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Il mondo di Guatri

2026/13

L’economia aziendale oggi

Gino Zappa e l’economia aziendale

Come disciplina scientifica, l’economia aziendale è piuttosto giovane. La sua origine risale ai primi decenni del Novecento. Per essere più precisi, essa nasce ufficialmente nel 1927, anno nel quale Gino Zappa pronunciò a Ca’ Foscari il celebre discorso Tendenze nuove negli studi di Ragioneria. Questo discorso costituisce un po’ il manifesto della nuova disciplina, perché in esso ne troviamo ben delineati scopo, oggetto e metodo.

Zappa approda all’economia aziendale muovendo dalla ragioneria. Egli si rende conto che lo studio dei metodi di rilevazione contabile dei fatti aziendali – tipico oggetto della ragioneria – risulta del tutto sterile se non è accompagnato, o ancor meglio se non è preceduto dalla conoscenza e dallo studio della realtà economica che sta dietro a quei fatti e dalle strette connessioni che legano tra loro tali fatti. Solo conoscendo l’economia dei fenomeni aziendali, se ne può cogliere appieno la loro dimensione quantitativa; e solo conoscendo l’economia dei fenomeni se ne possono interpretare correttamente le sintesi contabili e i relativi numeri che le esprimono.

Senza questo ampliamento di orizzonti e di compiti, la ragioneria – dice Zappa – rischia di isterilirsi in una precettistica fine a se stessa, a tratti addirittura banale nella sua ovvietà. Alla base della rivoluzione da lui operata, non vi è una mera operazione intellettuale, condotta a tavolino da una persona colta e dotata di un ampio strumentario tecnico e metodologico. In verità, vi è anche questo; ma vi è soprattutto una straordinaria capacità di osservare la realtà economico-aziendale e di coglierne l’incessante trasformazione. Del resto, la necessità di muovere dai fatti, di saperli osservare, di saper condurre sperimentazioni su di essi è un tema su cui Zappa ritorna con insistenza. E non è un caso che una delle pochissime citazioni contenute nel discorso sulle Tendenze nuove sia riservata, con ammirazione, a Galilei e al metodo sperimentale. È un’insistenza, quella di Zappa, che a prima vista può apparire esagerata, forse addirittura ossessiva. Eppure, se caliamo il discorso nel contesto dell’epoca, quell’insistenza appare largamente giustificata per non dire necessaria. Se guardiamo, poi, ai nostri giorni e, in particolare, alla deriva in atto in materia di principi contabili internazionali – con un pericoloso ritorno a quella che Zappa probabilmente chiamerebbe, oggi, un vuota e vana precettistica – dobbiamo amaramente concludere che forse il chiodo non fu battuto abbastanza.

La nascita dell’economia aziendale fu accompagnata dal molte polemiche. La nuova disciplina fu inizialmente contrastata, con argomentazioni poco convincenti che oggi appaiono più emotive che razionali. In verità sull’atteggiamento critico nei confronti della nascente disciplina incise la diffusa impressione – alimentata probabilmente dallo stile singolare con cui le nuove idee venivano espresse – che Zappa ostentasse un compiaciuto intellettualismo una sorta di cerebralismo un po’ snobistico. A parte questo aspetto, sul quale per altro qualcuno di noi avesse padronanza della linguistica potrebbe fare utili approfondimenti, resta il fatto che, proprio perché deboli, le critiche cessarono presto: in breve l’economia aziendale – intesa come la scienza che studia le condizioni di esistenza e le manifestazioni di vita delle aziende – fu largamente accettata e condivisa. Così come fu largamente accettato e condiviso il progetto che ne era alla base.

Zappa riconduce a unità gli studi di ragioneria e quelli che allora si chiamavano di tecnica; li unifica nel segno dell’azienda, la quale viene così posta al centro della nuova disciplina, fino a costituirne sostanzialmente l’oggetto.

La nascita dell’economia aziendale e le grandi trasformazioni economico-sociali nel xix e xx secolo

La visione di Zappa dunque non tardò ad affermarsi. E non poteva che essere così, per una ragione molto semplice. Osservando le cose con la serenità e il distacco che solo il tempo può dare, a me pare infatti che, quella che ho chiamato la rivoluzione di Zappa fosse allora il frutto maturo – e forse anche un po’ tardivo – di altre e più profonde rivoluzioni intervenute in campo economico e sociale tra la fine del XVIII e l’inizio del XX secolo.

Mi riferisco alla cosiddetta «rivoluzione industriale», che nel nostro Paese per una serie di ragioni arrivò con un po’ di ritardo, a cavallo dell’unità d’Italia, e alle grandi riforme nel campo della sicurezza sociale e del lavoro venute successivamente anche per dare soluzione ad alcuni problemi indotti proprio dalla rivoluzione industriale.

La rivoluzione industriale e le grandi riforme sociali trasformarono alla radice il modo di produrre e, di conseguenza, anche l’economia della produzione.

Nascono le grandi fabbriche che consentono forti economie di scala, ma a condizione di realizzare impianti sempre più vasti e complessi. Gli investimenti crescono, i loro tempi di recupero si allungano. La struttura produttiva si allarga e i suoi costi si irrigidiscono, a cominciare dai costi del lavoro. La prospettazione del futuro incombe sempre più sulle decisioni aziendali mentre si infittiscono, fino a divenire inestricabili, gli intrecci tra fatti aziendali presenti e fatti futuri.

Sul piano più propriamente tecnico-contabile, i risultati consuntivi appaiono sempre meno significativi, sempre meno espressivi se non letti alla luce delle aspettative e dei possibili andamenti futuri della gestione. Emerge in tutta la sua complessità la nozione di competenza economica dei costi e dei ricavi e la sua natura convenzionale.

Se cambia il modo di produzione, se cambia l’economia della produzione cambia anche l’azienda che di quella produzione è il «centro». E, infatti, l’azienda dei primi anni del Novecento è cosa ben diversa dall’azienda di un secolo o anche solo di 50 anni prima. Insomma l’azienda che si apre agli studi di Zappa è tutt’altra cosa rispetto all’azienda dell’epoca – metà dell’Ottocento – in cui Besta, che di Zappa fu maestro e dichiarato punto di riferimento intellettuale, scriveva la sua grande opera, La Ragioneria, in 3 volumi.

Ho detto che l’economia aziendale è il frutto, forse anche un po’ tardivo, dei grandi cambiamenti economici e sociali recati principalmente dal XIX secolo. Perché un po’ tardivo? Ma perché quello che Zappa ha fatto era nell’ordine naturale delle cose; non poteva non essere fatto. Anzi mi spingerei a dire che doveva essere fatto anche un po’ prima: e sono convinto che questo sarebbe accaduto se Zappa fosse nato qualche decennio prima. Non dimentichiamo che egli ha poco più di 40 anni quando dà inizio al nuovo corso.

Insomma, il nuovo corso è imposto dagli avvenimenti, dal mutato contesto. E Zappa stesso lo dice quando scrive:

Ben raramente le dottrine progrediscono per puro superamento mentale, nell’ignoranza dei fatti.

Nel campo della privata economia, spezzati, e or non sono molti anni, i vincoli antichi, dissolta un’organizzazione di secoli, le aziende vivono di nuova e più intensa vita. L’enorme differenziarsi e moltiplicarsi delle imprese, l’integrarsi di sempre più vasti complessi, ne sono la prova non ricusabile. E dalla vita nuova, più frequenti e poderosi prorompono i problemi, che la pratica, procedendo per tentativi, variamente risolve e compone, non sempre con confortevoli risultati. Deve ancora la nostra dottrina ignorare la vita e rifiutare ad essa il sussidio di cui è capace?

I fatti che si vanno manifestando possono confermare antiche teorie, e in esse possono convenientemente adagiarsi. Ma non raramente le nozioni che sgorgano dai fatti nuovi, i quali spesso non sono che fatti per l’innanzi rimasti inavvertiti, si accumulano frammentariamente, non possono innestarsi sulle antiche conoscenze. Chiedono esse i contrastati rinnovamenti e solo in restaurazioni profonde si palesano come nuove verità composte in nuovi sistemi.

In queste parole possiamo cogliere tanto la genesi quanto il progetto dell’economia aziendale. Sulla base di questo progetto la nuova disciplina assume rapidamente consistenza. Per un verso, vengono ripresi i temi classici della ragioneria – inerenti le rilevazioni quantitative – dando loro, però, maggior respiro, più ampio sfondo e, soprattutto, un più sicuro inquadramento metodologico. Per altro verso, si affrontano temi per così dire «nuovi» in materia, soprattutto, di organizzazione e gestione, secondo la nota tripartizione dell’economia aziendale.

Questioni sostanzialmente ignorate dalla vecchia ragioneria, ma di grandissima rilevanza pratica, vengono indagate in profondità. Penso, in particolare, ai grandi temi del fabbisogno finanziario e del finanziamento.

Nella costruzione della nuova disciplina, Zappa è coadiuvato – con intelligenza e laboriosità – da un gruppo di valorosi allievi tra i quali spicca il giovane Pietro Onida, il cui contributo – e lo dico nell’assoluta certezza che non mi fa velo l’affetto che mi lega alla sua memoria – fu decisivo per lo sviluppo dell’economia aziendale. Negli anni, poi, Pietro Onida si cimentò con successo, e sempre con un suo tratto di originalità, in tutti i settori della disciplina. A parte i tanti studi monografici, a lui si debbono le prime trattazioni sistematiche. Mi riferisco, in particolare, alle Discipline economico-aziendali del 1947 e all’Economia d’azienda del 1960, opere sulle quali il tempo sembra non lasciar traccia.

Nell’arco di 30-40 anni gli studi aziendali si sviluppano enormemente. È un progresso netto, rapido, per certi aspetti tumultuoso forse perché c’era da guadagnare il tempo perduto. Ma è anche un progresso un po’ diseguale, un po’ sbilanciato che non investe nella stessa misura tutti gli aspetti della nuova disciplina. Come vedremo, gli studi guardano essenzialmente l’azienda solo dal di dentro nelle sue regole di organizzazione e di funzionamento – e si concentrano su un solo modello d’azienda. E da qui probabilmente nascono i problemi che oggi abbiamo di fronte.

Dopo un promettente avvio, la spinta propulsiva si esaurisce

Sul finire degli anni Sessanta la spinta propulsiva si esaurisce. L’economia aziendale entra in una fase di stanca se non di vera e propria decadenza. Inizia quella che potremmo chiamare la diaspora: pezzi di materia si staccano alla ricerca di un’improbabile e velleitaria autonomia scientifica. Non assistiamo a un normale processo di ripensamento o, se si vuole, di aggiornamento epistemologico, frequente nella storia della scienza, e comune a molte discipline cosiddette generaliste: processo al termine del quale la disciplina-madre esce rafforzata, rinnovata e magari ampliata con la gemmazione di sottodiscipline. No, non è questo il nostro caso. L’economia aziendale si frantuma in molti disordinati rivoli, con un processo sostanzialmente inverso a quello che aveva portato alla sua costituzione.

Certo, nulla ci impedisce di dire – e forse anche con qualche ragione – che il processo di disgregazione è stato fortemente alimentato da una «politica universitaria» miope, pressappochista e incolta, in cui è difficile rintracciare un qualche elemento di razionalità. Ma sarebbe un comodo alibi che, per un verso, non basterebbe a scaricare noi studiosi di alcune responsabilità delle quali dirò dopo; per altro verso, non cambierebbe i termini della questione che abbiamo di fronte. E la questione è più o meno questa. Di là da una certa retorica che ancora la circonda, l’economia aziendale ha smarrito la strada: non appare chiaro quale ne sia l’oggetto; né appare chiaro come essa si ponga rispetto alle tante discipline aziendalistiche che – sfidando, a volte, addirittura il ridicolo – abbiamo fatto nascere. A me appare sempre più un guscio vuoto che ognuno riempie alla rinfusa con quello che ha. Insomma, l’economia aziendale è, ora, poco più che un fantasma; è l’ombra di se stessa; è il tronco rinsecchito e forse senza vita di quella che fu una vigorosa pianta.

A mio parere non possiamo più ignorare questa questione e, responsabilmente, ci dobbiamo domandare perché l’economia aziendale è finita nelle secche in cui si trova e, poi, ci dobbiamo domandare se e come se ne può uscire.

Quale futuro per l’economia aziendale?

Provo a rispondere a questa domanda. Comincio dalla coda: come se ne può uscire? Le ipotesi sono sostanzialmente due.

La prima è sintetizzabile cosi: l’economia aziendale non ha più niente da dire e da dare. Essa ha contribuito, in qualche modo, a conferire un nuovo e soddisfacente assetto epistemologico alle cosiddette «discipline aziendalistiche» e in esse ha trasfuso il suo oggetto e i suoi metodi; in altre parole, in queste discipline essa si è dissolta, sicché non ha più alcuna funzione e alcuna ragione di esistere.

La seconda risposta può essere questa: il declino dell’economia aziendale discende dal fatto che non abbiamo saputo adeguarne l’oggetto al mondo che ci circonda, secondo linee che Zappa aveva già intuito e altre linee che avremmo potuto individuare noi, soprattutto a partire dagli anni Settanta. In questo senso l’economia aziendale avrebbe ancora molto da dire e si potrebbe aprire una nuova importante fase nei nostri studi.

Dico subito che inclino per questa seconda risposta, anche se non ho elementi per ritenere con certezza che la prima sia sbagliata. Su di essa, anzi, sarebbe opportuno condurre qualche approfondimento.

Propendo per la seconda risposta perché vedo con chiarezza che vi sono problematiche di grande rilevanza scientifica e pratica che rientrerebbero a tutto tondo nell’economia aziendale e che noi abbiamo fin qui ignorato: mi riferisco alla molteplicità di configurazioni che può assumere l’organizzazione della produzione di beni e servizi. Penso, in particolare, ai tanti modelli aziendali che – con riguardo ai mutevoli bisogni dell’uomo – noi possiamo ideare combinando variamente le modalità di finanziamento e di copertura dei costi della produzione, le modalità di ripartizione dei rischi insiti in ogni attività economica, le modalità di ripartizione del potere di decisione e così via. Penso, insomma, ai tanti modelli che potremmo affiancare all’impresa capitalistica, che storicamente – come vedremo – dell’economia aziendale costituisce il cuore.

Si tratta di problematiche che naturalmente possono essere studiate – e di fatto sono studiate – anche da discipline diverse dall’economia aziendale ma che, a mio parere, solo in essa possono trovare una trattazione completa – che sappia andare alla radice dei problemi, che non si perda in sterili astrazioni, che sia improntata a realismo e concretezza – perché solo tale disciplina ha tutti gli strumenti per farlo. Con questo non intendo sottovalutare, sia chiaro, il contributo decisivo che altre discipline – diritto, micro-economia, sociologia ecc. – possono dare allo studio di tali problematiche; e ancor meno intendo affermare una sorta di autosufficienza dell’economia aziendale per la loro trattazione. Intendo solo sottolineare che, a mio parere, l’economia aziendale appare la disciplina più idonea a ricondurre a unità tutti gli aspetti inerenti l’analisi dei modelli organizzativi della produzione.

Qui sta il punto centrale di tutto il discorso; qui sta il nuovo ruolo dell’economia aziendale. Per meglio chiarirlo, torniamo un po’ alla sua genesi.

Come abbiamo già visto, l’economia aziendale nasce dal basso; nasce dallo sviluppo della ragioneria che poi vi confluisce per costituirne – secondo la nota tripartizione zappiana – una delle parti. Ora dobbiamo aggiungere che essa nasce in un contesto ben preciso, che finisce per segnarla in modo indelebile; nasce nel contesto tipico di un ordinamento fondato sull’impresa e sul profitto. Di tale ordinamento accetta tout court il paradigma di fondo. Si muove al suo interno; vede le aziende come suoi elementi costitutivi e in quanto tali le modella e le studia.

L’economia aziendale accetta implicitamente l’idea che la produzione di beni e servizi – eccetto quelli che lo Stato, per una ragione o per l’altra, ritiene di curare direttamente – è affidata ad aziende che operano nella logica dello scambio e del profitto. Non nega certo l’esistenza di altre forme organizzative – basate sull’assenza di profitto, sulla mutualità, sul dono, sulla solidarietà – ma le vede più come mere categorie logiche, da non ignorare sul piano concettuale, che come fenomeni di apprezzabile rilevanza pratica.

Sotto questo aspetto è difficile non vedere uno iato, una sorta di discontinuità tra la definizione straordinariamente efficace, ben calibrata e di portata assai generale che Zappa ci dà dell’azienda («coordinazione economica istituita e retta per il soddisfacimento dei bisogni umani») e quella che chiamerei la «sistematica» dell’economia aziendale. In questa sistematica a me appare con chiarezza l’esistenza, se non di un vero e proprio squilibrio, di una forte differenza di enfasi tra i vari tipi di aziende. Voglio dire che quando costruisce l’edificio dell’economia aziendale, Zappa ha presente non l’azienda nei suoi tratti generali – che pure ha così mirabilmente definito – ma l’impresa e per di più l’impresa cosiddetta capitalistica, cioè quella particolare azienda che produce per lo scambio in vista di un profitto. Si intravede – questo è innegabile – un grande sforzo di generalizzazione, ma al centro della sua riflessione resta l’impresa. Del resto, i suoi temi di studio hanno riguardato sempre quell’ambito. Non dimentichiamo che quando scrive le Tendenze nuove negli studi di Ragioneria, Zappa sta completando la grande opera sul Reddito d’impresa che lo impegna già da molti anni. E probabilmente sono state proprio le ricerche sul reddito che gli hanno fatto cogliere plasticamente i limiti delle rilevazioni quantitative e gli hanno fornito – se così posso dire – l’ispirazione della nuova disciplina.

Vi è poi un altro importante tratto costitutivo dell’economia aziendale – connesso a quello appena ricordato – che occorre qui sottolineare. Mi riferisco al fatto che essa studia l’azienda dal di dentro e solo dal di dentro, ossia nei suoi meccanismi e nelle sue regole di funzionamento. Il mondo esterno, il quadro di riferimento istituzionale è assunto come un dato, come una variabile indipendente, come un fattore esogeno. In altre parole, l’economia aziendale non ha, o almeno sembra non avere, tra i suoi compiti quello di studiare le condizioni esterne – in materia, ad esempio, di infrastrutture finanziarie, di fiscalità, di rapporti di lavoro, di strumenti giuridici – occorrenti perché i diversi modelli d’azienda possano efficacemente inverarsi e possano soddisfare nel miglior modo i bisogni dell’uomo. Da questo punto di vista, nulla è più espressivo e illuminante – per chiarire il contenuto e i limiti dell’economia aziendale – del titolo che Aldo Amaduzzi, anch’egli valoroso allievo di Zappa, diede a una sua importante opera degli anni Cinquanta, L’azienda nel suo sistema e nell’ordine delle sue rilevazioni.

L’economia aziendale e l’organizzazione della produzione in una democrazia liberale

L’economia aziendale deve ripartire dagli uomini e dai loro bisogni. Deve muovere dall’assunto che l’azienda è lo strumento attraverso il quale gli uomini soddisfano alcuni loro fondamentali bisogni: il bisogno di lavorare e quello – connesso – di procurarsi i beni e servizi necessari per vivere. Di conseguenza deve forgiare le aziende sui bisogni degli uomini; deve saper costruire modelli d’azienda differenti in rapporto alle caratteristiche dei bisogni umani che sono chiamate a soddisfare e dei beni e servizi che sono chiamate a produrre. Tutto questo fin qui non è accaduto. La verità è che, nonostante si tratti di concetti pressoché pacificamente accettati e condivisi, essi sono rimasti – nei nostri studi – allo stato di pura e, diciamolo pure, di pigra enunciazione. Talora si ha l’impressione che al centro della nostra disciplina vi sia non l’uomo ma l’impresa.

Quando affermo che l’economia aziendale ha fin qui studiato le aziende dal di dentro, intendo dire che essa è partita da alcuni tipi di aziende o meglio da un solo tipo d’azienda, quale si è venuto storicamente formando (mi riferisco all’impresa) e lo ha razionalizzato, ricercandone e ordinandone le regole di funzionamento. In altre parole, l’economia aziendale non ha svolto quella funzione che, nella prospettiva in cui io mi pongo, dovrebbe svolgere: costruire modelli d’azienda in rapporto alle diverse esigenze degli uomini e concorrere, per questa via, a creare il contesto nel quale gli uomini operano e soddisfano i loro bisogni. Al contrario, essa ha accettato, forse inconsapevolmente, un dato contesto quello esistente al momento della sua nascita – e ha lavorato al suo interno.

Se noi guardiamo al contesto del mondo occidentale degli ultimi due secoli, il discorso ci riporta inevitabilmente all’impresa. È un discorso già proposto, per sommi capi in precedenza, ma sul quale mi sembra opportuno tornare brevemente per chiarirne altri aspetti utili all’analisi che vado sviluppando.

A partire dalla cosiddetta rivoluzione industriale la storia del modo in cui, nel mondo occidentale, gli uomini hanno soddisfatto i propri bisogni può essere riassunta nei seguenti termini.

Le persone più intraprendenti, utilizzando le grandi potenzialità delle nuove tecnologie e i metodi della divisione del lavoro, organizzano la produzione di massa destinata allo scambio. Viene così sviluppandosi enormemente la cosiddetta «impresa capitalistica», caratterizzata dalla presenza di un soggetto – in genere l’imprenditore-proprietario – che acquisisce i fattori produttivi, ivi compreso il lavoro umano, corrispondendo loro una remunerazione prestabilita; li coordina, a suo insindacabile giudizio, per ricavarne un profitto che in parte gli serve per vivere e in parte per finanziare la crescita dell’impresa. Assistiamo a grandi trasformazioni sociali che vedono – tra l’altro – contrarsi gli addetti all’agricoltura e crescere gli addetti all’industria.

Questo processo comporta una permanente competizione tra uomini e idee. Lo Stato asseconda tale processo, anche perché esso consente una spettacolare crescita del volume dei beni e servizi e promette un generale miglioramento delle condizioni di vita. Allo stesso tempo, lo Stato cerca di mitigare gli effetti del processo sulle condizioni di vita dei lavoratori salariati e di coloro che non riescono a reggere il ritmo della competizione; cosi come cerca di contrastare la tendenza alla concentrazione del capitale in poche mani e i suoi effetti sui prezzi e non solo sui prezzi. Per certi aspetti, la storia economica dei Paesi occidentali, negli ultimi due secoli è in larga parte la storia del susseguirsi ininterrotto degli interventi statali – della più disparata natura e tipologia – volti a preservare gli aspetti positivi e a prevenire e contrastare gli effetti indesiderati del capitalismo.

In questo contesto nasce l’economia aziendale. Essa è certamente figlia del capitalismo, di cui porta impressi alcuni caratteri tipici, primo tra tutti l’enfasi eccessiva sull’impresa (capitalistica, appunto) e sul profitto. D’altra parte è anche vero che, pur essendone figlia, vi resta sostanzialmente estranea, forse perché – come già detto – essa si è data il compito di studiare l’azienda dal di dentro. L’economia aziendale, infatti, non partecipa storicamente al dibattito sul capitalismo e sui sistemi che – in alternativa – gli si vorrebbero contrapporre. Eppure essa avrebbe potuto portarvi concretezza e pragmatismo e avrebbe potuto evitare – cosa invece accaduta – che il dibattito si radicalizzasse, si tingesse sempre più di ideologismo e perdesse ogni contatto con la realtà. Ma tant’è: questo è quel che si è verificato.

Guardando avanti, non immagino certo un’economia aziendale decontestualizzata, priva cioè di un quadro di riferimento socio-politico. Non avrebbe senso; sarebbe un grave errore. Come disciplina umanistico-sociale, essa ha bisogno di un quadro di riferimento, possibilmente a maglie abbastanza larghe, anche per poter meglio recare il contributo della sua progettualità. Ma questo quadro non può essere puramente e semplicemente il capitalismo, come si è venuto storicamente configurando con le sue innegabili ambiguità. A mio parere, il quadro di riferimento che dobbiamo dare all’economia aziendale è quello proprio di uno Stato moderno, retto da una democrazia liberale, secondo il significato comunemente dato a questa espressione.

Il sistema capitalistico è costruito su un particolare tipo di impresa (quella cosiddetta capitalistica, appunto) con cui fa tutt’uno. Forse proprio a causa della sua origine, esso vede nell’impresa capitalistica non un modello, uno dei tanti modelli organizzativi della produzione, ma il modello o addirittura il solo modello: di qui la cosiddetta «centralità dell’impresa» e il ruolo del mercato che, nella sostanza, è al servizio di quella centralità. Di qui una certa tendenza del sistema capitalistico a escogitare ingegnosi meccanismi allo scopo di utilizzare l’impresa anche in produzioni per le quali essa non è adatta. E di qui, ancora, una certa tendenza a ritenere che tutto quello che non può essere prodotto attraverso l’impresa non può essere materia dell’iniziativa privata e, pertanto, dev’essere demandato allo Stato.

Dal canto suo la democrazia liberale – come già detto – non ha preferenze in materia di modelli organizzativi della produzione; lascia che siano i privati a scegliere: di qui la centralità della persona. Come abbiamo già visto, in questo ordinamento, lo Stato ha cura di creare le condizioni – a cominciare dal libero mercato – perché i privati siano costantemente stimolati a escogitare formule organizzative della produzione capaci di soddisfare sempre più efficacemente i loro bisogni. In questo quadro, il mercato non è funzionale all’impresa ma alla libertà delle persone.

Nel diverso e più ampio contesto di una democrazia liberale, l’economia aziendale acquista un respiro ben più ampio e vede anche dissolversi alcune ambiguità che fin qui l’hanno accompagnata. Essa diventa la disciplina che studia, nelle sue diverse configurazioni, l’azienda come strumento organizzato per la produzione di beni e servizi o, più semplicemente, essa diventa la disciplina che studia i modelli organizzativi della produzione.

I modelli organizzativi della produzione

Ma che cosa s’intende esattamente per modello organizzativo della produzione?

In quanto «centro» per la produzione sistematica di beni e servizi, l’azienda non ha fini suoi propri. I fini sono degli uomini che – modellandola secondo le loro esigenze – la costituiscono e che, di tempo in tempo, la controllano e ne orientano la gestione.

Dal canto loro, gli uomini – da soli o variamente associati tra loro – danno vita ad aziende per i motivi più diversi che, con qualche approssimazione, possiamo ricondurre sostanzialmente a due: a) soddisfare il proprio personale tornaconto; b) prestare aiuto e sostegno ai propri simili perché possano meglio soddisfare i propri bisogni. Per quanto concerne in particolare il punto a), gli uomini possono dar vita ad aziende per: impiegarvi il proprio lavoro e le proprie risorse patrimoniali allo scopo di ottenere, attraverso lo scambio della conseguente produzione, un reddito con cui far fronte alle proprie necessità; ottenere specifici beni o servizi volti a soddisfare direttamente alcuni loro bisogni.

Oltre che dagli uomini e dalle loro libere forme associative, l’azienda può nascere per iniziativa dello Stato (o di altri enti territoriali). Anzi alla nascita dello Stato si accompagna necessariamente la nascita di un’azienda destinata a produrre i beni e servizi che esso ritiene di avocare a sé. In concreto vi è una quasi identificazione tra lo Stato e la «sua» azienda, tant’è che si parla d’azienda dello Stato o azienda-Stato. Le motivazioni che conducono lo Stato a produrre beni e servizi sono le più varie. Di conseguenza possono variare i modelli attraverso i quali la produzione è organizzata. Ecco allora che nella medesima azienda-Stato possono coesistere – con differenti formule giuridico-amministrative – modelli diversi a seconda del tipo di bene o servizio.

Dall’estrema varietà dei fini che i suoi promotori le attribuiscono deriva che l’azienda può cedere la propria produzione attraverso normali atti di scambio – dietro pagamento di un prezzo liberamente formatosi nel mercato – oppure attraverso altre vie che non implicano scambio di mercato. Ad esempio può trasferirla contro un compenso commisurato ai costi sostenuti per la sua realizzazione, contro un compenso commisurato all’obiettivo dell’autosufficienza finanziaria della gestione, oppure contro un compenso variabile in funzione del reddito del destinatario e della sua famiglia; o ancora può trasferirla contro un contributo liberamente deciso dal destinatario, o addirittura senza alcuna controprestazione e, quindi, in modo del tutto gratuito.

Ne deriva anche che i fattori occorrenti per la produzione possono pervenire all’azienda attraverso:

  • un rapporto di scambio, un normale acquisto dietro pagamenti di un prezzo.
  • un rapporto di partecipazione, che per sua natura implica un compenso di tipo residuale (legato, cioè, all’andamento economico della gestione) e un ruolo attivo nelle decisioni di gestione;
  • un apporto gratuito volontario da parte di soggetti (privati o pubblici) che, condividendo i fini dell’azienda, vogliono – per questa via – aiutarla a perseguirli.

Ora è intuitivo che tra le modalità di acquisizione dei fattori e le modalità di cessione della produzione vi sono strette relazioni. Ed è altrettanto intuitivo che le modalità di acquisizione degli uni e le modalità di cessione dell’altra possono essere combinate nei modi più disparati. L’unico vincolo che si incontra, nell’ideare la combinazione, è l’equilibrio economico-finanziario della nascente azienda, ossia la verifica della sua attitudine a far fronte agli impegni che andrà ad assumere e, dunque, la verifica della sua attitudine a produrre a tempo indefinito. Ne consegue, per riprendere un esempio-limite già fatto, che l’azienda può anche cedere gratuitamente quel che produce: ciò che importa è che vi sia qualcuno (un filantropo, un’associazione di persone, lo Stato ecc.) che le fornisca le risorse necessarie per far fronte costantemente agli oneri del produrre.

Ecco, in questa combinazione tra modalità di acquisizione dei fattori e modalità di cessione di quel che si produce si identifica un modello organizzativo della produzione; e nella pluralità – praticamente illimitata – di possibili combinazioni sta la pluralità dei modelli di cui parliamo. In questo quadro appare del tutto pacifica l’affermazione precedente secondo la quale l’impresa capitalistica è uno dei tanti possibili modelli organizzativi della produzione e, quindi, è uno dei tanti possibili modelli d’azienda: un modello, certo, di innegabile e grandissima rilevanza pratica ma pur sempre uno dei tanti modelli. Non solo; ma appare ugualmente chiaro che – denominando impresa ogni azienda che produce per lo scambio di mercato – accanto al modello capitalistico, volto al profitto, se ne possono collocare molti altri caratterizzati dal fatto che o non mirano al profitto oppure lo destinano a soggetti diversi dal portatore del capitale proprio; ad esempio, lo destinano ai lavoratori, o ad alcuni di loro, perché sono essi che si accollano il rischio generico della gestione.

D’altra parte appare anche chiaro che l’impresa – pur nella molteplicità delle sue forme – non esaurisce il novero dei possibili modelli per la semplice ragione che essa è retta dalla logica dello scambio di mercato mentre noi sappiamo che i rapporti tra gli uomini, anche quelli volti a organizzare la produzione, non sempre sono guidati dalla logica dello scambio; per non parlare poi del ruolo dello Stato che, di certo, a quella logica non s’ispira.

Modelli storicamente dati e modelli possibili: l’economia aziendale e la prospettazione di «nuovi» modelli organizzativi della produzione

Il tema degli obiettivi da porre a base dell’individuazione dei modelli possibili assume grande importanza nell’economia aziendale come qui son venuto delineandola, vale a dire in un’economia aziendale che ponga al centro delle proprie ricerche l’uomo e i suoi bisogni. Di seguito indico schematicamente alcuni obiettivi, non senza precisare che, a volte, se ne possono porre congiuntamente due o più, dopo averne verificato – s’intende – la loro compatibilità.

a.       Accrescere il grado di libertà delle persone, stimolare e rendere effettiva la loro capacità di iniziativa in campo economico e sociale. Nel contesto tipico di una democrazia liberale, che qui è stato assunto, tale obiettivo diventa di decisiva importanza per l’ovvia ragione che la diffusione della libertà di iniziativa è, al tempo stesso, la principale condizione e il principale risultato di una vera democrazia liberale. E allora le domande: quali potrebbero essere i modelli idonei a stimolare l’iniziativa dei singoli? Quali potrebbero essere i modelli idonei a consentire al maggior numero di persone di lavorare in autonomia? Che cosa deve fare la politica, ovvero lo Stato –in materia, ad esempio, di fiscalità, di accesso al credito, di forme giuridiche per l’esercizio delle attività economiche e sociali – al fine di consentire la concreta agibilità di tali modelli?

b.       Ridurre le disuguaglianze esistenti nella distribuzione del reddito del Paese e contenere il divario entro limiti determinati. Di qui le domande quali sono i modelli più adatti per raggiungere tale obiettivo? E come questo obiettivo si pone rispetto a quello indicato al precedente punto a)?

c.       Accrescere l’efficienza complessiva del sistema economico in termini, ad esempio, di competitività e di contenimento di costi e prezzi dei beni e servizi. Ed ecco la domanda: quali sono i modelli più adatti all’obiettivo, nelle diverse forme in cui esso può essere declinato? Qui è chiaro che si pongono problemi di compatibilità – e dunque di gerarchia e di dosaggio – con gli obiettivi espressi ai punti precedenti. Il perseguimento dell’obiettivo in esame può richiedere, infatti, modelli organizzativi che appaiono non «ottimali» rispetto agli obiettivi a) e b). Ecco allora profilarsi un problema di costi sociali, che l’economia aziendale deve saper calcolare, per offrire alla politica un contributo nell’individuare le diverse alternative con i rispettivi costi e benefici.

d.       Consentire a tutti i cittadini di avere un lavoro che permetta loro di vivere dignitosamente. Di qui le domande: quali sono i modelli più adatti perché tutte le persone possano avere un lavoro? E perché lo possano avere conforme alle loro competenze, alle loro aspirazioni e alle loro esigenze familiari? E perché, all’occorrenza, lo possano agevolmente cambiare? È possibile ideare modelli in grado di aiutare le persone quando esse – senza loro colpa – non riescono a ottenere un «normale» lavoro? Che cosa può fare lo Stato per diffondere l’utilizzazione di modelli particolarmente attenti alla condizione dei lavoratori, senza però alterare la concorrenzialità tra i vari modelli organizzativi della produzione e dunque senza penalizzare, ad esempio, il modello capitalistico? È superfluo sottolineare gli stretti collegamenti esistenti tra l’obiettivo appena indicato e quelli esposti nei tre punti precedenti.

e.       Consentire a tutti i cittadini di soddisfare almeno i bisogni primari (a parte, s’intende, quelli al cui soddisfacimento provvede per tutti, indivisibilmente, sempre e comunque lo Stato). Mi riferisco, per esemplificare, ai bisogni in materia di alimentazione, sanità e assistenza, istruzione, abitazione, trasporti, acqua, energia ecc. Con riferimento a ciascun bene o servizio, o a gruppi ritenuti omogenei, bisogna domandarsi, poi, quali sono i modelli organizzativi più adatti per realizzarne la produzione e la distribuzione. In particolare, occorre domandarsiquali beni e servizi possono essere lasciati alla normale logica dello scambio e quali, invece, debbono essere affidati a logiche diverse? Per quelli lasciati alla logica dello scambio, la domanda da porsi è questa: è sempre indifferente il tipo d’impresa che li produce o in alcuni casi sono da preferire modelli non profit? Quali sono questi casi? Come possono essere strutturati e promossi i relativi modelli? Quale dev’essere il ruolo dello Stato per quei beni e servizi che esso intende fornire a «prezzi politici» o, addirittura, gratuitamente ai cittadini? Deve curare direttamente la produzione accollandosi le relative perdite? Deve fare apposite convenzioni con produttori privati? Deve promuovere e sostenere iniziative di autoproduzione da parte dei cittadini? Deve dare sussidi alle persone che intende aiutare lasciandole libere di scegliere il fornitore? E ancora: come va organizzata la produzione di beni e servizi che si ritiene di sottrarre alla logica dello scambio? Quale può essere la logica alternativa? Quella della mutualità, quella della solidarietà, quella del dono? Quali le ragioni che possono orientare le preferenze? E come si possono costruire i relativi modelli? Quale ruolo deve avere lo Stato nella promozione e nella diffusione di questi modelli?

I punti sopra indicati hanno solo valore esemplificativo. Essi, però, fanno intravedere chiaramente l’ampiezza del campo d’indagine che si apre all’economia aziendale; un campo che, secondo me, essa deve disporsi a coltivare non certo – e ripeto una cosa già detta – per una sterile rivendicazione di una propria «sfera di competenza», ma per la semplice ragione che essa dispone degli strumenti necessari per farlo e per farlo bene.

Quando dico che dobbiamo concepire l’economia aziendale come la disciplina che studia i modelli organizzativi della produzione di beni e servizi non credo di stravolgerne l’oggetto. Certo lo allargo; certo lo esplicito meglio, dando evidenza ad alcune parti che fin qui non abbiamo adeguatamente curato. Ma mi muovo in una linea di chiara e sostanziale continuità con la nozione d’azienda che abbiamo ricevuto. Ciò non toglie però che la disciplina è chiamata a una svolta; e noi cultori con lei, se non vogliamo assistere al suo disfacimento. Dobbiamo allargare i nostri orizzonti, anche culturali, e il nostro campo d’osservazione. E poi dobbiamo saper coniugare la razionalità con l’empirismo e con il pragmatismo; dobbiamo saper costruire modelli improntati alla logica più rigorosa, ma dobbiamo anche saperli calare nel reale per verificarne l’applicabilità e, quando occorra, per scandirne tempi e modalità di attuazione.

La cultura aziendale

Per finire, qualche riflessione sulla cultura aziendale. Sorvolo sugli aspetti generali e vado al cuore del problema. Nel nostro Paese, si lamenta la mancanza di una cultura economica. Lo stesso possiamo affermare per la cultura aziendale. Ce lo fa dire, tra l’altro, il fatto che, a volte, anche persone di grande onestà e finezza intellettuale bollano sbrigativamente – come un’ottusa aziendalizzazione – ogni tentativo di mettere sotto controllo i costi, ad esempio, della scuola, della sanità e del cosiddetto welfare: ottusa aziendalizzazione che, naturalmente, non può che essere fatta, sempre e comunque, in danno delle persone più deboli. Ora è chiaro che solo un deficit di cultura aziendale, intesa come consapevolezza del ruolo, della funzione e dei limiti dell’azienda, può spiegare un simile atteggiamento: portare efficienza nella gestione di certi servizi, attraverso modelli organizzativi in grado – tra l’altro – di controllarne i costi, non significa infatti disattenzione per i soggetti deboli. A volte può significare esattamente il contrario.

A ben vedere, l’assenza di cultura economica è in larga parte assenza di cultura aziendale. La cultura economica, infatti, non può prescindere dalla conoscenza – almeno nei loro principi generali – di quelli che ho chiamato i modelli organizzativi della produzione, perché sono proprio questi modelli che, tra l’altro, determinano in concreto la qualità di una democrazia e, in ultima istanza, le condizioni di vita delle persone.

Nel nostro Paese, una cultura economica probabilmente non si è formata, perché le questioni economico-sociali sono state sempre viste e vissute non come terreno di confronto tra ideali, ma come terreno di scontro tra ideologie o, ancor meglio, di scontro tra veri e propri preconcetti. Al ragionamento, alla serena analisi dei fatti, alla conoscenza e allo studio dei meccanismi aziendali, si sono spesso sostituiti l’anatema, l’invettiva, le frasi fatte, la propaganda politica di corto respiro. Basta pensare al destino del profitto d’impresa: esaltato o demonizzato, ma quasi sempre poco conosciuto nella sua funzione, nei suoi caratteri, nelle sue modalità di determinazione.

Lo scenario fortunatamente sta cambiando. La contrapposizione ideologica sembra attenuarsi anche se ci vorrà tempo perché al rabbioso furore dell’invettiva si sostituisca una serena capacità di ragionamento, che – lo sappiamo bene – richiede indipendenza di giudizio e forza di pensiero. Come studiosi di economia aziendale, noi possiamo fare molto per portare un po’ di ordine in alcuni concetti, per estirpare alcuni pregiudizi e, diciamolo pure, per ristabilire qualche verità.

Dobbiamo far comprendere innanzitutto che cos’è l’azienda e quali ne sono le generali condizioni di vita e di esistenza. Dobbiamo sradicare il convincimento, tanto diffuso quanto errato, che l’azienda sia la sede elettiva dell’egoismo umano, sia il luogo della sublimazione del puro calcolo economico. Dobbiamo far comprendere che l’azienda non ha fini propri, che essa è strumento dotato di grande duttilità organizzativa in grado di aprirsi ai fini più diversi che le persone o le istituzioni di volta in volta intendono affidarle. Essa impone solo il rispetto del vincolo che i costi del produrre vengano costantemente coperti. Non impone che a coprirli siano i destinatari della produzione. Possono coprirli soggetti diversi, pubblici e privati: può coprirli lo Stato attraverso sovvenzioni, trasferimenti ecc.; ma possono coprirli anche altri privati attraverso contributi, atti di liberalità ecc., indotti, ad esempio, da un’illuminata politica fiscale dello Stato. D’altra parte, il vincolo dell’equilibrio è inevitabile, nella sua ovvietà, perché rientra nell’ordine naturale delle cose; perché sarebbe miope ignorarlo; utopistico assumerne l’inesistenza.

Dobbiamo, inoltre, far comprendere il ruolo dell’impresa senza dimenticare che essa sta all’azienda come la parte al tutto. Dobbiamo, in particolare, far comprendere che l’impresa resta comunque di fondamentale importanza, in questa fase storica, per rendere viva ed effettiva una democrazia liberale. Ma sopra ogni cosa dobbiamo far comprendere che non deve mai venir meno l’ansia – sì, dico proprio l’ansia – di ricercare continuamente nuovi modelli organizzativi della produzione che siano sempre più rispettosi dell’uomo e della sua dignità. Sotto questo aspetto mi sentirei di dire che la storia umana è appena cominciata: e contribuire a scrivere questa storia potrebbe essere anche il nostro impegno civile.

Note

* Il presente scritto trae origine dal discorso tenuto nell’aprile 2010 all’Università di Roma «La Sapienza» in occasione dell’intitolazione di un’aula al Prof. Pietro Onida, successivamente pubblicato integralmente con il titolo «L’economia aziendale oggi» presso Giuffrè Editore.