Il mondo di Guatri
2026/13
Le discipline manageriali sul banco degli imputati: verso un ripensamento?
Le critiche alle discipline del management
Da qualche tempo si è levato un coro di critiche verso gli studi di management e nei confronti dell’insegnamento delle discipline aziendali, soprattutto nel mondo anglosassone. Le osservazioni critiche, che erano fino a qualche anno addietro confinate soprattutto negli Stati Uniti, di recente hanno generato valutazioni negative e spunti di riflessione anche in Europa e in particolare nel nostro Paese.
Gli articoli sulle riviste scientifiche e i dibattiti nei convegni accademici riguardano molti aspetti degli studi di management. La concentrazione d’interesse è stata in particolare su alcuni punti:
- il metodo logico deduttivo e positivista;
- la rilevanza della scienze manageriali;
- l’impatto delle teorie e dell’insegnamento del management.
Il metodo logico deduttivo e positivista
Come vedremo, molte delle critiche allo statuto metodologico delle discipline aziendali non sono corrette, non perché siano sbagliate in sé, ma perché vanno al di là di una particolare area disciplinare, avendo una dimensione ontologica che riguarda la scienza in quanto tale.
E soprattutto sono inappropriate le conseguenze, di chiusura scientifica, che alcuni traggono dalle critiche.
Il metodo scientifico moderno è nato all’insegna delle scienze fisiche e, pur avendo elementi di continuità con le pratiche del Rinascimento, ha avuto piena esplosione nel Seicento. Il metodo «oggettivista» si è sviluppato per contrastare l’approccio «antropomorfo» e «animista» che dominava la scienza e che ne ha impedito lo sviluppo fino al Rinascimento1. Lo sviluppo della scienza imponeva che si passasse dallo studio su cosa gli uomini pensano delle cose a quello delle cose in quanto tali. Di qui l’imperativo di attenersi ai soli fatti oggettivi.
Soprattutto il lavoro di Galileo e il pensiero di Bacone in campo metodologico hanno tentato di rovesciare i vecchi metodi aristotelici.
E mentre il primo si serviva largamente dello strumento matematico, il secondo contemplava una scienza più qualitativa2. Newton precisò che l‘analisi dovrebbe sempre precedere la sintesi, mediante esperimenti e osservazioni, traendo da questi, mediante l’induzione, conclusioni generali. Con l’opera poi di Comte e della scuola positivistica, in cui i metodi delle scienze fisiche dovevano essere estesi alla conoscenza della società, si è aperta la questione di quale metodo per le scienze sociali.
Con il Circolo di Vienna e con le famose «serate del giovedì», con la nascita cioè del «positivismo logico», nacque il programma di unificazione metodologica delle varie scienze, sulla base dei successi mietuti dalle scienze cosiddette «dure».
Le scienze sociali, e in particolare l’economia, si sono convertite nel tempo a questo programma, mentre gli studi di management hanno adottato l’approccio positivista più di recente, avendo avuto tuttavia un’origine metodologica molto diversa. Le business school oltreoceano e le università di economia e management in Europa sono nate per diffondere le migliori pratiche manageriali, sviluppatesi nelle aziende di maggiore dimensione, a tutte le imprese e le organizzazioni economiche. I motivi sottostanti alla nascita delle discipline manageriali, dettati da necessità operative, hanno prodotto negli studiosi un senso di inferiorità rispetto agli scienziati di discipline dotate di uno statuto di rigore metodologico costruito in decenni e talvolta secoli.
Questo senso d’inferiorità si è manifestato in tutta evidenza dagli anni del secondo dopoguerra e in particolare dagli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, con le critiche provenienti da alcuni ambienti ed enti soprattutto negli USA, quali la Carnegie Foundation e la Ford Foundation, che investirono somme considerevoli per ovviare al problema. I critici sottolinearono come la ricerca in campo manageriale non avesse caratteri di scientificità adeguati. Questa idea e la ricerca di legittimazione negli ambienti accademici hanno condotto le discipline manageriali, soprattutto negli USA, a una rincorsa metodologica verso il metodo positivista e oggettivo3.
Ed è così che le scienze della fisica hanno esercitato una forte influenza sulle altre discipline, al punto che, secondo i critici, l’applicazione del metodo delle scienze della natura a quelle sociali, ed economiche in particolare, ha prodotto l’effetto che «the most scientific procedure is often the most unscientific» per usare l’espressione di von Hayek4.
I problemi posti dai critici dell’utilizzo di un metodo positivista nell’ambito delle discipline manageriali sono in estrema sintesi i seguenti:
- la diversità delle discipline manageriali;
- la soggettività dell’approccio manageriale;
- la validità della logica scientifica;
- la complessità dell’oggetto di studio.
La diversità delle discipline manageriali
Il problema è il seguente: la disciplina del management è diversa dalle altre scienze, al punto da richiedere un metodo del tutto peculiare?
Secondo un certo filone di pensiero lo studio del management deve trovare un suo metodo partendo dal riconoscimento di una diversità ontologica. L’idea di molti studiosi, soprattutto nel nostro Paese, è quella secondo cui le discipline aziendali sono diverse dalle altre, e soprattutto dalle scienze della natura, per cui non dovrebbero sottostare ai medesimi criteri di scientificità, ma dovrebbero costruirsi un proprio statuto autonomo5.
Il motivo di questa diversità risiederebbe nell’idea secondo cui nelle discipline aziendali e sociali esiste una verità limitata e mai assoluta6.
Quest’affermazione in realtà è condivisibile, ma è vera per tutte le discipline scientifiche, che non hanno la possibilità di affermare alcuna verità assoluta: la scienza procede per tentativi e errori, anche quando afferma una teoria come risultato definitivo e incontrovertibile. Ogni teoria, così come ogni metodo scientifico, è per sua natura provvisoria e non può contenere alcuna verità assoluta. La «pretesa di verità» serve solo per procedere nell’apprendimento, per avere qualcosa su cui lavorare e da cui partire per accrescere la conoscenza. Ogni scienziato serio sa che qualunque «scoperta» scientifica non arriva mai ad alcuna verità assoluta, ma è solo un passo, provvisorio e certamente soggetto a cambiamento, lungo la strada dello sviluppo della conoscenza.
Non vi è al riguardo alcuna peculiarità delle discipline sociali né tantomeno dello studio del management rispetto alle cosiddette scienze «esatte», che di esatto hanno solo la provvisorietà delle asserzioni teoriche, come la storia della scienza ampiamente dimostra.
In Italia si è poi diffusa un’idea secondo cui l’economia aziendale sarebbe, sotto il profilo del metodo, diversa dalle discipline manageriali sviluppate soprattutto oltreoceano. Questa presunzione di diversità è purtroppo foriera di conseguenze molto dannose per gli studi italiani, al di là delle intenzioni dei propugnatori di questa tesi. Se siamo unici, infatti, non possiamo né dobbiamo rendere conto delle nostre affermazioni alle altre comunità scientifiche. E, peggio, poiché gli studiosi di management in tutto il mondo hanno scelto uno statuto metodologico vicino a quello delle scienze naturali, non dobbiamo rispondere della nostra attività scientifica neanche ai colleghi che studiano management nel resto del mondo. Saremmo dunque liberi di scegliere il metodo che più ci aggrada.
Il danno della tesi dell’unicità non si limita solo al tema del mancato confronto con le altre comunità scientifiche, ma produce un effetto deleterio anche sul tema della selezione dei docenti, che utilizza in Italia criteri di valutazione del tutto diversi da quelli usati dalle altre comunità scientifiche di management nel mondo.
Il fatto che le discipline aziendali non siano diverse dalle altre, non significa che non si debba partecipare al dibattito sul metodo che sta avvenendo in tutto il mondo, sostenendo la tesi che per gli studi di management è sbagliato utilizzare un solo approccio metodologico e che invece sarebbe opportuna una varietà di approcci, coerenti con la complessità e la varietà dei temi da indagare, mantenendo sempre il rigore che è necessario nel mondo scientifico.
La soggettività dell’approccio manageriale
Un argomento di cui si discute da tempo nel nostro Paese è quello del carattere soggettivo o meno delle discipline aziendalistiche. Una posizione molto nota è quella secondo cui nelle scienze sociali (e dunque in economia aziendale) il soggettivismo è ineliminabile7. Essendo oggetto di studio l’uomo e non la natura, le discipline manageriali, al pari delle altre scienze sociali, non possono fondare il proprio statuto scientifico sul pregiudizio scientista, per dirla come von Hayeck.
La tesi si basa sulle considerazioni che seguono.
La prima e la più importante, sostenuta in particolare da Ghoshal8 sulla base delle tesi di Elster9, è che per le scienze sociali non si possono utilizzare i metodi causali o funzionali: i primi sono i modi di spiegazione accettabili per le scienze fisiche che studiano oggetti inorganici; i secondi, che si basano sui concetti di evoluzione o progresso, sono appropriati per le scienze biologiche.
Secondo quest’idea, dunque, per le scienze sociali e in particolare per le discipline manageriali l’unico approccio appropriato sarebbe quello cosiddetto intenzionale, in quanto l’unità elementare è costituita dal singolo individuo, dai suoi obiettivi e dalle azioni guidate dalle sue intenzioni. Le quali, a differenza del finalismo evolutivo che è tipicamente miope e opportunistico, possono essere dirette a un futuro lontano e desiderato.
L’idea che studiare l’uomo, il manager o l’organizzazione comporti uno statuto scientifico del tutto diverso non è convincente. In particolare, se è vero che vi sono differenze tra diverse discipline, è difficile comprendere perché la diversità dell’oggetto di studio provochi necessariamente un approccio scientifico differente.
Da un lato, infatti, vi sono numerosi fenomeni economici nel campo del management in cui è possibile stabilire nessi di causalità così come avviene nel campo delle scienze fisiche, ad esempio la relazione di causaeffetto tra la soddisfazione del consumatore e la fedeltà alla marca10. È ben vero che tale relazione causale non è data in qualunque circostanza, ma questo può essere detto per ogni asserzione scientifica, di qualunque natura. Ed è proprio l’indagine rigorosa che consente di qualificare in quali circostanze un’affermazione teorica, se non vera, è comunque altamente probabile.
Un ulteriore problema potrebbe essere costituito dall’inevitabile soggettività della formulazione teorica in campo sociale e aziendale. È infatti vero che l’oggetto di studio delle scienze sociali è costituito da fatti soggettivi e che questi possono essere conosciuti attraverso una mediazione rappresentata da quello che noi pensiamo di quell’opinione, vale a dire attraverso un’altra opinione11.
Sotto questo profilo non vi sono tuttavia grandi differenze tra scienze della natura e scienze sociali. È vero che quando osserviamo il comportamento di un individuo osserviamo delle opinioni, e che possiamo dire qualche cosa solo perché a nostra volta abbiamo delle opinioni. Ma mi sembra che questo non dipenda tanto dall’oggetto di studio, quanto piuttosto dal fatto che noi diciamo qualcosa, quindi che noi ci mettiamo in relazione con una realtà, non è rilevante se questa realtà sia costituita da opinioni o fatti12.
Quello che importa è che per fare qualunque asserzione dobbiamo porci in una prospettiva, in un particolare punto di vista, dobbiamo avere una teoria o un’opinione. Il soggettivismo è ineliminabile in qualunque scienza, perché è legato al fatto che qualunque cosa venga detta, viene detta da qualcuno13.
La validità della logica scientifica
Una grande differenza tra le discipline manageriali e altre scienze, nell’opinione di molti, riguarda le modalità di inferenza e di misurazione dei fenomeni. In particolare, a partire dalle forme classiche in cui può essere articolato il ragionamento scientifico14, è possibile distinguere tra la deduzione, l’induzione e l’abduzione, che vengono tutte utilizzate negli studi aziendali.
La deduzione, partendo dagli assiomi teorici, osserva la realtà traendo delle conclusioni. L’induzione muove dal particolare al generale, formulando spiegazioni e teorie derivate dall’osservazione. L’abduzione, infine, partendo dalle asserzioni generali e dall’osservazione, formula le spiegazioni, confermando o meno la teoria. In una visione più ampia, si può anche affermare che l’induzione comprenda tutte le forme di approccio non deduttivo, che comprende dunque come caso particolare anche l’abduzione15.
Nella scienza organizzativa, secondo Mantere e Ketokivi16, viene oggi utilizzata prevalentemente l’abduzione, nella sua forma chiamata «eliminative induction». In questa, dall’osservazione dei dati si inferiscono le proposizioni generali, che vengono eliminate ogni qualvolta i dati successivi non le confermino17. Ciò porta inevitabilmente all’utilizzo di approcci statistici che consentono osservazioni significative, perché basate su campioni sufficientemente ampi. Ed è appunto quello che sta accadendo oggi nelle discipline manageriali, soprattutto a livello internazionale.
Questo processo porta all’inevitabile questione se tale approccio sia compatibile con gli studi manageriali.
Vi sono al riguardo alcune limitazioni segnalate dai critici dell’approccio induttivo. La prima è relativa alla scarsa misurabilità dei fatti aziendali. La seconda è quella secondo cui dai dati scaturirebbe inevitabilmente oggettività delle conclusioni.
Per quanto riguarda la questione della misurazione, non pare esista una peculiarità del management secondo cui i fenomeni oggetto di interesse non possano essere misurati. Il campo degli studi aziendali si presta alla misurazione dei fatti, così come accade per buona parte degli studi sociali. Gli esempi al riguardo sono innumerevoli, dalle analisi sul comportamento del consumatore agli studi sulla popolazione delle imprese, dalle ricerche sugli stili di management alle rilevazioni sui modelli di corporate governance. Questa strada è stata imboccata ormai in tutto il mondo ed è nota la rilevanza che la misurazione, soprattutto fondata sulle analisi di tipo statistico e ultimamente anche sperimentale, ha assunto negli ultimi due decenni.
Diversa è la questione dell’oggettività e della significatività delle misurazioni. Il misurare un qualunque fenomeno, nelle scienze della natura così come nelle discipline sociali, non rende in alcun modo oggettivo il risultato, in quanto l’interpretazione dello scienziato rimane comunque un fenomeno altamente soggettivo. La misurazione non elimina e neanche riduce l’attività cognitiva dello scienziato: «When scientists engage in reasoning, they do not just compute; they also cognize»18. Il che significa che due ricercatori i quali vogliano misurare uno stesso fenomeno osserveranno comunque aspetti differenti e rileveranno dati diversi potendo giungere dunque a risultati contrastanti. E, anche se utilizzassero gli stessi dati, ne potrebbero in ogni caso trarre conclusioni differenti, perché l’attività interpretativa coinvolge aspetti cognitivi ed emotivi che sono altamente idiosincratici.
La complessità dell’oggetto di studio
Un ulteriore aspetto riguarda la questione della significatività delle analisi. Il tema in realtà non riguarda solo le discipline aziendali, ma tutte le scienze sociali e anche buona parte di quelle della natura. Ma rimanendo solo nel campo delle discipline manageriali non vi è dubbio che se alcuni fatti sono facilmente misurabili, altri non lo sono. Alcuni dei fenomeni oggetto di possibile indagine sono talmente complessi che non solo non ne è pensabile misurazione completa, ma talvolta non è possibile neanche identificare tutte le variabili in gioco.
Ed è certamente vero quanto sostenuto da alcuni19, che il numero di variabili da considerare nelle discipline sociali, e parzialmente anche di quelle biologiche, secondo quella che è stata chiamata la «complessità essenziale», è molto elevato rispetto a quanto accade nelle scienze fisiche, che possono più facilmente arrivare a leggi di carattere generale.
Ciò non significa, ovviamente, che tutti i fenomeni di carattere sociale o aziendale debbano necessariamente prevedere una struttura intrinseca caratterizzata da molte variabili. Alcuni avvenimenti sono descrivibili con un numero relativamente piccolo di variabili e possono essere osservati con approcci simili a quelle delle scienze fisiche.
Quando ciò non è possibile, di fronte all’impossibilità di misurare tutte le variabili oggetto di studio o in relazione con esso, si possono avere due atteggiamenti: descrivere i fenomeni, rinunciando dove non possibile alla misurazione, oppure misurare a tutti i costi.
Quando ci si pone in quest’ultima prospettiva, il problema diviene cosa si rileva, e la risposta è che si misura, ovviamente, ciò che è misurabile, che solo per accidente può coincidere con ciò che è importante20. Quando ciò accade e si misura solo quello che è misurabile, si arriva a conclusioni che necessariamente sono poco importanti21.
Il rischio, se non si è consapevoli di questo aspetto, è che le asserzioni teoriche vengano fatte in vista di una possibile conferma o smentita quantitativa e non dell’importanza teorica del tema. Ciò riduce la capacità di generare teorie a carattere universale, costituendo dunque un limite molto rilevante. E questa può essere una spiegazione del fatto che negli ultimi anni non è stata generata nessuna nuova teoria realmente significativa.
Quindi l’unica soluzione appropriata nelle discipline aziendalistiche è quella di misurare tutto quello che è possibile rilevare statisticamente, e di procedere con analisi diverse quando la misurazione non solo non ha senso, ma condurrebbe a risultati del tutto fuorvianti, quando non dannosi, come ben dimostrato da Ghoshal. Il che significa che nelle nostre discipline ha senso una pluralità di metodi di indagine e di osservazione. Il management del resto ha una natura multidisciplinare e di contiguità con altre scienze sociali, per cui sarebbe appropriata una molteplicità di metodi di indagine22. Questo è del resto oggi riconosciuto anche nell’accademia statunitense, che in misura crescente ammette una pluralità di approcci provenienti da diverse aree disciplinari, anche se con una certa fatica23.
In conclusione, se nella comunità accademica italiana riteniamo che l’approccio metodologico prevalente, di tipo scientista sia fondamentalmente sbagliato, e abbiamo visto che alcune critiche sono fondate a riguardo, è corretto criticarlo, ma entrando in relazione con l’accademia internazionale e dibattendo all’interno della comunità scientifica di tutto il mondo. Altrimenti il sospetto, non infondato, è che la nostra incapacità di comunicare con l’accademia internazionale nasca non già da una nostra altezzosa e sprezzante superiorità epistemologica, ma invece dalla nostra mediocrità metodologica.
La rilevanza delle discipline manageriali 24
Il tema della rilevanza dell’economia aziendale da molto tempo è oggetto di dibattito all’interno della comunità internazionale e italiana. Già nel 1982 si affermava negli USA che le discipline manageriali hanno un effetto limitato sul funzionamento delle organizzazioni25. Trent’anni dopo l’articolo di Beyer, il tema viene riproposto oltreoceano negli stessi termini26.
Il motivo per cui si produce questa situazione è che il management, essendo un’attività operativa che avviene all’interno di un contesto dotato di elevata complessità, non può che ritrovarsi a disagio dovendo utilizzare teorie che sono per necessità chiuse e non aperte all’ambiguità27.
La questione è perché la società dovrebbe investire somme enormi nell’attività scientifica nel campo del management quando tali teorie sono irrilevanti ed esoteriche28, come mostra la percentuale irrilevante dei manager e dei consulenti che leggono con regolarità la letteratura accademica29.
E se si radicasse l’idea che le università e le business school producono ricerca irrilevante e di conseguenza insegnano teorie del tutto inutili, la disciplina del management ne avrebbe un danno duraturo. La ricerca manageriale ha la sua ragion d’essere esclusivamente nel contributo a migliorare la performance delle imprese e la qualità del loro operato. Senza rilevanza, diventa legittima la domanda sul perché dovrebbe esistere la ricerca scientifica in campo manageriale.
Evidentemente il problema non è eliminabile con semplici appelli, quali la richiesta di uno stile di scrittura più coerente con le esigenze dei manager o l’auspicio di maggiore collaborazione tra ricercatori e manager, come rilevato da alcuni30.
La nascita del gap tra rilevanza e rigore
È opportuno individuare le cause della crescita del gap tra scienza e pratica. Vale la pena di ricordare che, agli albori, lo studio del management era di sicuro legato alle pratiche manageriali. E come spesso accade quando è necessario recuperare una posizione di svantaggio, la spasmodica ricerca di maggiore rigore scientifico ha condotto gli studi di management a diventare nel tempo del tutto astratti e non più rilevanti per il mondo delle imprese. Oggi vi è la percezione, da parte degli operatori, di una scienza manageriale che produce una conoscenza molto approfondita su questioni irrilevanti e che il tipo di nozioni generate siano frammentate a tal punto da non essere di alcuna utilità.
Quando si sostiene che la ricerca non è rilevante, non bisogna mai dimenticare che essa può essere sì irrilevante, ma in ogni caso è sempre utile. Se per rilevanza si intende l’applicabilità in tempi brevi dei risultati e per utilità la capacità di rendere un servizio a qualcuno (individuo o collettività), va ricordato che l’aumento di conoscenza ha sempre una validità, non sempre immediatamente comprensibile, potendo manifestarsi dopo molto tempo.
La conoscenza è sempre utile in sé, anche se non viene applicata a nessun problema concreto e immediato.
Come risolvere il problema della scarsa rilevanza
La questione della rilevanza non è stata risolta non per cattiva volontà o scarsa intelligenza dei ricercatori che svolgono una ricerca rigorosa, ma perché nella scienza vi è la necessità di una «chiusura» alle istanze esterne, e quindi anche al mondo manageriale, al di là della volontà dei singoli ricercatori o delle istituzioni universitarie. La chiusura a necessità esterne è, infatti, un connotato essenziale dell’attività scientifica, in qualunque campo.
Perché si produca conoscenza scientifica in qualunque disciplina, sia essa sociale, umanistica o scientifica in senso stretto, è necessario che l’unico obiettivo di un ricercatore sia appunto la conoscenza e non altro. Il punto di partenza dello sviluppo della conoscenza non sta nell’uso che di essa si vuole fare, ma nella capacità opposta, quella di astrarre, di «giocare» intellettualmente. Il motivo per cui esistono le università e la comunità scientifica come istituzioni separate da altre istituzioni sociali è proprio quello di garantire questa possibilità e questa libertà, senza la quale non si produrrebbe vera conoscenza31.
Questa è la ragione per cui gli scienziati hanno come interlocutori altri scienziati, e non tecnici, politici, giornalisti, manager, o la gente comune, che potrebbe a vario titolo pretendere una scienza asservita a quello o a quell’altro interesse. La scienza invece è tale se è libera, svincolata da interessi di parte. Quindi è bene che almeno una parte della ricerca scientifica sia svincolata dai problemi pratici e proceda solo sulla base delle necessità della conoscenza stessa. È vero tuttavia che alcune discipline, pur mantenendo uno statuto scientifico rigoroso anche se non sempre grande libertà di ricerca, riescono a essere rilevanti per la pratica e per la società nel suo insieme (ad esempio la medicina e l’ingegneria).
La questione diventa dunque come aprire agli interessi delle imprese in un sistema chiuso come quello delle discipline manageriali? La mia opinione è che la collaborazione sia possibile solo a condizione che gli scienziati siano «costretti» a produrre ricerca rilevante, incorporando anche la rilevanza tra i criteri per giudicare una buona ricerca. Ho utilizzato il verbo «costringere», perché la soluzione non nascerà dagli appelli alla collaborazione, ma da un’urgenza ineludibile. La questione diviene dunque quale potrebbe essere questa necessità?
La risposta sta nel fatto che le università hanno un’impellente necessità di accedere ai finanziamenti dei privati e delle imprese, a causa della crescente scarsità di risorse pubbliche destinabili alla ricerca. Le istituzioni accademiche quindi non possono più a lungo contare su un’elevata spesa pubblica, in Europa, o su importanti entrate dalle tasse universitarie negli Usa, e devono necessariamente rivolgersi in misura crescente a fondi privati. Soprattutto per le facoltà e le scuole di business, una fonte importante della raccolta dei fondi è costituita dai finanziamenti delle imprese32, le quali tuttavia saranno disponibili a elevati esborsi solo se la ricerca avrà una qualche rilevanza, come avviene nel campo della medicina o di altre discipline che oggi accedono a fondi dell’industria.
D’altro canto le imprese fronteggiano un ambiente competitivo che genera una necessità di cambiamento costante, nella tecnologia dei prodotti, dei processi produttivi e nelle pratiche manageriali. L’innovazione è divenuta una costante nella ricerca di competitività. Il management deve cercare continuamente soluzioni innovative ovunque e il mondo accademico può diventare una fonte importante di nuove soluzioni. Quindi le imprese cercano nuove pratiche manageriali non solo all’interno ma sempre più all’esterno. Il mondo accademico può diventare un elemento importante nella produzione di dati, teorie e metodi a supporto delle più efficaci pratiche manageriali.
Laddove le imprese finanziano le ricerche aspettandosi un ritorno operativo, non soltanto è posto in primo piano il tema della rilevanza, ma si attivano anche meccanismi quali la messa a disposizione di dati, la formazione di team misti ricercatori/professional, la disponibilità a fungere da laboratorio, la produzione di ricerca congiunta.
L’impatto delle teorie e dell’insegnamento del management
Vi è chi sostiene, con argomenti molto convincenti, che le ricerche accademiche in campo manageriale, con la pretesa della scientificità, in realtà diffondo teorie che non solo sono irrilevanti, ma che hanno anche un impatto negativo sulle buone pratiche manageriali e sulla società.
Le critiche al riguardo sono sostanzialmente due:
- le teorie di management sono dannose
- i corsi di management sono inefficaci e deleteri
Le teorie di management sono dannose
La tesi della dannosità è stata espressa sostanzialmente da Ghoshal33, poco prima della sua prematura scomparsa. Il ragionamento si basa sul fatto che le teorie in campo sociale e in specifico in quello manageriale hanno un impatto significativo sulla realtà osservata. Un’asserzione nel contesto delle scienze della natura, invece, non produce effetti sui fenomeni oggetto di indagine: una nuova teoria sui motivi per cui le galassie si allontanano le une dalle altre non modifica il loro comportamento. Una nuova concezione sul comportamento dei manager può avere effetti su come nelle aziende si decide su aspetti importanti34. Ciò significa che quando la teoria in campo manageriale è sbagliata, può produrre esiti devastanti sui processi decisionali nelle imprese35.
In particolare, se si afferma che una teoria è vera in senso assoluto, al di là delle opinioni personali, si inducono i manager a pensare che seguendo le sue indicazioni non ci si debba curare degli effetti positivi o negativi sulla società, essendo «coperti» dalla scienza e dunque sollevati da qualunque responsabilità etica. Ad esempio, se in una certa situazione, per massimizzare il profitto aziendale è necessario ridurre i costi del lavoro, si può essere indotti a ritenere che i licenziamenti abbiano un fondamento oggettivo e non siano invece il frutto di una scelta che ha risvolti economici, ma anche sociali ed etici di cui il decisore deve assumere la responsabilità piena, non mitigata da alcuna «legge» scientifica apparentemente dotata di oggettività.
Questa osservazione è profondamente vera ed è indiscutibile che la pretesa di scientificità sia sotto il profilo etico, oltre che logico, totalmente inaccettabile.
Non vi è dubbio, come sostiene Ghoshal, che le teorie in campo manageriale debbano sempre essere motivate sotto il profilo ideologico, e che la pretesa di tecnicismo e di scientificità sia un modo per oggettivizzare in modo pretestuoso quanto ha un carattere profondamente soggettivo e viziato dalle convinzioni del ricercatore36.
Tuttavia, ciò è vero non solo per le scienze sociali, come sembra ritenere Ghoshal, ma anche per le scienze della natura. In base alla pretesa di verità delle scoperte scientifiche in campo medico, ad esempio, cambiano i metodi di cura, con un forte impatto di natura etica sulle modalità di assistenza dei pazienti: si pensi al riguardo al dibattito sull’accanimento terapeutico. Ancora, in base alle teorie sul clima si impostano politiche di salvaguardia delle risorse naturali che possono avere effetti eticamente discutibili sul tema dell’alimentazione, della preservazione dell’ambiente, è così via.
In buona sostanza, il problema sta nel fatto che qualunque asserzione scientifica se dotata di una pretesa di conoscenza assoluta, è in grado produrre nella società danni sul piano etico di grande portata. E a maggior ragione nel campo delle discipline aziendali che, avendo a che fare con la gestione e direzione di molte attività umane, ha al riguardo una responsabilità maggiore.
Bisogna sempre mantenere viva la consapevolezza che la scienza può generare solo verità provvisorie e di natura locale, che non possono avere alcuna pretesa di assolutezza e di validità indipendente circostanze di luogo e di tempo. L’unica certezza della conoscenza umana è che essa è soggetta a essere superata sempre e sistematicamente da nuove conoscenze.
I corsi di management sono inefficaci e deleteri
Le affermazioni sul fatto che i corsi di management siano inefficaci quando non dannosi sono innumerevoli, basandosi in buona parte sul fatto che nella migliore delle ipotesi l’insegnamento in questo ambito si traduce in un addestramento sulle tecniche, che non sono certo la base su cui preparare chi in futuro deve giocare un ruolo dirigenziale37.
Ciò è dimostrato dal fatto che il possesso di un diploma master o di una laurea e i risultati ottenuti nella carriera scolastica non sono correlati con il successo di una persona nel mondo del management. Nelle migliori università, soprattutto statunitensi, c’è infatti una grande attenzione alla selezione degli studenti, i quali devono dimostrare di avere la capacità sufficiente per essere ammessi. L’apprendimento e gli esami volti a verificarlo sono invece molto meno importanti38.
I corsi aziendali possono anche avere effetti deleteri, soprattutto quando non assegnano il giusto peso all’insegnamento dei valori e dell’etica, indispensabili quando i discenti avranno la responsabilità di altre persone e di intere comunità. Gli studenti di management e di economia aziendale sono destinati a un’attività di gestione e di direzione che può provocare effetti significativi sulla vita di molti individui, delle imprese e della società nel suo insieme.
In una recente indagine presso un gruppo di studenti MBA, si è visto che le persone tendono a considerare giusto il comportamento che è praticato dalla maggioranza delle persone e non in riferimento a valori di carattere generale39. È ben vero che negli ultimi anni si sono diffusi corsi di etica e sulla responsabilità sociale dell’impresa, tuttavia insegnare alcuni modelli teorici sul ruolo dell’etica non produce grandi conseguenze sui valori delle persone.
Il senso dell’insegnamento del management
È molto difficile insegnare l’etica attraverso l’illustrazione di una o dell’altra teoria: l’unica modalità per trasmettere l’importanza dei valori è quella di farli praticare durante gli anni dell’università. La modalità più efficace è quella di coinvolgere gli studenti in attività dove la solidarietà, l’aiuto reciproco, il rispetto delle norme, la giustizia, siano il frutto non di modelli astratti ma di attività concrete. Per questo motivo alcune università negli Stati Uniti e in Europa hanno intrapreso programmi di solidarietà e hanno favorito iniziative di volontariato da parte degli studenti e del corpo docente.
Vale la pena di sottolineare che se è credibile che le università di economia e le scuole di business possano formare una classe manageriale non attenta a valori etici superiori e così arrecare molti danni alla società, è anche vero il contrario. Gli studi aziendali possono contribuire a imprese migliori e a una società più giusta, facendo leva sulle tecniche di gestione ma anche sui valori e sugli obiettivi superiori che una buona gestione può avere. Al riguardo può essere utile ricordare la frase con cui la Scuola di Direziona Aziendale della Bocconi ai tempi della sua fondazione accoglieva i propri discenti e che recitava: «Una scuola di management serve la collettività quando opera nella costante tensione tra l’esigenza di preparare all’esercizio di una professione e la necessità di produrre una critica costruttiva per la ricerca di strutture economiche e organizzative più giuste»40. Una buona gestione può avere effetti straordinariamente positivi sullo sviluppo delle imprese e sul funzionamento della società, aumentando la crescita, l’occupazione, il senso di attaccamento al lavoro, la coesione sociale, la soddisfazione dei lavoratori e dei consumatori, l’equità nella distribuzione dei redditi, il livello dell’istruzione, migliorando la sanità e l’efficienza della pubblica amministrazione. E questi obiettivi devono e possono essere i motivi di fondo dello studio, dell’insegnamento e dell’apprendimento del management.
Note
1 Hayek von F.A.,. «Economia e conoscenza», in AA.VV., Conoscenza, mercato, pianificazione, Il Mulino, Bologna, 1988.
2 Oldroyd D.R., The Arch of Knowledge: An Introductory Study of the History of the Philosophy and Methodology of Science, Methuen, 1986.
3 Vicari S., «All of us have a problem. Rilevanza e rigore nelle disipline manageriali», Economia & Management, n. 3, 2013.
4 Hayek von F.A., «The Pretence of Knowledge», The American Economic Review, vol. 79, n. 6, Dec., 1989, pp. 3-7.
5 Ad esempio, si vedano Rebora G. «Ricerca senza qualità? Il caso delle scienze aziendali e del management», LIuC Papers, n. 209, Serie Economia Aziendale, novembre, 2007; Baccarani C., Calza F., «Sul senso e sul valore del ricercare nel mondo del management», Sinergie rivista di studi e ricerche, 86, 2012; Brunetti F. «Di cosa parliamo quando parliamo di “scienze manageriali”?», Sinergie rivista di studi e ricerche, 86, 2012.
6 Ivi.
7 Si vedano ad esempio di questa posizione Ghoshal S., «Bad management theories are destroying good management practices», Academy of Management Learning & Education, 4.1, 2005, pp. 75-91; Hayeck von F.A., «The pretence of Knowledge», op. cit. e, per l’Italia, Rebora G., op. cit.
8 Ghoshal S., op. cit.
9 Elster J. Explaining Technical Change, Cambridge, England, Cambridge University Press, 1983.
10 Manaresi A. «Scienze manageriali: metodo scientifico o applicazione rituale di metodi quantitativi», Sinergie rivista di studi e ricerche, 87, 2012.
11 Hayek von F.A.,. Economia e conoscenza, op. cit.
12 Vicari S. «Metodo e linguaggio nell’accademia economico-aziendale italiana», in Vicari S. (a cura di), Metodo e linguaggio in economia aziendale, Egea, Milano, 1992.
13 Maturana H.R., Varela F.J., Autopoiesi e cognizione: la realizzazione del vivente, Marsilio, Venezia,1985.
14 Peirce C.S., «Deduction, induction, and hypothesis», Popular Science Monthly, 13, 1878, pp. 470-482.
15 Lipton P., Inference to the best explanation, Routledge, 2004.
16 Ketokivi M., Mantere S., «Two strategies for inductive reasoning in organizational research», Academy of Management Review, 35.2, 2010, pp. 315-333.
17 Ivi.
18 Ivi.
19 Ad esempio, Hayek von F.A., «The Pretence of Knowledge», op. cit., e Rebora G., op. cit.
20 Hayek von F.A., «The Pretence of Knowledge», op. cit.
21 Vicari S. «Metodo e linguaggio nell’accademia economico-aziendale italiana, op. cit.
22 Rebora G., op. cit.
23 Come chiaramente riportato in Hillman A., «Editor’s Comments: What Is the Future of Theory?», Academy of Management Review, 36.4, 2011, pp. 606-608.
24 Il tema oggetto di questo paragrafo è stato ampiamente trattato in Vicari S., «All of us have a problem. Rilevanza e rigore nelle disipline manageriali», op. cit., da cui sono state riprese alcune parti, parzialmente rielaborate ai fini di questo scritto.
25 Beyer J.M., Trice H.M., «The Utilization Process: A conceptual framework and synthesis of empirical findings», Administrative Science Quarterly, 27, 1982. pp. 591-622.
26 Mesny A., Mailhot C., «Control and traceability of research impact on practice: reframing the “relevance gap” debate in management», M@n@gement, vol. 15, n. 2, 2012, pp. 180-207.
27 Mintzberg H., Managerial Work: Forty Years Later, Uppsala Lectures, Textgruppen, Uppsala, 1991.
28 Come fa ad esempio il giornale The Economist (Aug 28th, 2007)
28 Rynes S.L., Colbert A E., Brown K.G.. «HR professionals’ beliefs about effective human resource practices: Correspondence between research and practice», Human Resource Management, 41.2, 2002, pp. 149-174. Rousseau D.M., «Presidential Address Is There Such a Thing as «Evidence-Based Management?», Academy of Management Review, vol. 31, n. 2, 2006, pp. 256-269.
30 Si veda ad esempio Hodgkinson G.P., Herriot P., Anderson N., «Realigning the stakeholders in management research: Lessons from industrial, work and organizational psychology», British Journal of Management, 12 (Special Issue), 2001,S41-S48.
31 Polany M., The Logic of Liberty, University of Chicago Press, Chicago, 1950.
32 Mesny A., Mailhot C, op. cit.
33 Ghoshal S., op. cit.
34 Ghoshal S., Moran P., «Bad for practice: A critique of the transaction cost theory», Academy of management Review, 21.1, 1996, pp. 13-47.
35 Ghoshal S., op. cit.
36 Frankfurter G.M., McGoun E.G., «Ideology and the theory of financial economics», Journal of Economic Behavior & Organization, 39.2, 1999, pp. 159-177.
37 Mintzberg H., «Musings on management. Ten ideas designed to rile everyone who cares about management», Harvard Business Review, 74.4, 1996, p. 61.
38 Pfeffer J., Fong C.T., «The business school business: Lessons from the US experience», Journal of Management Studies, 41, 2004, pp. 1501-1520.
39 Podolny J.M., «The buck stops (and starts) at business school», Harvard Business Review, 87.6, 2009, pp. 62-67.
40 Iscrizione che volle l’allora direttore della SDA, il compianto Claudio Demattè.