta, nonostante l’impegno di Zappa e di tanti suoi valorosi allievi, aveva chiaramente un problema di legittimazione all’interno della scienza economica. Dico «chiaramente» sia per la palese, scarsa considerazione che generalmente avevano gli economisti aziendali all’interno del mondo degli economisti20, salvo che per le loro competenze ragionieristiche21, sia per il riorientamento che alcuni economisti d’azienda avevano impresso ai loro studi in direzioni diverse da quelle propriamente economico-aziendali (ad esempio, nella direzione dell’economia industriale o dell’economia monetaria e creditizia), sia infine per la soddisfazione di vedere pubblicato nel Trattato Italiano di Economia della UTET il volume di Pietro Onida, Economia d’azienda.
Questo problema è stato poi gradualmente superato sia per gli sviluppi delle discipline economico-aziendali sia per un crescente interessamento di economisti per problematiche che sono al centro degli interessi scientifici dell’economia aziendale.
Dei successivi sviluppi dell’economia aziendale
Nei decenni successivi si è assistito a un notevole sviluppo delle conoscenze economico-aziendali. E ciò principalmente per l’aprirsi dell’economia aziendale agli studi di management, che, com’è noto, si articolavano per aree funzionali (organizzazione, finanza e analisi finanziaria, controllo, marketing, produzione, logistica, ricerca e sviluppo, strategia22); lo sviluppo degli studi specialistici settoriali; lo studio e l’impiego di «storie d’azienda» e «casi aziendali» nell’insegnamento e nella ricerca, che hanno progressivamente visto gli studiosi prendere sul serio la raccomandazione di Zappa circa il «dovere delle teorie verso i fatti»; la diffusione di scuole di management; gli investimenti in scuole di dottorato; l’impulso dato a ricerche interdisciplinari; il progressivo aprirsi del mondo accademico italiano al confronto internazionale.
Cominciamo col dire di alcuni progressi registrati nelle direzioni di ricerca, in precedenza richiamate, su cui Zappa ne Le produzioni ha posto particolare enfasi e su cui si è anche personalmente impegnato. E ciò non già per dimostrare l’influsso del pensiero zappiano – la cui ultima fatica è rimasta poco nota in Italia e del tutto sconosciuta all’estero – ma per il fatto che tali direzioni di ricerca si sono rivelate feconde e consentono perciò di dare conto in una qualche misura del fervore di studi che nei decenni successivi hanno ispessito le conoscenze generali di economia aziendale.
La struttura delle coordinazioni produttive d’impresa
Ecco alcuni filoni di studi che, con varie finalità, hanno contribuito all’avanzamento delle conoscenze economico-aziendali facendo leva sui concetti di processo produttivo e di combinazione produttiva o su concetti analoghi, a essi assimilabili:
- la teoria della gestione, che, muovendo dalla distinzione tra gestione operativa e gestione strategica23, attività correnti e attività di set up24, ha aperto la strada a una comprensione più realistica dei processi di gestione e del loro intrecciarsi;
- l’impresa multibusiness, che richiede di essere gestita in modo unitario ma con un’attenzione focalizzata sulle singole aree strategiche di affari (ASA), le quali altro non sono che particolari coordinazioni di processi produttivi, ovvero combinazioni prodotto/ mercato/tecnologia suscettibili di essere gestite con una logica strategica differenziata e di configurarsi come unità organizzative di sintesi e di responsabilità reddituale. In tal modo si pongono le basi perché l’impresa possa operare proficuamente in differenti contesti competitivi, misurandosi con bisogni, clienti, concorrenti e dunque con fattori critici di successo/regole del gioco competitivo differenti;
- l’analisi strategica delle determinanti del successo/insuccesso imprenditoriale, riconducibili all’attrattività del settore e al posizionamento strategico dell’impresa. Quest’ultimo, a sua volta, è riconducibile alla configurazione delle attività della catena del valore e alle modalità di loro svolgimento, e, precisamente, alle «attività primarie» – le quali altro non sono che i processi di movimentazione dei materiali e dei prodotti (logistica in entrata e logistica in uscita), i processi di trasformazione tecnologica, i processi di marketing e vendita, i processi di assistenza post-vendita – e alle «attività di supporto» alle attività primarie – che sono i processi di approvvigionamento, di sviluppo delle tecnologie, di gestione delle risorse umane nonché i processi amministrativi interessanti l’impresa nella sua globalità –, attività tutte che, ove siano svolte meglio e/o a costi inferiori a quelli dei concorrenti e ove presentino caratteri di unicità tali da essere difficilmente imitabili, sono alla base di un vantaggio competitivo sostenibile e di una conseguente superiore performance reddituale;
- la contabilità gestionale, i sistemi di programmazione e controllo della gestione e di cost management, progettati in coerenza con le esigenze di efficace ed efficiente gestione dei processi produttivi e delle loro combinazioni (activity based costing);
- la reingegnerizzazione dei processi di business – come i processi di evasione degli ordini, di sviluppo e lancio di nuovi prodotti, di assistenza al cliente, di approvvigionamento dei materiali oggetto delle attività di trasformazione e così via – in vista di velocizzarli, ridurre i costi degli input produttivi, accrescere il «valore per il cliente» degli output e, dunque, aumentarne la produttività complessiva.
Le connessioni tra aspetti economici, finanziari e monetari, aspetti quantitativi non monetari e aspetti qualitativi dei fenomeni dinamici
Pure su questo terreno si sono registrati progressi notevoli. Eccone alcuni fra i più significativi:
- l’assimilazione, nel nostro Paese, delle tecniche di analisi dei flussi di cassa, da tempo utilizzate oltreoceano, e l’integrazione dei concetti di capitale circolante netto e di reddito spendibile nella teorica del bilancio di esercizio. Passaggi essenziali per arrivare a cogliere tangibilmente – e non in termini meramente qualitativodescrittivi – le connessioni tra andamenti economici, finanziari e monetari della gestione;
- la progressiva riconduzione a sistema compatto – funzionale sia ai fini di analisi ex post che ai fini di determinazioni preventive – dei molteplici indici impiegati nelle analisi di bilancio. Ciò ha consentito il superamento della tradizionale, parcellizzata, ratio analysis e il passaggio a un’esplicitazione organica del potenziale informativo di bilancio in tema di redditività, solidità patrimoniale, liquidità e dinamica delle dimensioni aziendali;
- l’applicazione di una rigorosa analisi delle relazioni di causa/ effetto per risalire dalle performance reddituali, quali possono evincersi dai bilanci di esercizio, alle loro determinanti, rappresentate da quantità economiche oggetto tipico di rilevazioni extra-contabili o statistiche (prezzi-costo, prezzi-ricavo, volumi di produzione/vendita, mix di produzione/vendita, grado di utilizzo delle capacità produttive, quote di mercato, rendimenti fisici ecc.). Passaggio, questo, essenziale per approfondire la riflessione sull’utilizzo complementare delle rilevazioni di conto e fuori conto e per operare l’ulteriore passaggio consistente nel collegare le risultanze di tali rilevazioni alle scelte operate nella manovra delle leve gestionali e organizzative in presenza di date condizioni di contesto;
- gli sviluppi in materia di contabilità gestionale, dal direct costing all’activity-based costing, al cost management, progressi tutti funzionali alla conoscenza delle connessioni tra aspetti economici e aspetti qualitativi dei fenomeni gestionali;
- gli sviluppi delle analisi di sensitività sulla scorta di modelli di simulazione economico-finanziaria computerizzati in grado di rispondere immediatamente alle più disparate domande del tipo what if?;
- la messa a punto di tutta una strumentazione di analisi strategica finalizzata a dare risposta a domande del seguente tenore: perché le imprese hanno (o non hanno) successo? Quali le determinanti del successo (o insuccesso) aziendale nella prospettiva di un’analisi statica e quali nella prospettiva dinamica? La prima prospettiva analitica fa perno sui già menzionati concetti di attrattività del settore, posizionamento strategico/vantaggio competitivo, catena del valore; la seconda sui concetti di potenziale di trasformazione di settori e mercati (in quanto all’origine di opportunità di business) e di capacità di iniziativa e di innovazione dell’impresa (da cui dipende evidentemente la possibilità stessa di cogliere tali opportunità);
- gli sviluppi in tema di piani industriali25 e di controllo strategico, che rappresentano importanti contributi in tema di formulazione e implementazione di strategie di business26 o, addirittura, di governo della dinamica strategica dell’impresa27;
- gli sviluppi applicativi del System Dynamics a problemi di gestione, ossia di una metodologia basata sull’analisi delle relazioni dinamiche di causa/effetto tra le variabili rilevanti coinvolte nel problema considerato, la quale consente tra l’altro di trattare – e quindi di incorporare nei modelli – anche variabili di tipo qualitativo.
Il coordinamento delle attività economiche lungo la catena produttivodistributiva e il loro adeguamento al consumo
Anche qui ci troviamo in presenza di un campo di indagine rivelatosi poi fecondo. Basti accennare a due filoni di ricerca: quello dell’Industrial Dynamics (poi ribattezzato col nome di System Dynamics) e quello delle reti/coalizioni di imprese.
Il primo, sin dai contributi pionieristici di Forrester, ha rivelato un formidabile potenziale esplicativo dei fenomeni dinamici, anche se poi le concrete applicazioni al governo degli stessi da parte del management aziendale sono state piuttosto rare. Anzi, l’iniziativa del management innovativo e imprenditoriale si è mossa in altre direzioni. Infatti, soprattutto a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, è diventato sempre più rilevante il fenomeno delle reti (o coalizioni) di imprese, come forma di organizzazione dell’attività economica in grado sia di controllare la turbolenza e l’instabilità generate dall’inadeguatezza del mercato (come meccanismo di coordinamento delle imprese operanti lungo la catena produttivo-distributiva) sia di allargare i confini dell’operare d’impresa contenendo gli investimenti (con i connessi fabbisogni finanziari) e i rischi di burocratizzazione gerarchica. E proprio su questo importante fenomeno, che si è avvantaggiato dei rilevanti progressi dell’ICT e dei sistemi di gestione della supply chain, si è sviluppato il secondo dei due filoni di ricerca sopra accennati28.
La dinamica delle produzioni d’impresa
Nei due, tre decenni successivi alla scomparsa di Zappa, i contributi più significativi sono andati in una direzione diversa da quella da lui indicata e, precisamente, nella direzione di costruire una teoria economicoaziendale dell’equilibrio dell’impresa, esplicativa delle basi di successo imprenditoriale duraturo, in grado di «tenere» in presenza di cambiamenti ambientali di varia natura.
I correlati empirici di tali contributi scientifici erano rappresentati sia da imprese leader nei rispettivi settori o segmenti di mercato, che per l’appunto erano state capaci di stabilizzare il loro successo e di conservare la loro leadership di mercato e di redditività in presenza di varie congiunture e di attacchi da parte di agguerriti competitori, sia da imprese che invece erano state capaci di successi rivelatisi poi effimeri e dalle fragili basi. Il riferimento è agli studi in tema di:
- formule imprenditoriali di successo29;
- meccanismi di isolamento configuranti situazioni di quasi monopolio pur in presenza di contesti di mercato concorrenziale30;
- posizionamento strategico forte – esplicitantesi in un vantaggio competitivo difendibile – in settori strutturalmente attrattivi grazie alla stabilizzazione di certe regole del gioco favorevoli alla produzione di elevati profitti pur in presenza di alterne vicende cicliche31;
- reti di imprese, costituitesi intorno a imprese leader che, superando logiche tradizionali, sono riuscite ad allargare stabilmente i confini delle attività controllate e a governare non poche delle turbolenze e squilibri tra produzioni e consumi descritti ne Le produzioni32.
Questi filoni di indagine per altro non sono stati i soli sentieri di sviluppo di conoscenze economico-aziendali rilevanti. Infatti, non sono mancati i contributi orientati alla costruzione di una teoria della dinamica delle produzioni d’impresa. Si pensi in particolare agli studi stimolati dall’osservazione di imprese che avevano seguito impressionanti traiettorie di crescita diversificata o dalle crisi e ristrutturazioni a cui non poche di esse hanno dovuto sottostare e più in generale agli studi che, a partire dal lavoro pionieristico della Penrose33, erano protesi a contribuire a una teoria della crescita dell’impresa. Si pensi, ancora ai contributi sui processi di governo strategico in condizioni di turbolenza ambientale che, muovendo dalla distinzione tra cambiamenti congiunturali (transitori, reversibili) e cambiamenti strutturali (permanenti, irreversibili), si sono addensati a partire dai lavori di Rehnman34 e Igor Ansoff35 negli anni Settanta stimolati tra l’altro dalle dinamiche innescate dalla crisi energetica dell’autunno del 1973.
Successivamente, a partire dagli anni Ottanta, quando ormai, sotto l’incalzare di una concorrenza di tipo nuovo che veniva soprattutto dal Giappone, erano crollati i miti di tante imprese occidentali che si erano adagiate sui loro successi, e quando i nuovi miti divulgati dalla letteratura sull’eccellenza imprenditoriale (a partire dal famoso lavoro di Peter e Watermann36) hanno man mano cominciato, a loro volta, a crollare sotto i colpi di dirompenti dinamiche competitive, hanno via via preso consistenza filoni di studio maggiormente orientati nella direzione di costruire una teoria della dinamica della strategia. Tra questi, a mio parere, meritano speciale menzione quelli in tema di orientamento strategico di fondo del vertice aziendale, ossia di modelli mentali, valori, convincimenti radicati che guidano, spesso inconsciamente, l’azione manageriale. Infatti, è a partire dalla presa di coscienza e dal discernimento su tali variabili soft che prendono l’avvio i processi di innovazione strategica richiesti dai mutamenti ambientali mantenendo un solido ancoraggio a una corretta concezione dell’impresa, dei suoi fini, del ruolo che è chiamata a svolgere nella società, delle relazioni che instaura con i suoi diversi interlocutori.
Nei contesti competitivi oggi di gran lunga prevalenti, caratterizzati da ipercompetizione e da discontinuità che hanno origine in straordinari progressi tecnologici (in particolare delle tecnologie di connettività), in processi di liberalizzazione e in una crisi di cui ancora non si vede la fine e destinata a segnare un cambio d’epoca, è impensabile che un’impresa possa vivere di rendita per decenni su una qualche innovazione tradottasi in una business idea consolidata. Oggi perciò i contributi scientifici che si inscrivono in una teoria dell’equilibrio stabile dell’impresa e delle dinamiche competitive svolgentisi all’interno di confini settoriali dati e di regole del gioco che si assumono esse pure come stabili, pur continuando ad avere una loro importanza ai fini delle analisi e delle scelte di posizionamento strategico, hanno perso gran parte del loro interesse e gli sforzi degli studiosi si indirizzano proprio nella direzione di contribuire a una teoria dinamica della strategia e delle produzioni d’impresa, esplicativa non tanto delle basi di successo soggiacenti a superiori performance competitive e reddituali, quanto piuttosto dei processi manageriali e dei processi di apprendimento all’origine della creazione – e del continuo riprodursi – di tali basi, nonché dei contesti comportamentali in cui tali processi si dispiegano.
Si può perciò dire che l’archetipo di impresa dal successo consolidato, che sfrutta una formula imprenditoriale innovativa sapientemente costruita e mantenuta nel tempo, appare oggi un po’ superato, trovando riscontro in realtà imprenditoriali e settoriali sempre più limitate, mentre il modello di riferimento, su cui si concentrano diversi contributi, è quello dell’impresa dinamica e innovativa, incamminata con continuità su un sentiero di crescita di utili e fatturato grazie all’esplicarsi di capacità di innovazione su un triplice terreno: quello delle innovazioni operative, che le consentono di essere sempre sulla frontiera della produttività; quello delle innovazioni strategiche, che le consentono di fronteggiare le minacce e di cogliere le opportunità originate dalle discontinuità ambientali; quello delle innovazioni gestionali, organizzative e di assetto giuridico-istituzionale, che le consentono di coniugare rigore e disciplina con libertà di sperimentazione e iniziativa, di adeguare i sistemi di governance e di management alla complessità dei compiti di governo e direzione dell’impresa e di far fronte nel migliore dei modi alle esigenze di ricambio generazionale.
È interessante notare che il modello ideale d’impresa al quale oggi studiosi e operatori guardano, e che si ingegnano di elaborare e realizzare, non è dissimile da quello delineato da Zappa più di mezzo secolo fa37. La cosa è a tutta prima sorprendente. Il quadro in cui le imprese operano, infatti, è radicalmente diverso: quello di un’economia globalizzata e attraversata da mutamenti epocali, mentre allora si era in presenza di un’economia assai meno interconnessa a livello mondiale e dominata da dinamiche congiunturali. Ma la generica rappresentazione dell’impresa atta a fronteggiare la situazione è singolarmente simile: aperta a innovare a tutto campo, a liberare le energie positive, a realizzare le sue potenzialità. Il che induce a pensare che i principi/ valori imprenditoriali alla base di un buon management e di una buona governance non siano soggetti a mutare sostanzialmente; richiedano bensì un continuo apprendimento applicativo. E questo, a seconda della situazione di partenza della singola impresa e della natura strutturale o congiunturale delle dinamiche ambientali, dovrà essere radicalmente innovativo o conservativo.
Di alcuni aspetti problematici
I progressi di cui si è detto, e molti altri ancora, si sono verificati contestualmente al manifestarsi dei fenomeni accennati all’inizio del precedente paragrafo. Di essi, peraltro, alcuni non sono stati esenti da pericoli sui quali ora conviene soffermarsi. Mi riferisco precisamente ad aspetti problematici connessi ai fenomeni della specializzazione, dell’interdisciplinarità e dell’internazionalizzazione.
La specializzazione
Gli studi specialistici, sia di area funzionale che settoriali, hanno svolto un ruolo determinante per gli sviluppi successivi alla scomparsa di Zappa. In particolare, l’apertura dell’economia aziendale alle discipline manageriali ha portato una ventata di aria fresca: basti pensare al venir meno, almeno nella mentalità di un crescente numero di economisti d’azienda, della preclusione a utilizzare i contributi delle discipline manageriali, quasi che non rientrassero nella sfera della missione scientifica dell’economia aziendale; alla crescente consapevolezza che i corsi di strategia aziendale potevano considerarsi a pieno titolo corsi di economia aziendale progrediti; alla focalizzazione sulle tematiche propriamente gestionali indotta dai contributi di aree come quelle di marketing management, R&D management, operation management; alla «scoperta» che anche all’estero vi era chi si occupava di tematiche trasversali, comuni ad aziende di ogni ordine e tipo, ad esempio nell’ambito degli studi di organizzazione.
Anche lo sviluppo di conoscenze settoriali in campi ancora poco esplorati e di grande rilevanza nell’economia, come quelli della pubblica amministrazione, della sanità, del non profit, è stato un fatto importante.
Tutti questi sviluppi specialistici, peraltro, si sono verificati in una situazione in cui l’economia aziendale come disciplina di base di tipo generalistico, nell’opinione almeno di molti aziendalisti, si riduceva a poco più dei ben noti concetti e principi elementari rappresentati dalle nozioni d’azienda, soggetto economico, soggetto giuridico, unità sistemica e dinamica, autonomia relativa e via discorrendo. L’economia aziendale quindi di fatto non ha svolto, se non in misura limitata a un ridotto numero di studiosi, il compito di matrice comune a tutte le discipline specialistiche e di punto di accumulo delle conoscenze da esse generate, con la conseguenza di un indebolirsi della capacità di capire le problematiche economico-aziendali con quella visione d’insieme, ampia e lungimirante, delle stesse, che è essenziale per produrre conoscenze generalmente valide e utili a chi ha responsabilità nel governo delle aziende e del sistema economico.
In conseguenza di ciò – e di una formazione dei ricercatori che raramente prevedeva una solida preparazione di base in tutte le aree del management e una certa esperienza di differenti tipi di aziende – la specializzazione di area funzionale e di settore, anziché rafforzare l’identità economico-aziendale degli aziendalisti, spesso l’ha fatta deviare nella direzione di correnti di studio e comunità scientifiche che nel DNA non hanno la capacità di comprensione dei fenomeni aziendali nei più diversi tipi di aziende e nel loro dinamismo e complessità sistemica.
L’interdisciplinarità
Gli aziendalisti, com’è noto, hanno frequenti opportunità di collaborazione su temi di comune interesse – come il bilancio, l’organizzazione del lavoro, la gestione del personale, i metodi e i modelli quantitativi per il management – con cultori di altre discipline, siano essi economisti, giuristi, sociologi, psicologi, metodologi e via dicendo.
Il cogliere queste opportunità è stimolante e arricchente. A una condizione, però: quella di avere un contributo proprio da apportare, il quale tipicamente è quello che scaturisce da una conoscenza intima dei meccanismi di funzionamento delle aziende e dalla capacità di farsi portatore, sui tavoli di lavoro interdisciplinare, dell’ottica di chi è responsabile della funzionalità e dello sviluppo (duraturo) delle aziende e delle loro aggregazioni (in gruppi, distretti, filiere, sistemi economici locali). Ma questo tipo di contributo presuppone un’identità forte di economista d’azienda. Diversamente o non si è per nulla contributivi o si cerca di dare un contributo sul medesimo terreno di gioco dei cultori di un’altra disciplina (ad esempio i giuristi) in un confronto che di norma vede i mancati economisti aziendali uscire perdenti, o si sviluppano altre competenze specialistiche non rappresentate al suddetto tavolo di lavoro, le quali, seppure utili, non sono da economista d’azienda.
L’internazionalizzazione
Il processo di internazionalizzazione della comunità degli aziendalisti italiani – esplicitantesi in scambi di docenti, nella partecipazione a ricerche internazionali e in pubblicazioni su qualificate riviste accademiche internazionali – è un fatto piuttosto recente. Infatti, gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, generalmente parlando, possono considerarsi un periodo di gestazione e avvio di un processo che, salvo pochissime eccezioni, soltanto nel nuovo millennio è decollato e ha cominciato a registrare significativi e diffusi progressi.
Sull’importanza di tale processo – in cui gli aziendalisti avevano accumulato un consistente ritardo rispetto ad altre comunità scientifiche nazionali (ad esempio, quelle degli economisti, dei matematici, degli statistici, dei computer scientist) – non possono esservi dubbi, stanti le non più dilazionabili esigenze di uscita dall’autoreferenzialità e di confronto a livello internazionale in presenza del venir meno di barriere protettive; di una crescente mobilità internazionale di studenti e docenti; di cambiamenti nelle regole del gioco (concorsuali, di allocazione delle risorse finanziarie, di collaborazione e competizione fra atenei); dell’affermarsi dei ranking e dei connessi criteri di valutazione (di atenei, dipartimenti, aree disciplinari, singoli docenti).
Tale processo tuttavia espone a un rischio di omologazione sulla linea editoriale di riviste accademiche internazionali che tendono a privilegiare il rigore metodologico (di ricerche condotte con l’impiego di metodi quantitativi) a scapito della rilevanza dei temi/problemi trattati. E questo rischio, ove si verifichi, impedisce la formazione di economisti d’azienda a tutto tondo. Infatti, le ricerche di cui trattasi, mentre assorbono una gran quantità di energie prima di sfociare in paper accettati per la pubblicazione, non richiedono necessariamente la conoscenza di che cos’è un’azienda nella sua complessità sistemica e dinamica e la capacità di entrare in una comprensione profonda dei fenomeni che nelle aziende hanno svolgimento.
Trattasi di rischio molto serio sia perché in qualche misura da qualche anno ormai sta già verificandosi sia per i danni che produce sulla società la formazione di una classe di docenti capace di pubblicare su riviste internazionali di serie A o A+, ma non di conoscere e capire i problemi aziendali, e perciò incapace di contribuire alla diffusione nel Paese di una valida cultura economico-aziendale.
La considerazione che precede deve portare non già alla rinuncia al confronto internazionale e alle pubblicazioni internazionali, ma a orientare energicamente il lavoro di ricerca e le pubblicazioni internazionali verso problemi rilevanti e a impegnare quanti servono negli editorial board delle riviste accademiche internazionali a farsi portatori delle esigenze di rilevanza nella selezione degli argomenti e degli articoli.
L’economia aziendale com’è
Non ci sono idee condivise e neppure forse predominanti su che cosa sia oggi l’economia aziendale38. Per alcuni, infatti, è poco più di un contenitore delle discipline economico-aziendali e tale è destinata a rimanere. Altri ritengono che possa avere una sua specifica missione scientifica, che per altro è ancora tutta o quasi da realizzare. Altri sono meno negativi sulla valutazione dello stato attuale della disciplina e ritengono che offra un campo sterminato di lavoro, ma che non sia facile maturare la preparazione richiesta per impegnarvisi con profitto. Altri ancora sembrano vedere nell’economia aziendale il luogo di elezione della ragioneria, con cui è un tutt’uno offrendo quest’ultima la strumentazione di base per realizzare la missione assegnata all’economia aziendale dal suo fondatore, di investigare cioè «le condizioni di esistenza e le manifestazioni di vita delle aziende», prima fra tutte quella dell’economicità di gestione. Altri infine, più recentemente, pur condividendo la visione di un’economia aziendale strettamente legata agli studi di contabilità, ne allargano il raggio di investigazione ai problemi di governance societaria. E l’elencazione delle posizioni potrebbe continuare.
A me sembra che Le produzioni di Zappa e gli sviluppi successivi sopra accennati, unitamente a molti altri contributi che non sono stati richiamati39, hanno fatto dell’economia aziendale ben più di un contenitore delle discipline economico-aziendali. Essa, infatti, non è rimasta inchiodata alle Tendenze nuove, a Il reddito d’impresa e ai pregevoli contributi della prima generazione degli allievi di Zappa, ma, in linea con la impostazione originaria, ha sviluppato grandemente le capacità di lettura degli svolgimenti gestionali e delle dinamiche ambientali dietro i numeri dei bilanci con riferimento alle più diverse tipologie di aziende; non si è adagiata sui ben noti principi di durabilità, unità sistemica, dinamismo, autonomia relativa, economicità, efficienza e così via, ma li ha presi sul serio, cercando di sviluppare un patrimonio di conoscenze e di tecniche utili per discernere, negli ambiti produttivi più diversi, tra condotte aziendali tese effettivamente ad applicarli e condotte che invece li disattendono, tra buona gestione e gestione mediocre o cattiva, tra buona e cattiva governance, tra responsabilità e irresponsabilità; essa non è rimasta cieca e sorda dinanzi a fenomeni nuovi come quelli delle reti di imprese, delle realtà distrettuali, delle imprese multinazionali, della dematerializzazione dell’economia, della knowledge economy, dell’e-commerce e così via, ma è andata man mano assimilandoli componendoli nella visione aziendalistica del sistema economico che le è propria.
Ma, domandiamoci, tutto ciò ha portato a un corpo di conoscenze scientifiche – derivabile dalla tradizione italiana degli studi di economia aziendale e dai contributi dei decenni successivi alla scomparsa di Gino Zappa – che possa assumersi come centrale negli studi economicoaziendali? E tali conoscenze possono costituire un utile riferimento per gli studi specialistici e, nel contempo, un punto di accumulo delle conoscenze da essi generate per ulteriori progressi nella comprensione delle problematiche comuni a tutti i tipi di aziende e di insiemi di aziende?
A me pare che un tale corpo di conoscenze esista e sia sintetizzabile nel paradigma
governance => strategia => gestione => obiettivi/risultati
dove:
- gli obiettivi/risultati sono molteplici, fra loro interrelati e non riconducibili a un risultato/obiettivo singolo senza sacrificare altri non meno importanti risultati/obiettivi;
- la gestione si compone di attività correnti e di attività di set up (di rinnovo dell’esistente e di costruzione del nuovo)40. Distinzione, questa, di cruciale importanza ai fini: (i) della focalizzazione del management, chiamato nel contempo a gestire l’esistente e a rinnovarlo; (ii) dell’apprezzamento delle performance, che possono
a. beneficiare di attività di set up svolte in esercizi trascorsi e/o di una gestione attuale che sacrifica le basi di successo futuro;
b. essere penalizzate da una trascorsa gestione di «spremitura» e/o da una gestione attuale volta a costruire le basi di successo futuro;
- la strategia, intesa come il disegno soggiacente alle attività di gestione. Essa, in corrispondenza della distinzione delle attività in correnti e di set up, è costituita: (i) dalla strategia realizzata, in avviato funzionamento, che è il disegno soggiacente alla gestione corrente, composto dall’insieme delle scelte di posizionamento e di struttura di fatto operanti circa che cosa produrre, per chi, come, dove, in vista di quali obiettivi e con quale logica di conseguimento di un successo sostenibile nel tempo; (ii) dalla strategia in corso di realizzazione (o strategia intenzionale in atto), che è il disegno soggiacente alle attività di set up, esprimente le intenzioni strategiche dei vertici aziendali circa dove vogliono portare l’azienda e come intendono portarvela;
- la governance (o sistema di governance), intesa come l’insieme di organi, regole, strumenti che definiscono l’assetto giuridico-istituzionale dell’azienda e i processi in cui si esplica l’attività di governo, indirizzo e controllo della stessa.
Ora, su ciascuno di questi elementi, e sulle relazioni che li compongono in un sistema dinamico interagente con il contesto esterno, è andato accumulandosi un insieme organico di conoscenze di economia aziendale di notevole spessore, utile per ricondurre a una visione d’insieme le problematiche di area funzionale e per immergersi nelle specificità proprie di aziende/filiere di settori diversi cogliendo le problematiche a esse comuni.
Certamente molto lavoro resta da fare sulla via dell’elaborazione di una teoria generale dell’azienda e di un trattato di fisiologia generale aziendale. Ma quanto sin qui fatto già consente al giovane studioso di guardare all’economia aziendale – come delineata da Gino Zappa nelle Tendenze Nuove e da Pietro Onida nel lavoro Le discipline economico-aziendali – come a una disciplina che ha senso e ha un importante ruolo da svolgere nel riconoscimento delle problematiche comuni ai diversi ordini di aziende e nell’individuazione dei principi generali di buon management e di buona governance nonché delle condizioni che ne favoriscono o ne ostacolano l’applicazione.
Riprendendo la metafora del grattacielo41, verrebbe da dire che sulle fondamenta a cui si riferiva Zappa nel 1958 si è ormai costruito qualche piano.
Questo però non vuol dire che la costruzione procederà veloce. Pochi, molto pochi, sono infatti gli operai, ovvero, fuor di metafora, gli economisti aziendali ben radicati nella tradizione dell’economia aziendale, con una forte identità scientifica, aperti al confronto interdisciplinare e internazionale, in grado di immergersi armati di tutto punto nelle problematiche più diverse – settoriali, funzionali, trasversali – per poi riemergere e accrescere il patrimonio di conoscenze dell’economia aziendale come disciplina distinta e sovraordinata rispetto alle discipline specialistiche. Né si vede come la situazione possa migliorare in assenza di una precisa volontà e di azioni efficaci volte a invertire la tendenza all’estinguersi degli economisti aziendali.
Le cause di questo stato di cose sono molteplici, di tipo soggettivo e di tipo oggettivo.
Cominciamo da quelle di tipo soggettivo, che hanno rallentato i progressi dell’economia aziendale e che in qualche misura sono ancora operanti. Esse si possono così elencare:
- una certa separatezza degli studi di ragioneria e di organizzazione dalle problematiche gestionali, ovvero la difficoltà di considerare la centralità della gestione e il legame che le ricerche di ragioneria e di organizzazione devono stabilire con le problematiche di gestione, sempre che aspirino a qualificarsi come ricerche di economia aziendale;
- una certa riluttanza a immergersi nella vita concreta delle aziende per condurre studi approfonditi guidati dalla curiosità di capirne e valutarne a fondo la gestione;
- le resistenze a legittimare gli studi di management all’interno dell’economia aziendale e a considerare la strategia aziendale (SA) un tutt’uno con l’economia aziendale;
- una certa concezione della unicità dell’economia aziendale come disciplina che non troverebbe riscontri significativi all’estero.
La rimozione di queste cause è in avanzato divenire. Vale tuttavia la pena di soffermarvisi brevemente.
Le prime due servono giusto per ricordare due condizioni irrinunciabili per maturare un’identità forte di economista aziendale: 1) che le tematiche ragionieristiche e organizzative rientrano nella sfera degli interessi scientifici dell’economia aziendale per il nesso che esse hanno con la gestione, la quale quindi deve essere conosciuta nei processi su cui impattano le problematiche di misurazione, di controllo e di organizzazione investigate; 2) che una conoscenza intima dei processi di gestione, quale è richiesta a un economista aziendale, non si può ottenere soltanto sui libri e sui paper accademici (che anzi possono risultare dannosi se scritti da persone che non conoscono le aziende), ma richiede l’immersione nella realtà viva di aziende concrete.
Il terzo fattore ritardante il progresso dell’economia aziendale può essere superato se si abbandona una distinzione di ruoli tra economia aziendale e management fortemente penalizzante per la prima e al centro degli studi di economia aziendale si mantengono le problematiche di gestione, sia strategica che operativa.
Si considerino, ad esempio, il principio/carattere della durabilità o attitudine a perdurare e il principio di economicità a valere nel tempo, che contraddistinguono qualsiasi realtà aziendale gestita responsabilmente. Se si demanda agli studi di management di investigare come, nel concreto di determinate aziende, è possibile realizzare questi e altri principi generali, si rinuncia a studiare problemi di grande interesse scientifico e pratico, come quelli della gestione del cambiamento in aziende con un marcato orientamento al breve termine o in aziende in cui occorre integrare nella funzione-obiettivo del management gli obiettivi di redditività e di efficienza.
Altro esempio. Se si asserisce che è compito dell’economia aziendale chiarire in termini generali che cos’è e a cosa serve un sistema di controllo di gestione e che agli studi di management compete di studiare come si fa, nel concreto di determinate aziende, a introdurre e a far funzionare egregiamente un sistema di controllo di gestione evitando di cadere in qualcuna delle tante patologie a cui i sistemi di controllo di gestione sono esposti, si rinuncia a investigare problematiche di grande interesse scientifico e, insieme, di grande rilevanza. O, ancora, se l’economia aziendale si aprisse allo studio dei possibili modelli organizzativi della produzione42 e si disinteressasse dei problemi di gestione degli ostacoli che la realizzazione di un modello innovativo inevitabilmente incontra, oltre a privarsi di uno sfidante campo di indagine, renderebbe probabilmente vano lo sforzo di innovare. Questi e altri simili atteggiamenti rinunciatari, se assecondati, farebbero sì dell’economia aziendale poco più di una scatola vuota, ridotta a essere il contenitore di principi generalissimi e di descrizioni generiche di che cosa sono, di come funzionano e di come dovrebbero funzionare le aziende.
La SA poi, al pari dell’economia aziendale, è disciplina sovraordinata rispetto alle discipline specialistiche (sia funzionali che settoriali) e, in quanto tale, richiede una capacità di comprensione sistemica e dinamica dei fenomeni aziendali e un’apertura a investigare le aziende più diverse. Si consideri infine che i temi più avanzati di economia aziendale – come ad esempio quelli riguardanti la dinamica delle coordinazioni produttive, accostati da Zappa nel terzo volume de Le produzioni – altro non sono che temi di strategia e di gestione strategica.
Venendo ora all’asserita unicità dell’economia aziendale che non troverebbe significativi riscontri all’estero, è ben vero che l’economia aziendale, per il fatto di essere nata dalla matrice della ragioneria integrando gli studi ragionieristici con quelli sulla gestione e sull’organizzazione, ha una sua forte identità distintiva. Tuttavia questa «unicità» dell’economia aziendale non deve farci sentire dei «diversi», ma semplicemente studiosi forse meglio attrezzati di altri per entrare in una comprensione profonda dei sistemi aziendali e deve manifestarsi nel dialogo scientifico con coloro che nei vari Paesi del mondo si occupano degli istituti/aziende più diversi e della loro funzionalità complessiva investigandoli con un approccio olistico, sistemico e dinamico simile a quello dell’economia aziendale. Tali sono ad esempio studiosi di strategia di varia matrice e studiosi di organization. Per inciso, quest’ultimo concetto è ben vero che non coincide con quello d’azienda/istituto di cui si è detto all’inizio, però ricomprende qualsiasi tipo d’azienda/istituto. Inoltre l’activity based view dell’azienda, che è all’origine dell’economia aziendale, la si ritrova negli studi di strategia e di managerial accounting d’oltreoceano43.
Più seri e difficili da superare sono i fattori ostacolanti di tipo oggettivo, in particolare quelli posti dal processo formativo delle competenze di economia aziendale/SA e dalla deriva accademica rigorista affermatasi a livello internazionale.
Cominciamo dal primo. Lo sviluppo delle competenze richieste per contribuire a un avanzamento delle conoscenze di economia aziendale/SA che sia rilevante per chi ha responsabilità di governo delle aziende e del sistema economico è obiettivamente un processo complesso e lungo. Trattasi infatti di competenze che, oltre a essere ben radicate negli studi economici (di macro e di microeconomia) e negli studi di economia aziendale/SA, richiedono: una solida preparazione di base in tutte le aree funzionali; uno spessore di conoscenze in almeno una di esse; una conoscenza di base delle realtà aziendali di diversi settori; una conoscenza approfondita delle problematiche gestionali di almeno un tipo di aziende; attitudine a cimentarsi con i problemi reali, senza semplificazioni, e ad accostarli con mentalità e approccio olistico, sistemico e dinamico.
Una solida preparazione di base in tutte le aree specialistiche del management è indispensabile per affrontare tematiche di economia aziendale/SA, che per definizione richiedono una capacità di comprensione sistemica e dinamica dell’azienda, mentre una conoscenza di base di realtà aziendali di diversi settori è necessaria per riuscire a cogliere sia le problematiche di economia aziendale/SA trasversali, comuni ad aziende diverse, sia per entrare in una comprensione delle relazioni di vario tipo colleganti le attività delle aziende fra di loro e il loro coordinarsi grazie a meccanismi di mercato e non.
Questo però non basta. Occorre altresì una conoscenza approfondita della problematica gestionale di almeno un tipo d’azienda e della problematica funzionale di almeno un’area del management. Una tale conoscenza è importante per sviluppare le capacità di interazione con il management aziendale e per maturare la capacità di entrare in una conoscenza intima delle aziende. Da ultimo, ma non meno importante, occorre sviluppare la capacità di pensiero sistemico. A tal fine è importante che, nella preparazione metodologica del ricercatore, venga fatto spazio adeguato anche alla metodologia di analisi dinamica dei sistemi (System Dynamics).
Da quanto detto, è evidente che l’ostacolo in parola deve essere fronteggiato intervenendo adeguatamente nella progettazione di lauree specialistiche e di dottorati di ricerca a tempo pieno finalizzati allo sviluppo delle competenze di cui si fatto cenno, tenendo presente che il processo formativo può essere potenziato curando l’esposizione a contatti stimolanti con il mondo dell’accademia e con quello delle aziende; coltivando l’apertura al dialogo e alla collaborazione con studiosi portatori di competenze differenziate; addestrando nel coniugare teoria ed empiria quale modalità tipica di produzione di nuova conoscenza economicoaziendale.
Non meno serio è l’ostacolo rappresentato dalla deriva accademica rigorista, affermatasi nelle comunità scientifiche che alimentano prestigiose riviste accademiche internazionali, la quale è portata a privilegiare il rigore metodologico rispetto alla rilevanza dei risultati della ricerca, mentre per il progresso dell’economia aziendale/SA – come pure delle discipline specialistiche – è essenziale riuscire a coniugare rilevanza e rigore.
Il superamento di questo ostacolo richiede un forte impegno nella direzione di:
- investire nella formazione di solide competenze di economia aziendale/SA secondo quanto detto in precedenza;
- internazionalizzare i nostri dottorati di ricerca allineandoli alle best practice internazionali e dando loro credibilità e prestigio a livello internazionale;
- entrare in qualificati circuiti accademici internazionali e moltiplicare le esperienze di collaborazione con colleghi stranieri a partire dalla progettazione di ricerche realmente volte a fare avanzare la frontiera delle conoscenze economico-aziendali e perciò stesso utili anche agli operatori aziendali e ai regolatori;
- rivalutare il ruolo delle ricerche basate sullo studio approfondito di realtà aziendali condotte con l’impiego di rigorosi metodi qualitativi, senza per altro trascurare le ricerche – con le quali possono utilmente combinarsi – basate su database da cui ricavare conoscenze mediante metodi quantitativi.
Il futuro dell’economia aziendale/SA dipende da queste scelte. Trattasi di scelte impegnative, non eludibili pena il declino degli studi di economia aziendale/SA, da assumere lasciandosi affascinare dal compito di contribuire allo sviluppo di conoscenze in grado di aggiungere qualche altro piano alla costruzione di un altissimo grattacielo, che ha solide fondamenta ma è ancora agli inizi.
Siamo oggi in una fase di cambiamenti epocali, richiesti dal venire al pettine di tanti nodi della vita economica, politica e sociale del nostro Paese e del mondo intero. Questi nodi sono in non piccola parte riconducibili a conduzioni irresponsabili delle aziende e dei sistemi-paese, le quali disattendono clamorosamente i valori e i principi generalmente validi di gestioni al contempo disciplinate e imprenditoriali, rigorose e innovative, di cui gli studi di economia aziendale/SA sono depositari. In questo contesto si inserisce il rinnovato impegno degli economisti d’azienda con ricerche utili per vedere, capire, agire, in vista di diffondere la cultura della responsabilità; liberare le energie sane e portatrici di innovazione; promuovere a tutti i livelli e in tutti gli ambiti il bene comune delle aziende e della società.
Tre sono le condizioni per assolvere questo impegno: ricerca di un’identità scientifica forte; consapevolezza che l’economia aziendale/ SA è parte fondamentale dell’economia; passione civile.
La domanda «che fare per contare di più?» – la quale forse sottintende un po’ di invidia per gli economisti presenti nel dibattito sui problemi del Paese – va accantonata per lasciare posto a quest’altra domanda: «come si acquista un’identità forte da economista d’azienda?». Occorre cercare la identità, non la rilevanza. Questa va concepita come conseguenza e va desiderata non per acquistare una visibilità improduttiva, fine a se stessa, che lascia irrisolti i problemi, ma per contribuire efficacemente ai necessari processi di cambiamento economico-sociale.
In secondo luogo occorre rendersi conto che l’economia aziendale/ SA è parte fondamentale dell’economia generale. Essa infatti è portatrice di conoscenze utili per il governo e la gestione non soltanto delle aziende/organizzazioni e dei loro aggregati di vario tipo (gruppi, coalizioni, reti ecc.), ma anche dei sistemi economici. In particolare, la problematica del rinnovamento economico-sociale chiama in causa non solo il tema delle cose da fare ma anche del come far sì che si facciano. Ma questo è un tema di «gestione del cambiamento», che, in quanto tale, richiede competenze di general management, le quali attingono a ricerche di economia aziendale/SA.
Da ultimo occorre guardarsi dalla deriva del protagonismo e lasciarsi guidare da passione civile. Il protagonismo porta a chiudersi nella ricerca del proprio successo personale costruendo relazioni a ciò finalizzate. La passione civile, invece, apre alla collaborazione con chiunque persegue l’obiettivo di servire il bene delle aziende, delle istituzioni e del Paese e genera tensione a mantenere la barra del timone diritta su questo obiettivo. La ricerca dell’identità, unita a passione civile, è anche per gli studiosi di economia aziendale/SA la via maestra per diventare rilevanti.
Note
1 Onida P., Le discipline economico-aziendali, Giuffrè, Milano,1951; L’azienda. Primi principi di gestione e di organizzazione, Giuffrè, Milano, 1954.
2 Masini C., La dinamica economica nei sistemi dei valori d’azienda: valutazioni e rivalutazioni, Giuffrè, Milano, 1963; L’organizzazione del lavoro nell’impresa, Giuffrè, Milano, 1960; L’ipotesi e l’economia di azienda, Giuffrè, Milano, 1961.
3 Zappa G., Le produzioni nell’economia delle imprese, tomi I, II, III, Giuffrè, Milano, 1956 e 1957.
4 Coda V., «L’economia aziendale nella seconda metà degli anni ’50: una rivisitazione delle “produzioni”e dell’opera postuma di Gino Zappa», in Contabilità e Cultura aziendale, Rivista della Società italiana di Storia della Ragioneria, 2002, vol. II, numero 1.
5 Cfr. Zappa G., Produzioni, op. cit., I, §§ 19 ss.
6 Cfr. ad esempio l’impostazione data da Masini alla tematica organizzativa in L’organizzazione del lavoro, op. cit.
7 Coda V., «L’economia aziendale nella seconda metà degli anni ’50», op. cit.
8 Zappa G., Produzioni, op. cit., I, pp. 1ss.
9 Ivi, p. 62.
10 V. infra, «Dei successivi sviluppi dell’economia aziendale».
11 Zappa G., Produzioni, op. cit., III, p. 64.
12 Ivi, p. 195.
13 Zappa G., L’economia delle Aziende di consumo, Giuffrè, Milano, 1962, p. 62.
14 Zappa G., L’economia delle Aziende di consumo, op. cit., pp. 106 ss.
15 Ivi, pp. 61 ss.
16 Ivi, p. 592.
17 Amaduzzi A., Il sistema dell’impresa nelle condizioni prospettiche del suo equilibrio, Signorelli, Roma, 1950. La costruzione di una teoria dell’equilibrio dell’impresa aveva appassionato Aldo Amaduzzi sin dagli inizi degli anni Quaranta del secolo scorso, come è testimoniato dall’articolo Di una teoria delle condizioni di equilibrio dell’impresa, RIREA 1943.
18 Il lavoro di tesi accennato ha poi trovato sviluppo nel volume di Bianchi T., Costi, ricavi e prezzi nelle banche di deposito, Giuffrè, Milano,1967.
19 Zappa, Produzioni, op. cit., III, p. 237.
20 Eccezione di spicco era Pasquale Saraceno, che, per la sua formazione alla scuola di Gino Zappa e, in IRI, a quella di Donato Menichella, e per il ruolo da lui avuto nelle vicende italiane del dopoguerra, era considerato «il più economista tra gli aziendalisti e il più aziendalista tra gli economisti»(Cfr. Coda V., «Sull’attualità del sistema di pensiero di Pasquale Saraceno», in Impresaprogetto, Rivista online, 2013).
21 Ricordo lo scarso interesse suscitato da una mia relazione al convegno sui problemi della grande impresa, organizzato dalla facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Urbino, sede distaccata di Ancona, nel 1966, nella quale avevo cercato di esporre il punto di vista dell’economia aziendale (Coda V., Proprietà, lavoro e potere di governo dell’impresa, Giuffrè, Milano, 1967).
22 La «strategia»è a evidenza un’area funzionale sui generis in quanto sovraordinata rispetto alle altre.
23 Ansoff H.I., Declerk R.P., Hayes R.L., From Strategic Planning to Strategic Management, John Wiley & Sons, Londra, 1976; Ansoff, H.I., Strategic Management, MacMillan, Londra, 1979 (trad. it.: Management strategico, Etas Libri, Milano, 1980); Implanting Strategic management, Prentice-Hall International, Englewood Cliffs, New Jersey, 1984.
24 Russo P., Posizionamento strategico e risultati aziendali, Giuffrè, Milano, 2004.
25 Mazzola P., Il piano industriale. Progettare e comunicare le strategie d’impresa, Egea, Milano, 2003.
26 Kaplan R.S., Norton, D.P., The Balanced Scorecard. Translating Strategy into Action, Harvard Business School Press, Boston, 1996.
27 Simons R., Levers of Control. How Managers Use Innovative Control Systems to Drive Strategic Renewal, Harvard Business School Press, Boston, 1995.
28 Lorenzoni G. (a cura di), Accordi, reti e vantaggio competitivo. Le innovazioni nell’economia d’impresa e negli assetti organizzativi, Etas Libri, Milano, 1992.
29 Normann R., Management and Statesmanship, Siar, Stoccolma, 1976 (trad. it.: Le condizioni di sviluppo dell’impresa, Etas Libri, Milano, 1979).
30 Rumelt R.P., «Towards a Strategic Theory of the Firm», in Lamb, R. (ed.), Competitive Strategic Management, Prentice Hall, Englewood Cliffs, 1984.
31 Porter M.E., Competitive Advantage, Techniques for Analysing Industries and Competition, The Free Press, New York (trad. it.: Il vantaggio competitivo, Edizioni Comunità, Milano, 1987).
32 Lorenzoni (a cura di), op. cit.; Parolini C., The Value Net. A Tool for Competitive Strategy, John Wiley Books, Chichester-New York-Singapore-Toronto, 1999.
33 Penrose E., The Theory of the Growth of the Firm, Oxford University Press, Oxford, 1959.
34 Rhenman E., Organization Theory for Long Range Planning, John Wiley & Sons, Londra, 1973.
35 V. supra, nota 25.
36 Peters T.J.-Waterman R.H. Jr., In Search of Excellence. Lessons from America’s Best-run Companies, Harper & Row Publishers, New York, 1982 (trad. it: Alla ricerca dell’eccellenza, Sperling & Kupfer Editori, Milano, 1984).
37 V. supra, «L’Economia aziendale com’era».
38 Questo paragrafo utilizza un mio saggio dal titolo «Sulla missione scientifica dell’economia aziendale» scritto per la raccolta di studi in onore di Pellegrino Capaldo, curata da Enrico Laghi e Gianfranco Zanda (Egea, Milano, 2014).
39 Fra i numerosi contributi in precedenza non richiamati vi sono quelli nell’area delle imprese familiari, nella quale tra l’altro la Bocconi ha conseguito risultati di rilievo.
40 Russo P., op. cit.
41 V. supra, «L’Economia aziendale com’era».
42 Capaldo P., L’Economia aziendale oggi, Omaggio a Pietro Onida, Roma, Salerno Editrice, 2010, § 9.
43 Si pensi al ben noto concetto di catena del valore su cui Porter ha costruito la sua teoria del vantaggio competitivo e all’activity based costing, che è funzionale all’analisi strategica porteriana.