Vai al contenuto principale Vai in fondo alla pagina

Il mondo di Guatri

2026/13

La banca: è impresa o che altro?

La banca e l’economia aziendale

Gino Zappa, iniziatore della maggiore scuola di economia aziendale in Italia, non ebbe il tempo di studiare specificamente la banca, pur avendo progettato di dedicare a essa un volume della sua opera ultima, e incompiuta, Le produzioni. Ciò basta a chiarire che nei fondamenti dell’economia aziendale sta l’idea che la banca esercita un’attività di produzione, e più precisamente che l’intermediazione creditizia è una forma di produzione, a pieno titolo. La precisazione ha importanza nella misura in cui il termine «intermediazione» fosse piuttosto inteso in senso per così dire «commerciale».

La banca fu poi oggetto diretto di studio approfondito di diversi studiosi successivi a Zappa, alcuni variamente riconducibili alla sua scuola, altri appartenenti all’alveo più ampio dell’economia aziendale nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale. Fra questi devono essere ricordati Ugo Caprara, Giordano Dell’Amore, Pasquale Saraceno e Antonio Confalonieri. Ognuno di essi ebbe una propria visione aziendale della banca, in parte differenziandosi nel fatto di riconoscere alla stessa connotazioni imprenditoriali differenti. In Dell’Amore era certamente prevalente la nozione di banca come istituzione finanziaria al servizio dell’economia reale e, più precisamente, come infrastruttura finanziaria del territorio economico e sociale. In Caprara e in Saraceno prendeva più spazio l’idea della banca in quanto impresa, pur caratterizzata dal tratto distintivo di essere un’impresa speciale. Tancredi Bianchi muoverà poi da queste basi, contribuendo a definire con maggiore rigore le condizioni operative di equilibrio reddituale, finanziario e patrimoniale della banca.

Il concetto centrale della banca era comunque quello di intermediario creditizio, produttore di credito a breve termine, cosiddetto «ordinario», e separatamente, in modo specialistico, di credito a mediolungo termine. Nel caso del credito ordinario la banca aveva i caratteri distintivi del «produttore di liquidità e di moneta»: dal credito a breve termine per elasticità di cassa e per il finanziamento del capitale circolante alla raccolta e alla creazione di depositi a vista caratterizzati da funzione monetaria. Viceversa il secondo segmento di intermediazione creditizia, nella dimensione del medio-lungo termine e con la connotazione distintiva di credito speciale, non apparteneva alla nozione di banca in senso stretto, per la natura non monetaria del suo passivo di indebitamento.

È forse una questione terminologica che merita peraltro di essere ricordata per due motivi fondamentali. Primo: l’economia aziendale si sviluppa in un periodo storico in cui la banca è definita dalla regolamentazione come banca di credito ordinario, poi idealizzata come banca di deposito (soprattutto con il contributo di Tancredi Bianchi). Secondo: gli studiosi adottano, per necessità di analisi empirica, la definizione – invero storicamente restrittiva – della banca come intermediario operativo entro scadenze contrattuali «brevi», che demarcavano il confine fra la banca e l’istituto di credito speciale. In altre parole, l’oggetto di studio era circoscritto e definito esogenamente dall’ordinamento all’epoca vigente, fondato sulla legge bancaria del 1936.

Secondo la nozione accolta dagli economisti aziendali di quel periodo la banca era un’azienda che produceva prestiti, particolarmente nelle forme tecnico-contrattuali di finanziamento del capitale circolante, e depositi, nelle forme idonee a fungere da strumento di custodia e investimento (depositi a risparmio e a tempo), e da strumento di pagamento (depositi in conto corrente, o moneta scritturale, con i servizi annessi). I depositi dei vari tipi costituivano la modalità prevalente di indebitamento della banca, cioè di raccolta delle risorse per l’erogazione del credito. Nella visione prevalente tre aspetti venivano comunemente posti in evidenza: anzitutto, la circostanza che i prodotti e i servizi fondamentali assumevano carattere di pubblica utilità (public utilities); in secondo luogo che la banca svolgeva una funzione di liquidità per i diversi agenti dell’economia reale mediante varie modalità: i servizi di pagamento connessi ai conti correnti, l’accesso al credito implicito nella nozione di fido o di linea di credito, la capacità distintiva di erogare credito mediante il conferimento temporaneo, al cliente finanziato, dell’uso di propria moneta di nuova creazione; e infine la funzione di trasferimento del potere d’acquisto nel tempo secondo le preferenze dei clienti, anticipandone o posticipandone la disponibilità (rispettivamente prestiti e depositi a tempo) in contropartita di prezzi idonei a rappresentare correttamente il valore del denaro nel tempo (tassi di interesse), comprendendovi il premio al rischio.

Le trasformazioni connaturate alla produzione della banca – qui intese a prescindere dalla classificazione per scadenze degli attivi e dei passivi – sono rappresentate nella tabella alla pagina successiva, nella quale esse vengono associate ai rispettivi rischi, evidenziando anche le condizioni di sostenibilità degli stessi rischi. La «scuola di economia bancaria» ha sempre dato prioritario rilievo al fatto che la banca fosse – per sua natura e costituzione – una struttura finanziaria fragile, esposta in misura particolare all’eventualità che le condizioni di sostenibilità menzionate non fossero adeguate rispetto a quelle di contesto. È ovvio che i fattori intrinseci di fragilità della banca risiedono nella «frazionalità» delle quantità economiche «portanti» della sua struttura finanziaria, cioè nel fatto che le riserve di liquidità detenute costituiscono solo una frazione delle obbligazioni di rimborso e di trasferimento rappresentate nel passivo e che, analogamente, il patrimonio, categoria finanziaria predestinata ad assorbire il rischio di svalutazione dell’attivo, è anch’esso solo una frazione dell’attivo.

L’indebitamento, in particolare a vista, è intrinseco nel concetto di intermediazione creditizia. Riserve e patrimonio sono per definizione frazioni e offrono perciò una copertura parziale – più o meno prudente, più o meno adeguata – dei rischi che potrebbero destabilizzare quella struttura finanziaria. Dato che non è a priori possibile rispondere al quesito di quanta riserva di liquidità e di quanto patrimonio siano sufficienti per rendere la banca sicura nei confronti dei creditori, emergono con evidenza due aspetti qualificanti: da un lato la necessità di un’opportuna regolamentazione pubblica e, dall’altro, l’esigenza di predisporre una rete di sicurezza (accesso alla liquidità della banca centrale e fondo di tutela dei depositanti).

Comunque, l’adeguatezza delle misure di sicurezza non può essere accertata a priori, ma solo a posteriori nelle situazioni di crisi, come del resto la prudenza del banchiere. La struttura finanziaria della banca riflette comunque rischio sugli agenti dell’economia reale. Perciò, nell’attività bancaria confluiscono interessi e responsabilità pubblici e privati, talvolta convergenti tal’altra divergenti. Questa considerazione apre la problematica – a ben vedere, mai risolta – assai più ampia dell’alternativa fra banca pubblica e banca privata, del rapporto fra banca e Stato, della natura di impresa della banca, e della sua conseguente appartenenza all’economia di mercato1.

Le trasformazioni della produzione della banca

Screenshot 2026-01-30 163030

Nel periodo storico considerato, peraltro, queste problematiche non ricevevano grande attenzione poiché non erano particolarmente rilevanti o critiche rispetto allo stato di natura del sistema bancario: le banche italiane erano per oltre il 70% pubbliche, seppur con diverse caratterizzazioni giuridico-istituzionali, la concorrenza interbancaria era di fatto amministrata da accordi interbancari sui tassi di interesse, la Banca d’Italia – delegata all’esercizio della vigilanza sulle banche dalla legge del 1936 – di fatto era diventata il custode di un modello di specializzazione dell’intermediazione per scadenze, per tipologie di clientela, per aree geografiche, il quale in concreto assegnava alle singole banche delle diverse categorie ambiti e spazi di attività protetti, di fatto non contendibili da azioni competitive esogene.

Nella sostanza le banche operavano in un sistema macro-amministrato, erano micro-regolate e la loro competenza professionale ruotava intorno alla capacità di selezionare, monitorare e gestire correttamente il rischio di credito assunto attraverso l’attività di finanziamento. La tabella che abbiamo appena visto rappresenta, con terminologia attuale, processi produttivi, rischi e condizioni di sostenibilità dell’intermediazione creditizia. Si tratta di concetti del tutti noti e presenti nella letteratura dell’epoca. È appena il caso di concludere la presentazione della banca, intesa come intermediario fra datori e prenditori di credito, ricordando che il suo modello di economicità era centrato sul margine di interesse, un vero e proprio margine lordo della produzione industriale, la cui adeguatezza doveva essere riscontrata rispetto alla capacità di sostenere i costi operativi (personale, fattori produttivi ecc.), il costo del credito (le già ricordate perdite attese), una remunerazione adeguata del patrimonio (tenuto perciò conto della ciclica formazione di perdite su crediti superiori a quelle attese).

Si osservi che, nel descritto modello di economicità, non viene preso in considerazione il rischio di prezzo riferito ai valori mobiliari posseduti dalla banca. Nella struttura finanziaria della banca tali valori mobiliari avevano una funzione strumentale, complementare e marginale, in quanto costituivano la riserva di liquidità di seconda linea (ed erano perciò caratterizzati da elevata liquidità e da bassa volatilità) oppure – se eccedevano tale fabbisogno – costituivano investimento residuale delle risorse finanziarie non assorbite dalla «produzione di credito», per difetto di equilibrio, temporaneo o strutturale, fra impieghi e raccolta.

I cambiamenti che hanno determinato la trasformazione radicale della nozione di banca

Chi mettesse direttamente a confronto la struttura finanziaria della banca di credito e di deposito con quella di una grande banca universale del tempo attuale vedrebbe una grande diversità, rappresentata soprattutto dalla circostanza che l’intermediazione creditizia, caratterizzante la banca di allora, appare incorporata e diluita in una struttura finanziaria assai più articolata e complessa. Lo studioso giustamente trarrebbe la conclusione che al termine «banca» oggi corrisponde una realtà assai diversa da quella di allora, codificata in modo esogeno da una regolamentazione di tipo «strutturale».

Dal punto di vista dell’economista aziendale rileva soprattutto l’analisi dei fattori esogeni e delle cause endogene che hanno innescato e guidato il cambiamento strutturale, morfologico e funzionale. Un cambiamento che ha determinato una radicale mutazione dell’oggetto di studio, rappresentabile con l’affermazione che la banca – prima oggetto di una definizione regolamentare, istituzionale e strutturale esogena – assume la natura di organizzazione endogena, nel senso che i suoi caratteri di struttura e di funzionamento vengono determinati dall’interazione fra il soggetto economico-imprenditoriale della banca e l’evoluzione del contesto economico e finanziario, nel quadro di una regolamentazione «prudenziale».

È interessante tracciare i cambiamenti di qua e di là dell’oceano atlantico. Negli Stati Uniti e negli anni Settanta, la banca commerciale appare così vincolata e marginalizzata rispetto all’alveo principale dell’evoluzione dell’attività finanziaria che viene seriamente posto il quesito del suo futuro e della sua possibile estinzione in quanto modello istituzionale, secondo il detto «banks will die but banking will survive». Da un lato le banche commerciali erano escluse – in forza del Glass-Steagall Act del 1933 – dalle attività centrate su strumenti mobiliari, sostanzialmente riservate alle banche di investimento; dall’altro lato il forte sviluppo, l’innovazione, le crescenti specializzazioni, i perfezionamenti dei mercati mobiliari rendevano sempre più efficiente il circuito diretto di scambio/ trasferimento delle risorse finanziarie, con grave effetto competitivo a danno del parallelo e alternativo circuito indiretto dell’intermediazione delle risorse finanziarie per il canale bancario. Inoltre lo stesso sviluppo dei mercati finanziari, in particolare mobiliari, rendeva utile la ricongiunzione fra commercial e investment banking. Apparivano deboli le motivazioni originarie della separazione poiché un modello di intermediazione finanziaria «completa» o integrata avrebbe potuto offrire agli agenti economici un servizio assai più efficiente, combinando l’intermediazione creditizia pura con le attività di private banking, corporate banking, merger & acquisition, asset management, fortemente centrate sugli strumenti tipici dei mercati mobiliari (azioni, obbligazioni e poi strumenti derivati).

La regolamentazione bancaria era diventata soffocante poiché costringeva la banca commerciale in ambiti ristretti di operatività nei quali l’intermediazione creditizia tout court non sarebbe più stata sostenibile. In campo sociale e politico, parallelamente, stava cambiando il modo di concepire il rapporto fra pubblico e privato, fra Stato e mercato, fra Stato e banca, fra banca e mercato. Ciò metteva in discussione il modello storico, essenzialmente coercitivo, della regolamentazione strutturale. Questa doveva essere riformata e rifondata in modo da consentire alle banche commerciali di «uscire» dall’intermediazione creditizia. Era in sostanza un problema di abbassamento delle exit barrier imposte alla banking industry.

E infatti ebbe avvio il processo di deregolamentazione, cioè di graduale smantellamento del Glass-Steagall Act, a partire dall’autorizzazione alle banche commerciali a operare nei mercati mobiliari, mediante apposite società controllate (Securities Houses) nel 1977, fino al provvedimento legislativo conclusivo del 1999, noto come Gramm-Leach-Bliley Act, ma più significativamente denominato Financial Modernization Act, che sancì definitivamente il principio che la banca commerciale potesse esercitare congiuntamente l’intermediazione creditizia e quella mobiliare.

Alla radice di questo epocale cambiamento dell’approccio regolamentare stava una precisa scelta politica. L’amministrazione repubblicana della presidenza di Ronald Reagan (1979), ispirata al principio che «lo Stato non è la soluzione, ma il problema», propugnò un ribilanciamento fra pubblico e privato, fra Stato e mercato, in favore di quest’ultimo, personificato nei consumatori. La deregolamentazione venne soprattutto declinata come liberalizzazione. Certamente la lobby della banking industry ebbe molta influenza sul processo di cambiamento. Un cambiamento che avrebbe dovuto ispirarsi con rigorosa neutralità al principio che la regolamentazione fosse pro market ed efficacemente portasse ai consumatori i benefici della libera concorrenza.

In parallelo e con sintonia di impostazione, dagli anni Cinquanta numerosi economisti – in particolare Milton Friedman e la Chicago School, per non menzionarne altri – avevano elaborato e proposto, in modo vincente che allora parve convincente, teorie probanti della perfettibilità e dell’efficienza dei mercati, concludendo – in virtù anche di un presupposto ideologico – che il mercato stesso potesse essere la forma migliore, più efficiente, di organizzazione della società e perciò l’istituzione dominante nel funzionamento dell’economia e della finanza.

La rilettura storica di questa evoluzione fa ora emergere il cambiamento dell’equilibrio fra Stato e mercato – o, nel caso della banca, fra regolatori e banchieri – venne determinato da un serrato confronto fra interessi pubblici e interessi privati, con esito pro business favorevole alla banking lobby2, oppure da una sostanziale partnership fra di essi (Calomiris e Haber affermano che «banking systems are implicit partnerships between governments and private actors […] that partnership operates according to the logic of politics, not to the logic of efficiency»3). Questa apparente divagazione tornerà in seguito utile per considerare la circostanza che l’economia della banca si colloca, comunque e anche nei contesti di mercato, a cavallo dei mutevoli confini fra pubblico e privato, i cui rispettivi interessi si confrontano in primis sul terreno della regolamentazione4.

Nell’ambiente europeo – comunque influenzato dagli accadimenti oltreoceano – la tendenza della deregolamentazione e della liberalizzazione si affermò nell’ambito dell’Unione Europea (allora diversamente denominata) nella prospettiva della costituzione del single financial market, che presupponeva necessariamente la formazione di un level playing field fondato sulla formazione di ordinamenti bancari sostanzialmente omogenei. A questa architettura comunitaria vennero dedicate due direttive, delle quali la prima (780/1977) affermava che la banca ha natura di impresa e predisponeva il quadro per il coordinamento delle legislazioni bancarie; la seconda (646/1989) definiva i caratteri comuni degli ordinamenti bancari omologabili nell’Unione Europea. Nel processo di definizione dell’ordinamento comunitario, l’impostazione germanica – già storicamente fondata sulla banca universale e di fatto per questo abbastanza prossima a quella inglese – divenne il modello di riferimento, baricentrico ed eurocentrico, anche per motivi politici. L’effetto regolamentare fu quello di conservare la definizione storica della banca – in quanto istituto che combina la concessione del credito con la raccolta del risparmio – ampliandone l’operatività alle cosiddette «attività ammesse al mutuo riconoscimento», fra le quali figurano quelle costitutive dell’investment banking, fra cui il private banking, il corporate banking, l’asset management, l’attività di merger & acquisition, quelle di emissione e di sottoscrizione di valori mobiliari per conto terzi, di consulenza finanziaria e così via. Queste attività – prevalentemente imperniate su strumenti di mercato mobiliare – integrano il modello dell’intermediazione mobiliare.

Si può quindi concludere che il cambiamento degli ordinamenti bancari, sia negli Stati Uniti sia in Europa, ha favorito o reso possibile, una radicale mutazione della banca, consentendole una diversificazione molto significativa che si è concretata nella combinazione nella stessa impresa del modello dell’intermediazione creditizia con quello dell’intermediazione mobiliare. È del tutto conseguente che le maggiori banche commerciali – disponendo di dimensioni operative adeguate, di risorse e di competenze utili per la diversificazione e di relazioni di clientela coerenti con il nuovo modello di sviluppo – abbiamo rapidamente sfruttato l’opportunità di diversificare il portafoglio di attività, nella prospettiva di realizzare sinergicamente maggiori economie di scala (dimensione) e di scopo (produzioni congiunte e cross-selling). Del resto, date le accresciute dimensioni dei mercati e le loro più articolate estensioni, era del tutto logico e conseguente che pure le banche assumessero dimensioni assai maggiori, declinate in strategie di diversificazione.

In linea di principio si può convenire che questa strategia di diversificazione fosse giustificata dall’obiettivo imprenditoriale di consentire alla banca di sviluppare una composizione di attività, ricavi e rischi più stabile in quanto caratterizzata da un livello basso di correlazioni interne. Tuttavia, a questa visione inizialmente «ottimistica» della diversificazione si oppongono – oggi, alla luce dell’esperienza della crisi finanziaria emersa nel 2007 – due considerazioni importanti.

La prima riguarda la circostanza che l’esercizio congiunto di attività in conto proprio e per conto terzi aumenta significativamente e strutturalmente la probabilità che si verifichino situazioni di conflitto di interesse fra banca e cliente, come i fatti hanno più volte confermato. La seconda riguarda invece l’eventualità che – nel modello integrato di intermediazione finanziaria universale (creditizia e mobiliare) – la banca impieghi le risorse ricevute a titolo di indebitamento nella gestione di investimenti mobiliari in nome proprio e per proprio conto. Al riguardo esemplificative sono le attività di trading proprietario in strumenti mobiliari e di sottoscrizione di emissioni mobiliari attuate con risorse finanziarie ottenute da terzi a titolo di debito, poiché – diversamente da quanto accade nei modelli puri e separati dall’intermediazione creditizia e di quella mobiliare – il rischio di volatilità dei prezzi degli strumenti mobiliari può tradursi in rischio di liquidità e in rischio di insolvenza della banca nei confronti dei suoi creditori (depositanti e obbligazionisti). Si deve ricordare che questa volatilità ebbe diretto impatto sui bilanci bancari in seguito all’applicazione, nel 2006, degli International Accounting Standards (IAS), che hanno introdotto i criteri di valutazione del fair value e del mark to market.

Quindi, se in linea di principio i rischi caratteristici dell’intermediazione creditizia e quelli dell’intermediazione mobiliare sono per natura diversi e non interrelati, tuttavia le commistione delle due attività può generare nuovi e maggiori rischi. In particolare si riconosce oggi – ma è un apprendimento che risale agli anni Venti dello scorso secolo – che le due attività non possono essere finanziate dalla stessa struttura di indebitamento. Più precisamente, l’indebitamento dell’intermediazione creditizia non dovrebbe essere destinato al finanziamento di attività mobiliari. Si ammette ora, infatti, che la regolamentazione bancaria avrebbe forse dovuto stabilire condizioni di precisa, rigorosa e sorvegliata separazione fra le due attività. In proposito, le esperienze delle crisi della banca universale dimostrano che il modello della regolamentazione prudenziale – introdotto nel 1988 dall’accordo sul capitale, noto come Basilea 1, fondato sul principio dell’adeguatezza del patrimonio in termini di capacità di assorbimento dei rischi – ha inizialmente sottovalutato questa esigenza di separatezza e, fra l’altro, non ha preso in considerazione la disciplina del rischio di liquidità. D’altra parte, è tutt’altro che facile – nella maggiore complessità operativa e gestionale della banca universale – identificare, definire e presidiare i confini della separatezza dentro un’impresa che è istituzionalmente orientata a sfruttare in pieno le opportunità sinergiche di una gestione unitaria, in ciò motivata sia dalle pressioni competitive sia dal perseguimento di obiettivi di generazione di valore, sempre più focalizzati agli interessi di breve termine degli azionisti, secondo il cosiddetto shareholder value model.

È infine importante rilevare che la trasformazione sostanziale dell’attività bancaria pone il rapporto fra banca e mercato mobiliare su nuove basi. Infatti le attività tipiche dell’intermediazione mobiliare, centrate appunto su strumenti mobiliari, rendono la banca istituzionalmente simbiotica con il mercato. Se prima la banca, in quanto intermediario creditizio, aveva tradizionalmente un rapporto competitivo con i circuiti dello scambio diretto del mercato mobiliare e perciò una posizione di alterità rispetto a questo, ora le attività di intermediazione mobiliare radicano fortemente la banca nel mercato mobiliare, rendendola rispetto a esso un attore importante della domanda e dell’offerta, anche a causa dell’impatto crescente delle attività di cartolarizzazione dei prestiti, che hanno contribuito ad ampliare il volume, la varietà e la circolazione di valori mobiliari di nuova remissione. Fra banca e mercato sussistono oggi forti relazioni di reciproca influenza, dipendenza e condizionamento: banks and markets are co-evolving5. Come si è già detto, i criteri di valutazione IAS degli attivi finanziari – pur giustamente finalizzati a valorizzare in modo più corretto i valori di patrimonio netto delle banche – hanno l’effetto di riflettere in modo diretto la volatilità dei mercati mobiliari negli assetti patrimoniali attivo/passivo delle banche.

La diversificazione della banca nel modello universale ha determinato mutazioni sistemiche

Riprendendo alcuni concetti già esposti e completando la configurazione della banca attuale, occorre ripartire dalla nozione di globalizzazione delle attività finanziarie. La formazione di mercati finanziari (monetari e mobiliari) sovranazionali ha reso da un lato possibile e dall’altro necessaria la parallela formazione di banche globali e universali di grandissima dimensione, realizzate non tanto con una crescita fisiologica di tipo organico, quanto con un processo intenso di acquisizione e fusione. La strategia portante di queste banche è stata la diversificazione, declinata lungo vettori diversi: in aree di affari diverse dall’intermediazione creditizia, come l’intermediazione mobiliare e l’investment banking; in settori diversi dall’intermediazione finanziaria, come le attività assicurative; in mercati collocati in aree geografiche diverse e in ambiti nazionali diversi.

I benefici ricercati da questa strategia di globalizzazione della banca, sotto il concetto generale e sintetico di sinergia, sono stati: il perseguimento di economie di costo, sia di scala sia di scopo; l’abbattimento del costo del funding, inteso come costo sia dell’indebitamento sia del capitale proprio; l’universalità della gamma di prodotti e servizi offerti; la mitigazione del rischio globale del portafoglio corporate, grazie all’imperfetta o bassa correlazione dei rischi e dei rendimenti delle diverse attività; le maggiori opportunità, quindi, di stabilizzare il rendimento ponderato per il rischio del portafoglio corporate diversificato (effetti di sussidio incrociato); il conseguimento – obiettivo ultimo e primario – di elevata competitività non solo nei singoli e svariati mercati di riferimento, ma anche e soprattutto in termini di capacità di generare valore per gli azionisti.

Ingredienti fondamentali, e combinati, di questa strategia sono stati, congiuntamente, l’impiego di modelli e di tecniche sempre più progrediti di gestione del rischio e la spinta sulla leva finanziaria. Infatti l’operatività in condizioni di leva finanziaria elevata non poteva prescindere dall’impiego intenso di strumenti idonei a trasferire i rischi non mitigati dall’effetto di compensazione intrinseco nel portafoglio corporate. Probanti in proposito sono due evidenze macroscopiche: prima della crisi del 2007, considerando il campione delle 1.000 banche più grandi a livello mondiale si osserva che quelle maggiori – grosso modo le prime 30-50 – occupavano le prime posizioni in graduatoria per return on equity, mentre occupavano le ultime per return on assets6; nello stesso tempo, i bilanci di queste banche rivelano un uso sistematico di strumenti, in particolare derivati, per compensare l’assunzione di rischi mediante copertura degli stessi. In molto casi si è notato che questa politica di copertura dei rischi assunti – qualificabile come pura attività di hedging – si è trasformata in un’attività di negoziazione, cioè di trading, dei rischi con finalità di profitto. Detto con diverse parole, in molti casi le funzioni di tesoreria integrata e di risk management – tradizionalmente intese come «centri di servizio» – sono diventate veri e propri «centri di profitto».

Analizzando diverse situazioni concrete ci si rende conto che l’attività di risk management presenta tre stadi di sviluppo, da interpretarsi in sequenza: un primo stadio che corrisponde alla banca che assume rischio entro i limiti della sua capacità di assorbirlo e di sostenerlo; un secondo stadio in cui la banca, oltre questi limiti fisiologici, assume rischi ulteriori in relazione alla possibilità di coprirli, trasferendoli con un margine di profitto; un terzo stadio rappresentato dalla banca che, spingendosi ancora oltre, sviluppa con forte specializzazione e professionalità un’attività di trading dei rischi di terzi, di fatto realizzando una funzione di clearing, ricavandone margini significativi.

Gli ingredienti fondamentali di questa evoluzione sono stati: la cartolarizzazione dei crediti, che ha determinato maggiore domanda di strumenti di copertura/gestione dei rischi; l’innovazione finanziaria, che ha generato, differenziato e perfezionato una varietà di strumenti derivati tecnicamente necessari a questo fine; infine il progresso di modelli sempre più avanzati di pricing dei rischi. La conclusione importante di questa rappresentazione evolutiva del risk management è duplice. Anzitutto va rilevato che qualsiasi operazione di copertura di un rischio ne implica la trasformazione poiché il rischio di controparte della posizione originaria (es. il rischio di credito di un prestito) viene sostituito dal rischio di controparte assunto nei confronti del soggetto che vende la copertura di quel rischio (es. il venditore di un contratto di credit default swap). In secondo luogo, nell’ipotesi che quel rischio venga nuovamente trasferito a ulteriori controparti – come tipicamente accade sistematicamente per effetto del risk trading – vengono a formarsi catene o sequenze di controparti non solo lineari, ma anche stellari e multilaterali, cioè vere e proprie reti di relazioni in cui ogni banca, ogni intermediario, sviluppa con varia intensità combinazioni più o meno complesse e articolate di «posizioni a ricevere e a consegnare», gran parte delle quali, fra l’altro, non trova evidenza negli attivi e nei passivi di stato patrimoniale, bensì solo nella nota integrativa. La situazione può diventare ancora più complessa e intricata se, come spesso accade, le relazioni fra le controparti sono assistite dalla garanzia (collateral) di strumenti finanziari, rispetto alla quale occorre tenere in conto pure sia la volatilità dello strumento stesso sia il rischio del suo emittente, che costituisce quindi una nuova controparte che si inserisce nella rete.

In definitiva i sistemi bancari – già in origine caratterizzati da significative relazioni interbancarie di credito/debito, se non altro per ragioni di clearing del sistema dei pagamenti – assumono strutturalmente la configurazione di sistemi reticolari complessi, nei quali in genere le maggiori banche si collocano come snodi centrali. Ne consegue che la banca – oggi assai più che in passato – è impresa di rete e in rete, e che il suo equilibrio reddituale, finanziario e patrimoniale dipende in larga misura dagli equilibri delle controparti appartenenti alla stessa rete, e in ultima analisi dalla liquidità della rete stessa, la quale di fatto presuppone la regolarità e la fluidità degli adempimenti contrattuali che sottendono tutte le posizioni a ricevere e a consegnare. Il fenomeno dell’interdipendenza fra gli intermediari in rete è misurabile in modo preciso, sebbene non analitico. La dimensioni dei loro attivi e passivi può essere rappresentata sia dal totale del loro bilancio «aggregato», ottenuto per semplice somma dei bilanci individuali, sia dal totale del bilancio «consolidato», in cui tale somma viene correttamente depurata dalle posizioni credito/debito reciproche, quindi intrasettoriali. La differenza fra i due totali misura la dimensione media dell’interdipendenza fra i soggetti della rete. Ebbene, questa misura – calcolata per le Monetary Financial Institutions (MFI) appartenenti all’area euro – evidenzia che il 17,5% del loro bilancio aggregato è costituito da relazioni di credito/ debito reciproche7. Si tenga presente che questo indicatore economico non comprende le posizioni a consegnare e a ricevere non riportate nello stato patrimoniale, le quali contribuiscono ad aumentare ancor più le interconnessioni in rete.

Considerando la fattispecie della grande banca globale, questa – in relazione alla sua dimensione, alla sua posizione nodale e alla sua dimensione relativa – subisce fatalmente eventuali instabilità della rete e può esserne causa, qualora sia essa stessa destabilizzata da fattori esogeni o da disfunzioni endogene. Tutto ciò porta alla conclusione che non può essere lasciata fallire poiché ha rilevanza sistemica. Il problema in sé della dimensione, rappresentato con l’espressione del too big to fail, è aggravato da quello dell’interdipendenza.

Tralasciando di affrontare il problema, pur essenziale, della regolamentazione opportuna del sistema e della banca, secondo approcci combinati macro e micro, a loro volta declinati nell’alternativa o nella combinazione di modelli prudenziali o strutturali, è interessante fare qualche ulteriore approfondimento sullo stato di natura della grande banca globale e universale dal punto di vista dell’economia aziendale e di impresa.

Si è detto in precedenza che, nel contesto della globalizzazione, questo tipo di banca emerge da una strategia di crescita dimensionale combinata con la diversificazione. Vale la pena di chiedersi quali effetti il processo aziendale di diversificazione abbia riflesso nel sistema. Gli studi di strategia aziendale indicano che la diversificazione persegue in via principale un obiettivo di conveniente posizionamento dell’impresa e che le scelte di posizionamento assumono come riferimento principale l’obiettivo di collocare l’impresa in situazioni, mercati, aree di affari in cui ha massima potenzialità competitiva e minima esposizione all’azione competitiva delle imprese concorrenti. Quindi, è insito nel concetto di diversificazione quello di differenziazione. Occorre chiarire bene diversità e relazioni fra i due concetti.

Per l’impresa diversificare significa essenzialmente ampliare la gamma di aree di affari, o di business che compongono il portafoglio corporate, scegliendo quindi di entrare, di posizionarsi, in aree di affari, prima non frequentate, secondo criteri di convenienza e di opportunità. Il concetto di fondo è che, così facendo, l’impresa cambia, cioè si diversifica e diventa diversa da come era prima: la chiave di lettura fondamentale sta quindi nell’analisi dell’ampliamento nel tempo del portafoglio di attività.

Diversamente la strategia della differenziazione implica che l’impresa ponga in atto, con criterio di convenienza, politiche di prodotto, di distribuzione, di immagine mirate a ottenere che il cliente percepisca un’offerta di valore distintiva, cioè sia incentivato a esprimere una preferenza di acquisto nei confronti dell’impresa, per motivi che prescindono dal prezzo e attengono viceversa alla qualità. Nella sostanza, perciò, con la strategia e le politiche di differenziazione, l’impresa mira a farsi percepire dalla clientela differente e preferibile a confronto delle imprese concorrenti, a influire sulle scelte del cliente con modalità che prescindono da una competizione frontale sul prezzo e quindi a ottenere che le sue politiche di prezzo subiscano minori condizionamenti da parte delle politiche di prezzo delle imprese concorrenti. In sintesi: diversificazione significa comporre un portafoglio più ampio di attività diverse; viceversa, differenziazione significa sviluppare caratteri distintivi rispetto all’offerta delle imprese concorrenti.

Se si esaminano, nel quadro di questa impostazione concettuale, le strategie di diversificazione delle maggiori banche, emergono notevoli evidenze che tendono ad avvalorare due osservazioni importanti. La prima è che spesso queste banche hanno diversificato il portafoglio di attività, posizionandosi nelle stesse aree di affari con prodotti e servizi molto simili e con modelli di servizio (distribuzione e altro) analoghi. La seconda, conseguente, è che si rilevano frequenti casi di strategie imitative, caratterizzate da un basso tenore di differenziazione. In altre parole, divenendo globali e universali, le maggiori banche hanno affollato le stesse aree di affari, non differenziandosi granché fra loro. Le analisi dei posizionamenti nel private banking, nel corporate banking, nell’asset management e nei vari segmenti dell’investment banking fanno emergere che il numero degli attori dell’offerta è notevolmente aumentato e che le loro offerte non sono significativamente differenziate.

Se si condivide questa lettura, non si sfugge alla conclusione che le grandi banche globali e universali non solo sono diventate centrali e dominanti nei rispettivi sistemi bancari (come si può dedurre dalla percentuale crescente di attivi e passivi loro riconducibili), ma anche sono diventate una specie sostanzialmente omogenea, non differenziata dal punto di vista del posizionamento e dei modelli di business. Combinando questa conclusione con quella precedente della struttura reticolare dei sistemi bancari caratterizzati da concentrazione crescente, anche nella dimensione sovranazionale, se ne deduce ulteriormente che i rischi idiosincratici delle maggiori banche – essendo assai simili e molto correlati – costituiscono rischio sistemico. Di ciò si ha dimostrazione anche nella constatazione che le maggiori banche globali e universali sono in larga misura esposte verso le stesse controparti e alla volatilità degli stessi asset e degli stessi mercati. Per effetto di correlazione, i loro rischi specifici sono fatalmente rischio sistemico e la struttura stessa dei sistemi bancari ha effetti prociclici, cioè di esasperazione delle variazioni cicliche. Questo carattere di prociclicità è fra l’altro evidenziato anche dall’osservazione che tali banche reagiscono alla ciclicità assumendo spesso le stesse decisioni di riequilibrio degli assetti patrimoniali. In proposito l’effetto di autoinduzione delle crisi di liquidità costituisce un esempio significativo.

Le domande che l’economista aziendale deve porsi

È essenziale chiarire in premessa che le argomentazioni seguenti muovono dall’assunto che la banca sia – come del resto specificato nella stessa normativa e ampiamente accettato e voluto dall’opinione dominante – impresa di mercato, cioè un’organizzazione di combinazioni economico-produttive che opera con finalità di produzione di reddito in un contesto di concorrenza e nell’ambito di un ordinamento regolamentare che si ispira al modello di impresa e lo disciplina con l’obiettivo di tutelare una condizione di «sana e prudente gestione», cioè di stabilità funzionale e strutturale, che non esclude l’ipotesi di liquidazione per bancarotta o fallimento. È una premessa importante che potrà essere eventualmente rivalutata nel corso delle considerazioni seguenti.

La banca è impresa di mercato o di rete?

Il primo quesito che occorre porre sul tavolo è se la rete appartenga al mercato, cioè sia anch’essa «mercato». Ciò è importante perché, come si è detto, la banca – soprattutto quella grande, globale e centrale rispetto al sistema – ha una consistente attività di scambio con soggetti istituzionali omologhi (altre banche) o simili (intermediari finanziari non bancari) che costituiscono la rete, appartenendovi. Gran parte degli scambi attuati dalla banca sono tuttavia conclusi con gli agenti dell’economia reale che costituiscono mercato e non appartengono alla rete: in sintesi si tratta di agenti reali che esprimono domanda di credito, investimento, liquidità di servizi di pagamento e altri servizi finanziari.

Fra i due ambiti, rete e mercato, esiste contiguità e talvolta sovrapposizione, ma occorre affermare con chiarezza che la rete non è mercato, pur avendone alcuni caratteri. Il mercato è un luogo, uno spazio, in cui l’impresa compete selezionando le proprie controparti di scambio (acquirenti di prodotti, fornitori di fattori produttivi) disinteressandosi dell’eventualità che la sua azione competitiva possa spingere fuori dal mercato, far fallire, un’impresa concorrente. Così è in tutti i mercati e per tutti i settori industriali. Così non è e non può essere nelle strutture e nei contesti di rete. Ogni attore della rete non può considerare le potenziali controparti in rete come soggetti con i quali e fra i quali competere, mettendoli in competizione. Come è stato chiarito, le relazioni credito/debito fra attori di rete sono numerose, multilaterali, rilevanti per l’assetto del bilancio, vincolanti per periodi di tempo non brevi. Il fallimento di un attore della rete ha effetti diffusi e contagiosi in rete. Il rischio di bancarotta degli attori di rete sono particolarmente correlati, diversamente da quanto accade nella maggioranza degli altri settori industriali. In parole più sbrigative, la concorrenza destabilizza la rete perché la destabilizzazione competitiva della banca concorrente si riverbera a monte e a valle sugli stessi attori che a quella concorrenza hanno dato origine. Considerato che le relazioni credito/debito interbancarie sono «contratti di durata» caratterizzati da necessaria solvibilità a termine, i creditori hanno convenienza a competere contro i propri debitori? Concludendo, si può fare un passo avanti: se mercato e rete sono ambienti diversi, caratterizzati da funzionamenti e comportamenti diversi, che senso ha affermare che la banca è, nello stesso tempo, impresa di mercato e impresa di rete? La contraddizione evidente non si presta a facile soluzione: da un lato non si può certamente negare che la concorrenza fra le banche in materia di prezzi e qualità dei servizi sia una condizione necessaria della «convenienza» dell’intermediazione per gli agenti dell’economia reale, dall’altro lato non si può disconoscere la necessità che la concorrenza non sia causa di rischio sistemico, cioè di instabilità della rete e, in particolare, delle funzioni monetarie ad essa sistematicamente connesse. Su quest’ultimo tema si tornerà in seguito.

Nei sistemi reticolari la gestione aziendale del rischio presenta criticità strutturali?

Ne sistemi reticolari i rischi delle imprese e delle relazioni contrattuali fra le stesse sono positivamente correlati. La rete è di per sé un luogo di autocorrelazione dei rischi. Se la gestione del rischio, alla Markowitz, assume come leva fondamentale la diversificazione dei rischi, strumento e modalità di miglioramento della combinazione rendimento/rischio di un portafoglio di attività, se ne trae la conclusione che le relazioni finanziarie di rete e in rete non sono il contesto ideale per una gestione efficace del rischio. C’è motivo di chiedersi se l’obiettivo del risk management – cioè la diversificazione, la mitigazione e la sostenibilità del rischio aziendale in relazione alle condizioni aziendali di patrimonializzazione e di liquidità del rischio – sia logicamente perseguibile se le coperture dei rischi vengono acquistate da controparti, i cui rischi sono per grande parte correlati dalle relazioni reticolari. Ha quindi fondamento l’ipotesi che la gestione dei rischi mediante loro copertura in contropartita di altri attori di rete sia in parte illusoria, o effetto di «illusione ottica». Il contesto delle relazioni interbancarie non è ambiente favorevole alla diversificazione efficiente dei rischi.

Occorre distinguere fra rischi primari e rischi trasformati. In prima approssimazione i primi sono quelli che derivano dallo scambio finanziario concluso e intrattenuto con agenti non finanziari (imprese, famiglie, pubbliche amministrazioni): in grande sintesi possono essere rischi di credito, rischi di mercato (di interesse, di prezzo e di scambio) e rischi di liquidità. Diversamente, per rischi trasformati si intendono i rischi emergenti dalle attività, contratti, operazioni di copertura dei menzionati rischi primari. Mediante la copertura, offerta da un altro intermediario finanziario, non è del tutto corretto affermare – come purtroppo spesso si dice – che il rischio viene «trasferito». Quando l’intermediario-controparte offre la copertura di quel rischio, cioè lo assume solo a condizione che si configuri come evento negativo, il rischio primario viene in realtà «sostituito», poiché esso è stato soltanto scambiato con il rischio di prestazione (e perciò di solvibilità) della controparte, che ha assunto l’obbligo contrattuale di farsi carico dell’eventuale esito negativo di quel rischio primario, a beneficio dell’acquirente della copertura. Deve essere quindi del tutto chiaro che corre una sostanziale differenza fra un rischio ceduto, e definitivamente trasferito, e un rischio coperto, scambiato, sostituito. La ratio del risk management si fonda sull’assunto che la descritta trasformazione dei rischi (eventuale sostituzione del debitore) sia conveniente, cioè abbia un costo congruente con la differenza fra il rischio primario e quello (minore) della controparte, che nella realtà surroga il suo obbligo di pagamento a quello dell’emittente del rischio primario. Sorgono, in proposito, due dubbi importanti. Il primo è che – a prescindere dall’aspetto della convenienza – il rischio della controparte che vende la copertura possa essere sottovalutato. In tal caso il risk management otterrebbe un risultato illusorio di risk matching: al riguardo emblematico è stato il caso di American International Group (AIG) il cui rischio di solvibilità, rispetto alle numerose controparti in contratti di credit default swap, si è palesato assai superiore alle stime iniziali. Il secondo, il quale a sua volta dà maggiore sostanza al primo dubbio, che nelle reti interbancarie, la valutazione dei rischi di controparte sia affetta da elevati margini di errore. A causa della diffusa, ricorrente e sequenziale attività interbancaria di risk trading a scopo di risk matching, il rischio di ogni controparte non può essere valutato se non considerando pure la circostanza che questa, a sua volta, assume in rete altri rischi di controparte. In altre parole, la due diligence del rischio di controparte non può prescindere dalla considerazione – quindi ancora dalla due diligence – dei rischi delle controparti successive, cioè dalla robustezza complessiva della filiera generata dall’iterazione del risk trading. In ultima analisi, i fenomeni di autocorrelazione e di circolarità fra i rischi degli attori della rete – fra l’altro aggravati dalla concentrazione del risk trading in un numero ristretto di grandi e complessi intermediari che costituiscono gli snodi centrali della rete – favoriscono una condizione di opacità, illusoriamente mascherata dall’ipotizzata efficienza del pricing dei rischi. Ciò può portare a una situazione di sintesi in cui il valore complessivo dei rischi di controparte risulta diverso (e più concentrato) dal valore totale dei rischi primari trasformati.

Se si conviene che le argomentazioni precedenti hanno robusto fondamento logico, se ne deve purtroppo concludere che le funzioni di risk management dei singoli attori in rete operano in condizioni di elevata incertezza. Ognuno di essi potrebbe ritenere di avere capitale proprio e liquidità adeguati in rapporto al proprio rischio idiosincratico, mentre a livello complessivo di sistema, le dotazioni di capitale proprio e di liquidità potrebbero non essere sufficienti a contenere il rischio complessivo. In altre parole, la rete potrebbe occultare fabbisogni esterni di capitale proprio e di liquidità, quindi non assorbire internamente il rischio sistemico, e perciò trasferire rischio (esternalità negativa) agli agenti economici non finanziari. Ciò è accaduto e non è un caso che i regolatori bancari pongano ora grande attenzione al rischio sistemico. Per l’economista aziendale assume ancor più consistenza l’interrogativo se, nei sistemi reticolari, la banca – o più generalmente qualsiasi intermediario finanziario – possa in sé essere considerata impresa, se a tale nozione si annette il requisito che possa definirsi tale solo un’organizzazione di combinazioni produttive, di ricavi e di costi, di attività e passività patrimoniali che abbia il controllo effettivo dei rischi dei propri equilibri reddituali, finanziari e patrimoniali.

Facendo un altro passo avanti, per l’economista che studia problematiche di governance sistemica, prende pure consistenza l’interrogativo se un sistema reticolare debba tout court essere considerato un’organizzazione unitaria le cui relazioni interne, non essendo disciplinate da un mercato interno efficiente, devono necessariamente essere regolate con criteri esogeni. Alla luce di questa considerazione appare condivisibile l’affermazione, estrema ma autorevole, che «a multi-bank system effectively acts as a “one-bank” system»8. Tuttavia il ragionamento deve essere portato ancora più avanti, considerando il fatto che il sistema reticolare produce moneta e gestisce unitariamente il sistema dei pagamenti.

Il passivo monetario della banca è estraneo al suo rischio d’impresa?

È tipico che la banca commerciale – detta anche banca di deposito (depository institution, nella terminologia anglosassone) – produca moneta con due diverse modalità: la prima, ricevendo depositi di moneta legale e conferendo al depositante la facoltà di usare potere d’acquisto per pari importo mediante gli strumenti e i servizi di pagamento prodotti e offerti dalla stessa banca (il credito del depositante viene detto moneta bancaria o scritturale); la seconda, attribuendo al cliente mediante un contratto di credito l’uso temporaneo di un dato importo della stessa moneta bancaria o scritturale e perciò tecnicamente attribuendo al cliente un deposito monetario in contropartita e a fronte di un debito di pari importo (prestito).

Nel primo caso l’equilibrio patrimoniale si rappresenta nell’equivalenza iniziale fra moneta legale in cassa (attivo) e deposito monetario (passivo). Come è noto, avendo assunto esclusivamente l’obbligazione di restituire moneta legale al depositante creditore, la banca – nella configurazione contrattuale del deposito irregolare – diviene proprietaria della moneta legale ricevuta e può perciò discrezionalmente disporne, ad esempio per concedere credito. Tuttavia, di preferenza, essa trattiene presso di sé questa moneta legale come attività di riserva, cioè come riserva per fare fronte ai debiti a vista nei confronti dei portatori di moneta bancaria. La concessione del credito implica quindi creazione ex nihilo di moneta bancaria e aumento della moneta complessivamente circolante: la produzione di credito e di moneta sono speculari e in ciò si rappresenta soprattutto l’affermazione che «il credito crea depositi», cioè più in generale che la banca produce liquidità.

Tutto ciò è molto conosciuto, ovvio e tradizionale, come è stato ben insegnato dagli studiosi ricordati all’inizio, ma serve all’argomentazione generale poiché, risalendo a queste origini della moneta bancaria, preesistente anche alla regolamentazione della banca, si chiariscono bene due concetti storici. Anzitutto quello della natura intrinsecamente fiduciaria della moneta bancaria, nel senso che la detenzione, l’uso e il trasferimento di essa poggia esclusivamente sulla fiducia degli utenti nella solvibilità della banca o, più precisamente, nella convertibilità della moneta bancaria in moneta legale, in ragione di un rapporto di equivalenza nominale e predeterminato, cioè alla pari. In secondo luogo quello della «frazionalità» della riserva di moneta legale rispetto alla moneta scritturale, cioè al debito monetario complessivo della banca. In relazione a questo processo produttivo emerge pure la necessità che la banca disponga di un capitale proprio sufficiente per assorbire eventuali insolvenze dei prestiti concessi: infatti occorre che la possibile svalutazione dei prestiti non determini una condizione di patrimonio netto negativo, e quindi di parziale insolvenza nei confronti dei portatori di moneta bancaria. Ne consegue che pure il capitale proprio a tale scopo destinato è una «frazione» del credito concesso e anche del debito monetario. In conclusione, la struttura finanziaria è, per sua costruzione, esposta a rischio di fallimento. Il ragionamento riporta nuovamente al concetto di moneta fiduciaria: la moneta bancaria è necessariamente fiduciaria poiché si fonda sulla fiducia dei suoi portatori nella circostanza che il rischio di fallimento dell’impresa bancaria sia del tutto trascurabile.

Nel non breve periodo storico della grande depressione degli anni Trenta, molte banche andarono in dissesto e mutò radicalmente la percezione sociale, politica ed economica del problema. In alcuni casi le banche vennero lasciate fallire (Stati Uniti), in altri vennero salvate dallo Stato (Italia). Nella grande maggioranza dei Paesi vennero istituiti meccanismi di tutela dei depositanti. Negli Stati Uniti nacque la Federal Deposit Insurance Corporation finanziata anche con conferimenti di capitali pubblici del governo federale, mentre negli altri Paesi vennero creati fondi di garanzia esclusivamente interbancari, con diverse modalità di funding, preventivo o successivo. Le banche commerciali – in ragione della loro specialità – vennero sottoposte a regole restrittive di funzionamento, la cui applicazione venne demandata ad autorità di vigilanza e controllo pubbliche. Per le banche vennero un po’ dovunque introdotte procedure di liquidazione amministrativa, diverse dalla disciplina generale del fallimento: l’intento esplicito era di evitare che, in sede di liquidazione, le condizioni di riparto dell’attivo residuo determinassero la rottura della parità del rapporto di conversione della moneta bancaria in quella legale di riserva. Durante questo periodo storico divennero evidenti alcuni aspetti importanti: il valore di interesse pubblico della moneta bancaria, del credito e delle liquidità (public utilities), l’opportunità di circoscrivere molto la nozione di fallimento bancario, la necessità di una gestione pubblica della crisi dell’impresa bancaria, l’indebolimento della nozione che la banca commerciale avesse natura incondizionata di impresa privata e di mercato.

Come si è già in parte visto, a partire dagli ultimi anni Ottanta si delinea un «nuovo statuto» sociale ed economico della banca. Viene riaffermato il concetto che la banca è a pieno titolo impresa di mercato, senza peraltro sviluppare considerazioni particolari in ordine alla sua fallibilità. La banca commerciale viene sottoposta a un modello di vigilanza prudenziale, che viene implicitamente considerato sufficiente ed efficiente prevenzione dell’eventuale fallimento. Gli organismi di garanzia dei depositi vengono conservati, nonostante il generale orientamento alla riconduzione dell’economia della banca in quella del mercato. Le strategie di diversificazione riducono il peso relativo dell’intermediazione creditizia nei bilanci bancari. Tuttavia la dimensione relativa, e pure assoluta, del debito monetario delle banche resta assai rilevante e le banche si confermano come «produttore unico» di moneta (oltre alla banca centrale), pur perdendo in parte la posizione di produttore unico di servizi di pagamento. Pochi dati quantitativi sono sufficienti a illustrare la dimensione del problema. Nell’ambito dell’area euro, i depositi monetari delle Monetary Financial Institutions – misurati come differenza fra M1 e base monetaria – ammontano a 4.744 miliardi di euro, che corrispondono al 18,5% del passivo consolidato delle stesse MFI e a quasi 5 volte il valore nominale della moneta legale emessa dalla BCE9 e a circa il 28% del PIL. Rispetto a questa evidenza contabile non ammette alternativa l’affermazione che tutto il debito monetario del sistema bancario – e non si dimentichi la struttura reticolare di questo – debba essere «infallibile» e per ciò stesso garantito, in ultima istanza, dall’Eurosistema. Non è quindi solo una questione di robustezza dei coefficienti regolamentari di capitalizzazione e di liquidità (Basilea 3) e degli istituti interbancari di garanzia, comunque parziale. Occorre peraltro aggiungere qualche ulteriore considerazione.

È importante tenere pure presente che la circolazione della moneta bancaria privata è in concreto diventata dominante, quasi esclusiva, rispetto alla moneta legale pubblica emessa dalla banca centrale, che assume sempre più funzione di moneta di riserva. Ciò è dipeso da circostanze di ordine pratico e tecnologico e da disposizioni di natura legale. Infatti, da un lato, la funzionalità della moneta bancaria – dal punto di vista del costo d’uso, della praticità, della sicurezza e dell’agibilità tecnologica – ha superato di molto quella della moneta legale anche nel regolamento degli scambi di taglio minore e pure in quelli che non implicano trasferimento a distanza. Ne è puntuale dimostrazione la crescente ed enorme diffusione delle carte di debito, di quelle di credito, della moneta elettronica, dei pagamenti via internet, tutti strumenti che presuppongono necessariamente che chi paga e chi incassa disponga di un deposito monetario presso la banca. Dall’altro lato ha rilevanza il fatto che diverse disposizioni legislative vietano, per importi superiori a livelli assai modesti, pagamenti e incassi in moneta legale. Tuttavia solo a questa la legge attribuisce – ed è un’evidente anomalia – potere liberatorio esclusivo. Per contro, la moneta bancaria e quindi la titolarità di un deposito monetario sono diventati giuridicamente obbligatorie: ne consegue che il rischio di convertibilità del debito monetario della banca deve essere nullo, non può essere messo a carico dell’utente, in particolare del prenditore. Così afferma M. King, ex governatore della Bank of England: «I don’t see how you can run a monetary economy if households and businesses do not have access to completely riskless bank accounts from which they carry out their payments […] and I don’t believe any Government will let them loose their money»10.

In altre parole viene meno il carattere fiduciario tradizionale della moneta scritturale, poiché la fiducia dell’utente è diventata obbligatoria. Questo stato di cose ribadisce la conseguenza irrinunciabile che la parità della moneta bancaria privata rispetto a quella legale pubblica non può che essere garantita, in toto e in ultima istanza, dallo Stato. L’infallibilità necessaria del debito monetario di tutte le banche, e del sistema, non si concilia con la circostanza che la produzione di moneta sia un’attività riservata a banche configurate come imprese di mercato, per definizione soggette a rischio di fallimento. Si tralasciano qui le ulteriori, ma pertinenti, considerazioni intorno al fatto che la banca implicitamente fruisce di una garanzia pubblica e riceve perciò un incentivo a comportarsi in modo opportunistico rispetto ad esso (moral hazard).

In conclusione, permane la contraddizione fra la circostanza che la banca sia impresa privata soggetta a rischio di mercato e il fatto che produca un bene pubblico, come la moneta, necessariamente infallibile, cioè produca passività non soggette a valutazione di mercato (market insensitive secondo quanto afferma Gorton11) e che possono, in ultima istanza, costituire debito dello Stato. Ancora, e per l’ultima volta, si torna inevitabilmente al quesito se la banca possa considerarsi impresa privata di mercato, alla luce della considerazione che essa produce, con profitto, debito monetario esente dalla valutazione del mercato. Infatti, nella teoria e senza pratici risultati (a partire da Fisher12), è stata più volte e a lungo discussa l’opportunità che il passivo monetario della banca fosse oggetto di «gestione separata» e avesse contropartita in attivi non rischiosi13, cioè fosse immunizzato dal rischio dell’impresa emittente.

La banca, un istituto economico ibrido...

Sussiste il problema, non risolto, dell’incongruenza dei molteplici e divergenti incentivi che influiscono su decisioni, azioni e comportamenti del banchiere. Riconducendo a una visione unitaria le considerazioni fin qui svolte, l’economista aziendale non può non cogliere l’intrinseca contraddizione, rilevata, fra le due «nature» che caratterizzano la banca come istituto economico sostanzialmente ibrido. La specie di banca oggi prevalente – la grande banca diversificata, universale, globale – è nello stesso tempo:

  • impresa privata di mercato che opera con obiettivi di reddito, che affronta un ambiente competitivo e selettivo, che è esposta al rischio di fallimento. La responsabilità del banchiere è quindi prioritariamente focalizzata – per logica capitalistica – alla generazione di valore per l’azionista, mentre il mercato, supposto efficiente, presidia e disciplina la correttezza delle relazioni di scambio con tutti gli altri stakeholder, cioè con tutti gli altri soggetti che acquistano le produzioni della banca e che le forniscono fattori produttivi, escluso il capitale proprio;
  • impresa radicalmente integrata in una rete sistemica. La gestione della banca è fortemente condizionata dalle relazioni sistemiche e, nello stesso tempo, le condiziona. I fattori di rischio della gestione sono imperfettamente controllabili, in quanto spesso esterni all’impresa. Le tecniche e i metodi aziendali per la gestione del rischio possono essere incongruenti con la visione e l’assetto globale dei rischi nella rete e a livello di sistema;
  • impresa privata, titolare della delega sostanziale a produrre un bene pubblico (la moneta) e perciò titolare di passività monetarie cui si annette necessariamente il requisito dell’infallibilità e delle quali il valore non può quindi essere oggetto di valutazione di mercato. La natura «speciale» di questa classe del passivo d’impresa da un lato può indurre il banchiere a comportamenti opportunistici (sfruttamento della garanzia pubblica implicita) e dall’altro può limitarne l’autonomia di gestione per effetto dei vincoli stringenti imposti da una regolamentazione pubblica prudenziale, che in concreto comprime i presupposti dell’economicità.

L’economista aziendale non può che trarne la conclusione che il modello istituzionale-regolamentare della banca e del suo contesto sistemico trasmette al banchiere incentivi contradditori e distorcenti che possono perciò indurlo – nell’azione di gestione – ad assumere rischi eccessivi e a esternalizzare il proprio rischio di impresa oppure, alternativamente, a sottodimensionare il rischio di impresa e a internalizzare rischi non propri e sistemici.

… e sempre più vincolato da una regolamentazione sempre meno «liberale»…

Fin qui l’esame del quesito se e fino a qual punto la banca possa – in quanto intermediario creditizio – considerarsi impresa è stata condotta focalizzando prevalentemente i caratteri distintivi della sua struttura finanziaria senza considerare gli effetti che le riforme regolamentari recenti hanno su di essa. È dunque ora importante concludere esaminando le ragioni per cui queste riforme tendenzialmente inducono un’ulteriore ed esogena limitazione della natura imprenditoriale della banca. È interessante inquadrare l’argomentazione in una visione più ampia, che prende in esame la regolamentazione bancaria prima e dopo la crisi del 2007-09.

La regolamentazione prudenziale – sostitutiva di quella strutturale, gradualmente abolita nell’ultimo quarto del secolo scorso e riconducibile storicamente al «punto di svolta» dell’accordo sul capitale del 1988 (Basilea 1) – intendeva essere liberale e favorevole al mercato e all’imprenditorialità della banca, in quanto organizzazione di produzione e di fattori produttivi conforme alle regole del mercato. Si ricordi che, in quegli anni, gli stessi regolatori interpretavano il loro ruolo in funzione del duplice obiettivo della stabilità e dell’efficienza della banca, secondo un approccio che veniva definito light touch e arm’s length, a significare che l’approccio non fosse intrusivo. Seguì un periodo di forte e imprenditoriale innovazione finanziaria, in condizioni di stabilità, in cui la banca – particolarmente quella di maggiori dimensioni – dispiegò e interpretò un crescente ruolo imprenditoriale, talvolta con modalità «elusive» (circumventing innovation), come risultò poi evidente nel fenomeno crescente dello shadow banking. Il regolatore si dimostrò spesso compiaciuto e benevolente, particolarmente negli Stati Uniti e nel Regno Unito, epicentro dell’innovazione e quindi delle successive crisi bancarie. Con ciò non si vuole affermare che il regolatore non si ponesse il problema di aggiornare le regole. Tuttavia, nei fatti, questo «seguiva» il banchiere e la regolamentazione non «teneva il passo» con l’innovazione, anche nel convincimento diffuso che il banchiere avesse adeguate capacità di autoregolarsi dal punto di vista dell’assunzione di rischi sostenibili. La Basel Committee on Banking Supervision avviò la revisione di Basilea 1 nel 1999, tardivamente, ed emanò Basilea 2 (Revised Capital Framework) nel 2004, ma solo nel 2006 introdusse la regolamentazione del rischio di mercato, concentrando l’attenzione sul trading book, in parallelo al già regolato banking book.

La manifestazione acuta delle crisi bancarie nel 2007-09 determinò un radicale mutamento di scenario. La reazione del regolatore non si fece attendere, benché non sia stata e non potesse essere immediata. In pratica, Basilea 2 non fu mai veramente applicato, venne sottoposto a revisione nel 2007 e si giunge quindi, nel 2010, all’introduzione di Basilea 3 – Basel III: International framework for liquidity risk management.

È in quel momento che il cambiamento regolamentare, accelerato, supera l’innovazione finanziaria, ormai rallentata dalla precedente fase acuta della crisi. In seguito a questo secondo «punto di svolta», il regolatore «precede» il banchiere e – di concerto con il supervisore, divenuto più immanente – «previene» il banchiere, in concreto guidando e dirigendo le sue azioni all’osservanza di parametri/requisiti di struttura finanziaria nuovi, severi, costrittivi e «futuri» rispetto all’assetto osservato della struttura finanziaria della banca. Il regolatore assume come prioritario l’obiettivo della stabilità, aziendale e sistemica, e di fatto lo considera esclusivo, tanto da abbandonare qualsiasi riferimento al profilo dell’efficienza. La regolamentazione diviene iperprudenziale e cessa perciò di essere liberale: la discontinuità e l’inversione di rotta sono nette e marcate, dopo circa trent’anni di «sperimentazione».

È tuttavia necessario aggiungere essenziali argomenti probanti di queste affermazioni incisive. Con Basilea 3 la Basel Committee:

  • riforma il calcolo (criteri di ponderazione del rischio e composizione del patrimonio) e aumenta i requisiti minimi di capitale, indicandone i livelli futuri;
  • introduce il requisito minimo di liquidità, il liquidity coverage ratio, che andrà a regime nel 2019 e che impone la detenzione di sufficienti high quality liquid assets, poco remunerativi;
  • introduce un vincolo di trasformazione delle scadenze entro i 12 mesi, il net stable funding ratio, che andrà a regime nel 2018, in concreto limitando la trasformazione dei rischi e delle scadenze e perciò comprimendo il margine industriale dell’intermediazione creditizia;
  • attribuisce ai supervisori la facoltà di modificare – in relazione a prevedibili deterioramenti dello scenario – tali requisiti, e più precisamente i coefficienti da applicare per determinare il valore computabile delle quantità elementari che concorrono a formare gli stessi requisiti.

Il quadro ora descritto non è ancora completo poiché, nel 2014, la Commissione Europea ha emanato la Bank Recovery and Resolution Directive che – fra altri articolati provvedimenti – introduce i minimum requirements for eligible liabilities. Con questo termine si intendono le passività bancarie «non garantite», costituite essenzialmente dal patrimonio, dai depositi oltre i 100.000 euro, dalle obbligazioni non garantite, dai debiti verso le banche con scadenza superiore a 7 giorni. La direttiva attribuisce all’autorità di risoluzione delle crisi bancarie il potere di determinare in quale misura queste passività devono essere destinate – con la procedura denominata bail-in – sia a coprire perdite sia ad aumentare, mediante conversione in azioni, il capitale della banca in crisi, prima che questa venga dichiarata insolvente. La direttiva stabilisce pure – per evitare comportamenti opportunistici ed elusivi – che ogni banca mantenga un ammontare di tali passività (appunto i minimum requirements) sufficiente a rendere possibile l’applicazione di certe percentuali, non ancora definite, di bail-in. Si prevede con ragione che questo provvedimento possa contribuire a restringere la raccolta bancaria e ad aumentarne il costo.

… che tuttavia non chiude definitivamente la prospettiva imprenditoriale della banca

Da tutto ciò si deduce la definitiva conferma che struttura, composizione e qualità degli attivi e dei passivi bancari sottostanno a stringenti vincoli regolamentari e che, corrispondentemente, le scelte imprenditoriali del banchiere subiscono e subiranno limitazioni crescenti. Non è tuttavia soltanto un problema di «imprenditorialità vincolata», ma anche – e più in generale – di concreta sostenibilità del modello di economicità dell’intermediazione creditizia. Vi sono infatti buoni argomenti per sostenere che i vincoli menzionati – benché necessari e utili per presidiare l’equilibrio finanziario e patrimoniale della banca, e quindi per prevenire l’instabilità sistemica – avranno l’effetto di condizionare il suo equilibrio reddituale, cioè di comprimere la sua redditività prospettica, condizione non meno necessaria per l’equilibrio aziendale complessivo di medio-lungo periodo. È quindi logico attendersi che il banchiere tenderà a ricercare – con nuovo esercizio di imprenditorialità – nuovi modelli di economicità e nuove prospettive di reddito sia in aree di attività diverse dall’intermediazione creditizia sia nella reingegnerizzazione dei processi tradizionali di quest’ultima. A tale proposito pare probabile che venga nuovamente considerata la possibilità di rifondare la funzione creditizia della banca su un modello – avanzato e ben progettato – di cartolarizzazione dei prestiti, il quale risolverebbe il problema – ormai annoso e apparentemente insolubile nel modello dell’intermediario tradizionale – dell’efficiente immunizzazione della struttura finanziaria della banca dai suoi rischi «congeniti». Infatti, in linea di principio, la cartolarizzazione – qui intesa come reingegnerizzazione del processo creditizio – trasferisce gli attivi che stanno all’origine della maggior parte dei rischi di liquidità e di insolvenza che gravano sul passivo e, fra l’altro, riconduce quest’ultimo alla funzione di finanziamento del processo di produzione del credito, affrancandolo dai rischi del «finanziamento di durata (a scadenza)» dei prestiti concessi. Si tratterebbe comunque di una soluzione parziale, poiché la specializzazione della banca nella funzione di origination dei prestiti lascia irrisolto il problema della riallocazione della sua storica funzione di produzione di moneta, che è «simbiotica» con la gestione dell’attivo creditizio. E con questo si torna al quesito di fondo, e di principio, se possa in futuro reggere ancora l’anomalia storica della banca, impresa privata che produce un bene di pubblico interesse, la moneta, cioè un debito, rispetto al quale essa dovrebbe essere sempre solvibile e liquida, pur essendo essa stessa fallibile per regola di mercato.

Note

1 In tema, si veda Filotto U., Mattarocci G., Mottura P., La banca fra pubblico e privato, Bancaria, n. 10, 2012.

2 Johnson S., Kwak J., 13 Bankers: The Wall Street Takeover and the Next Financial Meltdown, Pantheon Books, 2010.

3 Calomiris C.W., Haber S., The political foundation of scarce and unstable credit, Financial Markets Conference, FRB of Atlanta, April 9, 2013.

4 Kroszner R.S., «The economics and politics of financial modernization», Federal Reserve Bank of New York. Economic Policy Review, vol. 6, n. 4, 2000.

5 Boot A.W.A., Thakor A.V., Commercial banking and shadow banking: the accelerating integration of banks and markets and its implication for regulation, Washington University in St. Louis, Olin Business School, WP n. 13/005, 2nd edition, August 21, 2013.

6 Mottura P., Strategie, organizzazione e concentrazioni, Egea, Milano, 2011, pp. 226-242.

7 ECB, Monthly Bulletin, tavole 2.1-2.2, dicembre 2014, che riporta i dati di ottobre 2014.

8 Turner A., Credit, money and leverage: What Wicksell, Hayek and Fisher knew and modern macroeconomics forgot, Conference, Stockholm School of Economics, 12 September, 2013.

9 ECB, op. cit., tavole 2.1 e 2.3, dicembre 2014, che riporta i dati di ottobre 2014.

10 King M., Wolf M., Mervin King Has Lunch with the FT: Interview Transcript, in FT.com, July 5, 2013.

11 Gorton G.B., Misunderstanding financial crises. Why we don’t see them coming, Oxford University Press, 2012.

12 Fisher I., «100% Money and the Public Debt», Economic Forum, April-June, 1936.

13 Mottura P., «La banca commerciale: sostenibilità del modello di intermediazione», Bancaria, n. 2, 2014.