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Il mondo di Guatri

2026/13

L’economia aziendale italiana a una svolta

L’invito a riflettere sullo stato dell’economia aziendale e sulla progressiva caduta del suo peso politico, culturale e accademico cade in un particolare momento della vita nazionale. L’economia italiana si trova nel mezzo di una grave crisi strutturale, di cui non si vede la fine, che è nata da eventi esterni, di carattere internazionale, ma che sempre più appare aggravata, nel caso italiano, da politiche economiche mancate o fallite. Si tratta di un tunnel dal quale sembra difficile poter uscire. Tra l’altro, il dibattito è monopolizzato da visioni macroeconomiche che, essendo focalizzate sul rispetto del patto europeo di stabilità, di fatto non consentono di dare la giusta importanza al ruolo che le imprese dovrebbero e potrebbero svolgere nel processo di ricostruzione delle basi di una sostenibile capacità di ripresa e di crescita dell’economia e dell’occupazione. Mancando la capacità di fare dell’impresa un agente attivo di politiche di innovazione, i policy maker finiscono così per essere i veri responsabili del perpetuarsi del grave deficit di crescita di cui da tempo l’Italia soffre. Non siamo cioè capaci come Paese di delineare un disegno strategico di «rinascimento industriale» sul modello di quello che gli Stati Uniti di recente hanno lanciato con un coinvolgimento diretto delle migliori imprese e università, senza trascurare il ruolo delle nuove imprese innovative, costituenti il sistema di spin-off e start-up.

Sul palese disconoscimento dei fondamenti reali della crescita, da parte dei policy maker e degli economisti e politici economici, gli economisti aziendali dovrebbero far sentire in modo autorevole e credibile la loro voce, non trascurando di evidenziare anche limiti e debolezze delle imprese tradizionali che giocano in senso negativo.

Nel corso degli ultimi anni è cresciuto l’interesse a delineare e teorizzare aggiornati modelli di impresa, foggiati sui nuovi paradigmi dell’internazionalizzazione e dell’innovazione, cioè dei fattori che sempre più influenzano la performance competitiva e le possibilità di crescita delle imprese e in senso più generale dell’intera economia. A fronte di questi modelli evolutivi di riferimento è deludente rilevare come molte imprese italiane stiano vivendo una fase di precarietà per ritardi e difetti di adattamento del loro modus operandi alle sfide del nuovo contesto competitivo. Il che denota che i ricercatori si trovano a essere sintonizzati su lunghezze d’onda che consentono loro di cogliere presto certe tendenze di cambiamento del contesto esterno mentre le imprese sono impegnate nel gestire la quotidianità. La «mancanza di visione strategica» è uno dei gravi mali che accusano molte imprese italiane. Su questo handicap gli economisti aziendali dovrebbero riflettere per capire come poter svolgere una migliore funzione culturale e formativa qualificando e potenziando le modalità di trasferimento alle imprese delle conoscenze prodotte con l’attività di ricerca.

Sono quindi evidenti le ragioni per una rinnovata utilità e attualità degli studi di economia delle aziende, in presenza di una situazione in cui occorre cercare di aumentare e rendere organiche le prospettive di integrazione tra ruolo – e comportamenti – delle organizzazioni produttive e i disegni per interventi di crescita reale dell’economia. Solo così si potrebbe evitare il persistere della retorica della crescita – che fa trascurare come crescita e lavoro possono essere effettivamente creati tramite le imprese – e della mistificazione di decreti e leggi che, nella mente dei policy maker e di molti economisti, dovrebbero servire allo scopo.

I tempi sembrano propizi agli economisti aziendali per una svolta, per uscire dalla consuetudine di dibattiti a porte chiuse, e anche per lanciare una raccolta di idee e proposte, da parte delle società scientifiche del settore, su temi ritenuti significativi per un rilancio dell’economia di ricerca reale. Avendo come proprio, peculiare campo di studio e indagine l’impresa – e in senso più ampio l’economia dei sistemi produttivi – gli economisti aziendali sono i soli studiosi con le competenze e la predisposizione culturale e professionale utili, da un lato per investigare, con metodo, sul modus operandi della realtà microeconomica e sull’influenza del contesto esterno nel determinare la performance economica e competitiva del sistema delle imprese, da un altro per produrre conoscenze di rilievo. Su queste basi si potrebbe contribuire in modo efficace a creare e a far diffondere nel Paese «una cultura della crescita reale», dando il giusto rilievo e ruolo all’alveo delle forze vitali che possono contribuire allo sviluppo dell’economia e dell’occupazione, con l’ausilio di riforme e politiche adatte a far liberare il potenziale di innovazione proprio del Dna della migliore imprenditorialità.

Finora gli economisti aziendali, come comunità, non hanno saputo esprimere un tipo di vitalità e di fondatezza nella ricerca in linea con le esigenze e con i tempi. Si avverte la mancanza in Italia di sedi adatte per portare avanti, con sistematicità e determinazione, progetti sulla situazione reale dell’imprenditorialità e delle aziende, affiancati da un serio programma pluriennale di ricerche a più voci. Per cui, gli economisti aziendali hanno mancato di penetrare con metodo e sistematicità nel modus operandi e organizzativo delle realtà operative, privandosi della possibilità di acquisire un patrimonio di conoscenze empiriche con cui verificare il valore dei modelli teorici e far scaturire ipotesi e idee per ulteriori sviluppi di tale patrimonio. In tutte queste mancanze e altre si condensano le ragioni per cui l’economia aziendale soffre per essere lontana dal vissuto delle imprese e per uno scarso peso politico-culturale e scientifico nel contesto nazionale. Senza un’estensione della loro dimensione culturale, gli aziendalisti rischiano di vivere come una comunità autoreferente e di non potere esercitare appieno il proprio ruolo come interlocutori autorevoli della classe dirigente e come agenti di cambiamento della cultura e del modus operandi delle imprese, mancando così di assolvere a funzioni chiave di responsabilità sociale. Inoltre, con questo handicap è difficile che ci si possa inserire nel dibattito scientifico sull’economia delle imprese che oggi si sta sviluppando in direzioni e con categorie di analisi di particolare interesse.

Meritano grande attenzione nuovi indirizzi di ricerca destinati a indurre un rinnovamento degli studi economici assai promettente e ben fondato che porta, per un verso, al superamento di generali modelli di razionalità delle decisioni e per un altro allo «sviluppo di schemi di razionalità desunti in modo induttivo dall’osservazione degli agenti»1. Questo può produrre, in prospettiva, un promettente avvicinamento, in fatto di interessi di ricerca e di categorie di analisi, tra le scienze economiche e le scienze aziendali, come dimostrano i risultati già acquisiti in alcune delle migliori business school, a livello internazionale, che si stanno dimostrando sedi privilegiate per un confronto scientifico di questo tipo.

L’esigenza di uscire da visioni e comportamenti troppo autoreferenziali è la nuova sfida a cui gli economisti aziendali non possono sottrarsi anche per meglio sintonizzarsi con il processo di cambiamento che sta investendo l’università italiana. In tutti i Paesi del mondo è in atto un movimento di idee e di opinioni tendente a far meglio interagire l’università con la società, le istituzioni e le imprese, allo scopo di rendere più efficace e più pregnante il suo ruolo nei processi di innovazione scientifico-tecnologica e culturale, per rispondere alle nuove sfide della globalizzazione.

Ci sono già, anche in Italia, esempi di istituzioni universitarie che stanno sperimentando con successo il superamento del modello humboltiano di università tradizionale «a forte preminenza teorica, chiusa nel suo sapere, naturalmente incline a un certo isolamento dalla società e dal contesto istituzionale e socio-economico, tutta protesa a salvaguardare la «purezza della scienza» e l’autonomia intellettuale ai massimi livelli, con una forte dose di autoreferenzialità»2. Il nuovo modello a cui si guarda è quello della research-university, proprio delle migliori istituzioni scientifiche degli Stati Uniti, in cui la leva dell’eccellenza – sottoposta a una continua verifica del mercato – porta a un sistematico miglioramento e potenziamento delle capacità di ricerca e di alta formazione tecnologica e manageriale per sostenere il confronto competitivo ai massimi livelli e quindi attrarre talenti e finanziamenti privati, che consentono di alimentare il circuito dell’autofinanziamento. In questi casi la produzione di conoscenze scientifiche con l’attività di ricerca non è un fine a sé stante, ma un fattore di crescita per i singoli e per l’istituzione di appartenenza.

La nuova sfida competitiva

Gli economisti aziendali italiani oggi stanno anche vivendo la fase di cambiamento, indotta dall’introduzione di nuove procedure di valutazione della ricerca, con non poche preoccupazioni e incertezze in quanto non riescono a rendersi fino in fondo conto del tipo di impatto che tale novità potrà avere sul loro futuro.

Il principio generale a cui si ispira il nuovo sistema di valutazione della ricerca è quello della competizione, vista come arma utile alla diffusione di metodi scientifici ritenuti più rispondenti alla produzione di conoscenze di valore. Mentre prima il lavoro del ricercatore era una libera, autonoma espressione di curiosità individuale, oggi questa visione è messa in discussione, come effetto della crescita di importanza dell’attività di ricerca e del continuo aumento degli investimenti nel campo. «Il XX secolo è stato quello dell’industrializzazione della scienza, poi della generalizzazione del finanziamento a progetto: il ricercatore non è più libero di approfondire là dove lo porta la propria ispirazione; per lavorare deve prima di tutto fare accettare il suo progetto, in concorrenza con altri»3. Il nuovo sistema di governance sta trasformando alla base il modo di fare ricerca. «La vita del ricercatore è una vita di competizione permanente, in cui le pubblicazioni sono i riconoscimenti. La vita del ricercatore è diventata una corsa alla pubblicazione»4. Publish or perish, dicono gli anglosassoni per esprimere con forza il nuovo destino dei ricercatori. È evidente la situazione di difficoltà in cui si trova la comunità degli economisti aziendali. Per formazione e cultura essi sono amanti della competizione, che fa parte del loro campo di ricerca anche di programmi didattici, ma ciò che avvertono è che rischiano di dover accettare una concorrenza regolata da norme penalizzanti.

Da quanto emerge dai primi esercizi di valutazione, per il periodo 2004-10, compiuti dall’Anvur – l’Agenzia ministeriale che presiede alla valutazione delle università e dei docenti tramite i prodotti di ricerca – è chiara la situazione di svantaggio in cui si trova il settore delle scienze aziendali nel confronto con altri settori scientifici e in specie con le scienze economiche e le scienze statistiche che insieme compongono il sub-comitato 13 del Comitato Universitario Nazionale (CUN). Da documenti dell’AIDEA – Accademia Italiana di Economia Aziendale – sulla valutazione della qualità della ricerca (VQR) risulta in modo inequivocabile il deficit di qualità che nell’insieme riguarda le scienze aziendali. Le loro carenze si manifestano sotto vari profili: la scarsa produttività, in termini di numero di prodotti di ricerca; la più ridotta presenza di pubblicazioni eccellenti e il ritardo nell’assimilazione di standard internazionali; l’impiego di metodi di ricerca troppo tradizionali con scarso uso di tecniche quantitative. Tutte queste mancanze, nel loro insieme, comportano l’attribuzione di un voto medio per le discipline aziendali di solo lo 0,18, rispetto allo 0,40 degli statistici e dello 0,42 per gli economisti. Questi risultati derivano da criteri di valutazione che da un lato penalizzano le monografie e i lavori descrittivi, e le pubblicazioni in lingua italiana, da un altro portano a premiare gli articoli su riviste internazionali con un alto impact factor e che seguono determinati standard.

Ci sono serie ragioni per far ritenere che all’interno di questo tipo di griglia di valutazione il destino dell’economia aziendale sia messo a dura prova, essendo difficile immaginare un’effettiva possibilità di recupero in tempi ragionevoli, per di più senza essere sicuri che andare nella direzione dell’Anvur sia la strada giusta non solo per gli economisti aziendali ma anche per l’intero sistema universitario e per lo stesso sistema Paese. L’uso di metodi quantitativi di valutazione, secondo il criterio bibliometrico, così come della peer-review, tende a mettere in evidenza e a premiare articoli ben inseriti in correnti di pensiero alla moda, che si fanno notare per la loro bella veste formale ma che in genere producono l’effetto di distorcere l’attenzione dei ricercatori da fenomeni reali e da temi a più ampio spettro e di tipo più generale, che costituiscono un importante terreno di indagine, in particolare per il campo economicoaziendale. Secondo questa impostazione «l’articolo è considerato contributivo, il volume è considerato compilativo, anche se la compilazione è intelligente»5. D’altro canto, soltanto i ricercatori che sono amanti del rigore formale riescono ad avere accesso alle riviste internazionali di fama, ottenere punteggi elevati nelle valutazioni e risultare premiati nell’assegnazione di fondi di ricerca, rispetto ai ricercatori che utilizzano un più ricco e differenziato bagaglio di approcci metodologici e di strumentazioni di ricerca.

Il far prevalere criteri valutativi rigidi e unidirezionali è un’evidente dissonanza in una fase evolutiva del pensiero in cui le categorie definitorie tradizionali stanno saltando e cambiano le gerarchie scientificodisciplinari, mentre si ridisegnano i confini tra ricerca pura e ricerca applicata di fronte a un accelerato progresso scientifico non più lineare in cui le principiali scoperte e acquisizioni di frequente derivano dall’apporto di conoscenze e competenze diverse a un determinato ambiente di ricerca.

La conseguenza ultima dei nuovi indirizzi di valutazione dei prodotti della ricerca è che pubblicazioni di impianto discorsivo, tra cui anche le monografie, rischiano di essere messe da parte, ovvero di subire la stessa sorte che hanno avuto, a suo tempo, testi fondamentali di Schumpeter, Chamberlin e della Robinson, a seguito dell’avvento e del predominio di approcci di ricerca quantitativi e di strumenti matematici allo studio di fenomeni economici6. A differenza degli economisti che condividevano, nei confronti della ricerca, un atteggiamento pratico, diagnostico e interventistico, sulle orme della tradizione keynesiana, gli esponenti del movimento moderno del pensiero economico erano molto portati a paragonare «la loro scienza alla nuova meccanica quantistica o alla nascente biologia molecolare. Essi concepivano la conoscenza e l’economia come un fine a sé, e in qualche caso, specialmente se si trattava di economisti matematici, priva di motivazioni che non fossero la creazione di una teoria elegante. E la bellezza in sé è da sempre tra le caratterizzazioni del pensiero matematico. Ponevano l’accento sul rigore piuttosto che sull’«importanza», non perché fossero indifferenti ai problemi del mondo, ma perché erano convinti che ci volessero fondamenti teorici solidi e profondi se si pretendevano deduzioni economiche veramente affidabili»7.

Con la spinta all’internazionalizzazione e alla scientificizzazione, con cui ci si ripromette di imprimere alla ricerca e all’università italiana una svolta nel senso del rigore formale, è assai probabile che gli economisti aziendali finiscano per subire la messa da parte per la maggioranza delle loro pubblicazioni, con l’unica eccezione di quelle del relativamente piccolo manipolo di ricercatori, avanguardia della generazione allineata sulle nuove regole.

L’impatto dello sviluppo fuori controllo dei settori economico-aziendali

L’abbassamento della qualità della ricerca economico-aziendale è un fenomeno che trova spiegazione, sotto vari profili, nell’incontrollata espansione dell’accesso all’istruzione universitaria seguita al 1968. È un fenomeno che ha interessato in particolare le facoltà di economia che sono la «casa» degli economisti aziendali.

Il palese squilibrio registratosi tra la crescente domanda di nuova docenza e l’insufficiente offerta di candidati, con un adeguato background scientifico, ha portato inevitabilmente a un rapido abbassamento del livello di qualificazione del corpo docente e di riflesso degli studi aziendali. Su questo gap ha inciso non poco la mancanza di scuole di dottorato di ricerca, strutturate secondo standard internazionali, che non ha consentito di formare in tempo utile la nuova classe docente. Sanare questa anomalia è un passaggio chiave, nel quadro di una strategia di medio termine di riqualificazione degli studi aziendalistici, in cui assegnare un ruolo chiave a programmi di dottorato di ricerca seri, calibrati sulle migliori esperienze internazionali, diretti alla formazione alla ricerca e con la ricerca di giovani studiosi particolarmente meritevoli e motivati. In tutti i Paesi all’avanguardia, in campo scientifico e tecnologico, i corsi di dottorato di ricerca sono la risorsa fondamentale per «assicurare la qualità e la produttività della ricerca»8.

Saper impostare e gestire corsi di formazione dei giovani ricercatori secondo queste linee guida è la vera sfida a cui si trova oggi di fronte il settore delle scienze aziendali. Occorre superare la prassi di dottorati di ricerca di comodo, di rilevanza solo locale – sottodotati di mezzi e privi di un corpo docente di rango internazionale – se non si vuole perpetuare una situazione di sottosviluppo culturale delle nuove generazioni di docenti. Per riacquistare una nuova credibilità scientifica come comunità questo deve essere assunto congiuntamente come un impegno essenziale da portare a compimento in tempi brevi, sotto la regia delle associazioni scientifiche dell’economia aziendale e del management.

D’altro lato, ha agito come fattore aggravante del declino delle discipline economico-aziendali un’evidente rilassatezza subentrata nel metro di valutazione delle commissioni giudicatrici dei concorsi universitari che di fatto ha aperto la porta all’immissione in ruolo di docenti non meritevoli perché è mancata la forza politica e morale di esercitare un effettivo controllo della qualità, a livello del nuovo corpo docente. Di certo, se fosse stata già presente l’attuale, insistente pressione a far prevalere la meritocrazia si sarebbero forse potuto evitare così tante distorsioni nella gestione dei concorsi universitari.

In terzo luogo, non va trascurato come fattore di disturbo, all’interno della comunità degli economisti aziendali, la nascita per separazione di nuovi corpi disciplinari specialistici – come l’organizzazione, la finanza e l’economia aziendale pubblica. Si tratta di un fenomeno che ha favorito la specializzazione nella produzione scientifica ma che di fatto ha rotto l’unitarietà degli economisti aziendali, innescato pericolose forme di competizione tra i vari sub-settori e sacrificato un serio confronto scientifico allargato a più voci. Così si è disperso e frazionato il tradizionale patrimonio scientifico e culturale, su cui poter far leva per sostenere uno sforzo congiunto di difesa attiva delle radici, in un’ottica evolutiva verso il management.

L’economia aziendale ha vissuto nei suoi tempi migliori l’esperienza e il bello di una ristretta comunità di studiosi tendenzialmente elitaria, sostenuta dalla forza di una propria base scientifica e didattica unitaria per merito della scuola zappiana e di altre, come la scuola toscana e la scuola napoletana, che si erano avvalse della presenza di riconosciuti Maestri. Col superamento di questa fase gloriosa le discipline aziendali sono cadute in un percorso di cambiamento in cui, venendo meno il ruolo delle scuole, la serietà di impegno nella ricerca è stata progressivamente sacrificata e si è disperso il senso di comunità scientifica.

In quarto luogo, va osservato che l’effetto dirompente dei grandi numeri si è fatto sentire non solo con una dequalificazione nel corpo docente ma anche con una crescita smisurata del numero degli studenti che di fatto ha trasformato le facoltà di economia in grandi «macchine didattiche» facendo aumentare a dismisura l’impegno didattico dei docenti.

Il processo di massificazione subito dalle università e in specie dalle facoltà di economia hanno messo a serio rischio la sopravvivenza del modello di università italiano ed europeo di stampo humboltiano dove la ricerca costituisce un elemento imprescindibile e altamente caratterizzante, quale lievito della qualità del processo formativo. La didattica di fatto ha preso il sopravvento sulla ricerca sia come tempo dedicato sia come impegno culturale e mentale dei docenti. Nell’università di massa è difficile fare corsi ispirati dalla ricerca e il concetto tradizionale di «unità di ricerca e insegnamento» rischia a volte di essere riproposto in modo rituale e di trasformarsi nel ricordo di un mito9, non potendo trovare un effettivo riscontro nei fatti.

Da un’università della didattica a un’università della ricerca?

Gli effetti del sistema di valutazione delle università sono destinati a incidere in profondità nei rapporti tra ricerca e didattica, secondo meccanismi imprevedibili. A misura che prenderà corpo l’idea che l’attività di ricerca è il punto focale per la riqualificazione e per un riposizionamento competitivo più confacente per le università italiane, nel ranking internazionale dell’eccellenza, non è difficile immaginare gli effetti distorsivi che si avranno sull’attività didattica. Se i docenti sono sottoposti a giudizi di merito, tramite rigorosi criteri metodologici e standard internazionali, non è difficile immaginare che il loro impegno nella ricerca sarà assolutamente prioritario, rispetto agli altri compiti istituzionali, per evitare di perdere la corsa ai finanziamenti, la capacità di confrontarsi con altri ricercatori e la possibilità di perseguire avanzamenti di carriera o trasferimenti in sedi universitarie più prestigiose, in Italia o all’estero.

Sono tutti effetti e meccanismi di ricomposizione dell’equilibrio tra ricerca e didattica che tenderanno a manifestarsi secondo modalità differenziate, in funzione dell’orientamento delle diverse sedi universitarie, innescando comunque pericolose spinte competitive tra i docenti che porteranno a far prevalere interessi individuali, rispetto agli altri impegni istituzionali del proprio status. La gestione di queste situazioni di possibili conflitti tra ricerca e didattica – e all’interno del corpo docente – innescate dalla competizione e dalla corsa alle pubblicazioni è la nuova sfida su cui si dovrà misurare l’università italiana, a livello dei suoi organi di governo.

Non è concepibile e logico che le valutazioni della ricerca, effettuate a livello centrale, vengano assunte con lo stesso valore perentorio del giudizio di terzo grado» dell’ordinamento giudiziario. Questo comporterebbe un grave danno all’autonomia, da sempre declamata come uno dei valori fondanti del sistema universitario. Per evitare questo pericolo è essenziale che le università assumano la «sfida delle pagelle ministeriali» come motivo per rivedere profondamente i loro meccanismi e criteri interni di valutazione della qualità e della produttività della ricerca e della didattica, per far sì che l’allocazione di risorse ai vari destinatari sia effettivamente ancorata a ragioni di merito, ma senza trascurare gli interessi e gli scopi delle istituzioni come tali.

Siamo di fronte a un meccanismo centralizzato di valutazione, sostenuto da una serie di incentivi e penalizzazioni, che sembrerebbe progettato per spingere tutte le università italiane a giocare nel «campionato mondiale della ricerca», sperando di portarle idealmente ad assumere i caratteri delle research-university, quella peculiare tipologia di università che negli Stati Uniti riguarda le istituzioni ai vertici della meritocrazia scientifica. L’Italia ha indubbiamente bisogno di un certo numero di istituzioni universitarie di questo tipo ma anche di molte università capaci di giocare con le carte in regola nel «campionato nazionale» e se del caso come agenti culturali dello sviluppo economico locale, anche tramite il contributo degli economisti aziendali. È una varietà di modelli di università, con adeguati livelli di autonomia effettiva e di responsabilizzazione, a cui occorre tendere anziché forzare tutte le istituzioni, anche se tra di loro molto diverse, in griglie di parametri uniformi. Se non ci si rende conto che il nuovo sistema di valutazione della ricerca va inquadrato in un processo organico e coerente di riforma del sistema universitario di più ampio respiro, c’è il rischio concreto di farne uno strumento di «distruzione non creatrice», disattendendo il pensiero schumpeteriano che vede negli innovatori una forza per far progredire il sistema.

La mancata integrazione scientifica del management

I deludenti risultati emersi dagli esercizi di valutazione delle pubblicazioni scientifiche vanno considerati anche nel quadro del disordinato percorso di trasformazione che le discipline economico aziendali hanno vissuto a partire dagli anni Sessanta. Di certo, è alquanto deludente il bilancio che abbiano alle spalle per quanto di poco e male si è saputo/ potuto contribuire all’avanzamento della scienza e della cultura aziendale nel nostro Paese. Dopo il periodo aureo delle feconde intuizioni ed elaborazioni con cui Zappa, avvalendosi di un appropriato metodo di indagine, centrato sulle quantità economiche monetarie, ha creato un solido sistema teorico dell’economia aziendale – riflettente principi logici da seguire nella pratica – negli ultimi decenni si è notevolmente affievolito l’impegno di ricerca teorica volto all’evoluzione scientifica e dottrinale della disciplina.

La ventata rinnovatrice indotta dagli studi di management statunitensi che, a partire dagli anni Cinquanta, ha preso campo e si è sviluppata con sempre maggiore vigore, cambiando di netto prospettiva e categorie di analisi, metodi e campi di indagine, ha contribuito al resto, cioè a fare avanzare approcci accademici al management con cui si è intervenuti a livello di singole funzioni aziendali – come il marketing, l’accounting, la programmazione, la produzione, la finanza, la strategia – secondo una visione molto limitata e distorsiva dell’effettiva portata scientifica del management. Si è così passati dall’oggetto di studio «azienda» – con il proposito di giungere alla formulazione di uniformità scientifiche attestate dagli elementi studiati e dalle relazioni tra gli stessi – a un oggetto di studio circoscritto a singole funzioni, che ha portato a far dimenticare il connotato unitario degli studi aziendalistici. Questo passaggio di prospettiva, di metodo e di oggetto, nel divenire dell’economia aziendale, mentre gli ha tolto spessore e identità come «scienza positiva» – che cerca di dedurre leggi empiriche tramite la scoperta di uniformità – non è riuscito nel contempo a fare emergere in Italia un originale corpo dottrinale del management.

Sul fronte della duplice verifica degli studi di management, sotto il profilo più strettamente scientifico e sotto quello dell’utilità per la formazione manageriale, gli economisti aziendali italiani non hanno saputo esprimere una piena e strutturata capacità di elaborazione dottrinale per cui ci troviamo di fronte a un’ampia, disordinata moltitudine di pubblicazioni, ma non è possibile reperire lavori che siano acquisibili come solidi punti di riferimento per una teoria del «management made in Italy», da far valere anche in campo internazionale. In questo senso, è chiaro il divario di peso scientifico accusato nel passaggio dall’economia aziendale al management che tuttora pesa come fattore penalizzante sull’immagine degli studi aziendali nel contesto culturale italiano e soprattutto agli occhi degli economisti.

L’ingresso del management nell’università italiana è avvenuto attraverso la «porta di servizio», a ondate successive, senza una visione strategica condivisa, e in mancanza di una sua effettiva istituzionalizzazione e integrazione nell’alveo della formazione universitaria ai livelli più elevati. D’altronde, non si è avuta in Italia la nascita di un sistema specializzato per la formazione manageriale e comunque dalle poche business school nate nel Paese non sono emerse capacità di ricerca tali da creare un vero corpo scientifico italiano del management e della formazione manageriale.

Le conseguenze di questi appuntamenti mancati con il management sono note. Gli studi di management di origine statunitense sono stati – e tuttora sono – un punto di riferimento irrinunciabile non solo per l’Italia ma anche in molti altri Paesi. E questo per tre principali ordini di motivi: la ricchezza di tradizioni, a livello delle migliori università e business school, nel campo di indagine, sperimentazione e confronto costituito da grandi imprese di avanguardia, desiderose di collaborare a lavori di ricerca, spinte dall’interesse a farne occasioni di learning e aggiornamento culturale del proprio bagaglio di strumenti gestionali; l’abbondanza dei mezzi finanziari, personali e organizzativi dedicati a ricerche on the field, condotte con metodologie avanzate e strumenti di indagine e di analisi particolarmente efficaci; il facile dominio del mercato internazionale delle pubblicazioni scientifiche nel campo del management e su un corpo di riviste autorevoli e molto influenti, dove l’accesso per autori stranieri presenta «barriere di entrata» non facilmente superabili.

L’effetto di questa «internazionalizzazione subita» è un deludente, progressivo accentuarsi del distacco degli studi italiani di economia aziendale dal vissuto del management. Sempre più appare che i due mondi procedono in modo separato. Da un lato, i giovani ricercatori più brillanti tendono a conformarsi alle mode della letteratura internazionale e agli indirizzi scientifici e al format delle riviste nordamericane, dove poter pubblicare è diventato un must per fare carriera e ottenere un alto ranking nelle valutazioni di merito. Da un altro, il diffondersi di lavori compilativi ne ha limitato la circolazione al solo campo accademico e ristretto l’interesse degli esterni (imprenditori, manager, professionisti ecc.). Né vanno trascurate le difficoltà per condurre serie, sistematiche attività di ricerca, centrate sull’osservazione della realtà, con alle spalle un solido insieme di ipotesi teoriche.

Ci sono ovviamente imprese interessanti per progetti di ricerca sullo stile, sui comportamenti e sulla performance del management, ma il dato è che esse rappresentano una piccola minoranza e sono poco disponibili per collaborare ad approfondite attività di ricerca on the field, tali da consentire l’elaborazione di costruzioni teoriche originali sul modello di management made in Italy. Questo viene a costituire un ostacolo per ricerche originali, capaci di interessare anche la letteratura internazionale e le stesse imprese straniere.

L’Italia è il Paese, a livello europeo, con la più alta propensione ad affidare la gestione delle imprese a membri del nucleo familiare proprietario, tanto è vero che ciò accade nei due terzi dei casi contro un terzo in Spagna, circa un quarto in Francia e Germania e soltanto il 10% nel Regno Unito. Questo sta a indicare che c’è una forte tendenza a una cultura aziendale chiusa e autoreferenziale che sia in stretto allineamento con le visioni e la cultura del gruppo imprenditoriale, privandosi così dell’apporto di competenze manageriali qualificate, verificate e fertilizzate da esperienze esterne plurime e più avanzate.

La conseguenza è che le nostre imprese soffrono di un evidente gap di management professionale se si considera che in Italia solo 1,3% dei dipendenti ha la qualifica di Dirigente aziendale contro il 9,8% del Regno Unito, il 6,9% della Francia, il 3,4% della Germania e il 3,0% della Spagna.

L’impossibilità di entrare a far parte del gotha teorico del management non ha peraltro impedito di avere talvolta in Italia una formazione universitaria che consente di preparare ad avere la flessibilità intellettuale fondamentale per affrontare il mondo molto complesso e competitivo di oggi, dove bisogna assumere informazioni da varie fonti e prendere decisioni consapevoli a grande velocità, oltre che avere una pronta capacità reattiva. Il successo di questo tipo di formazione va ascritto al merito di quei docenti che sanno l’arte dell’insegnare e che sono in grado di corroborarla con una solida preparazione scientifica e culturale di base, non disgiunta da una peculiare curiosità intellettuale.

Il problema della valorizzazione dei prodotti della ricerca

Negli economisti aziendali dovrebbe maturare la consapevolezza che mettere in discussione gli strumenti di valutazione del sistema della ricerca pubblica, di recente introdotti in Italia, non è il portato di un arroccamento corporativo a difesa di interessi di parte. Sono le nuove istanze per un’attività di ricerca non vissuta e non praticata in isolamento, in tante piccole «torri d’avorio» internazionalizzate, che indicano come non si possa affidare a criteri quantitativi – che «hanno solo un rapporto limitato con la qualità intrinseca della ricerca condotta in un Paese»10 – il giudizio di merito sulla qualità della ricerca e i meccanismi per ripartire i finanziamenti pubblici tra le università e i singoli ricercatori.

Per giocare la «nuova partita dell’innovazione»11, con cui recuperare i ritardi strutturali nel campo di cui il Paese soffre, nei confronti dei Paesi europei e oltre, non occorre tanto incentivare la produzione di conoscenze in sé quanto la loro utilizzazione come input dei processi innovativi per farne beneficiare il Paese. Anche quando si investe nella ricerca di base pura occorre avere un disegno strategico per la scelta dei campi in cui allocare le risorse pubbliche e per poter immaginare se e come si potranno effettivamente valorizzare i prodotti ottenuti all’interno del Paese. L’Italia non può continuare a trascurare il gap di cui soffre tra produzione di conoscenze e capacità di innovazione, evidenziato dalla circostanza che sta crescendo il numero e talvolta la qualità delle pubblicazioni scientifiche mentre il numero dei brevetti registrati annualmente sta diminuendo.

A fronte dell’esigenza di una politica della ricerca, parte di una più generale politica dell’innovazione e della crescita, il sistema di valutazione dei prodotti della ricerca adottato in Italia è decisamente carente. Va nel senso di incentivare e premiare la ricerca curiosity driven, quella più gradita ai ricercatori puri, trascurando di considerare che è la«ricerca di base motivata dall’uso», cioè il lavoro che espande le frontiere della conoscenza, nel tentativo di dare soluzioni appropriate a problemi pratici, a garantire il massimo ritorno dall’investimento che la società compie nella scienza12.

I ricercatori economico-aziendali non possono che essere sintonizzati sulla lunghezza d’onda delle ricerche di qualità motivate dall’uso. L’utilità della loro produzione di conoscenze si misura in funzione del fatto che abbia solidi fondamenti logici ma che nel contempo si dimostri verificabile nell’uso e sia in grado di creare valore tramite la diffusione dei prodotti della ricerca nel mondo operativo, attraverso i necessari sforzi di assimilazione e contestualizzazione. Come è stato autorevolmente affermato13 dato che i ricercatori nel campo del management si interessano di cose concrete ci si dovrebbe aspettare che i prodotti delle loro ricerche possano essere comprensibili e utili per chi opera nelle organizzazioni e soprattutto per i manager. «Se non lo fossero, potrebbe anzi trattarsi di un cattivo lavoro, di risultati di ricerca non validi»14.

Le ricerche in campo economico-aziendale non esprimono una materia ben definita e circoscritta come altre discipline con solide e condivise basi scientifiche e a spettro meno ampio. L’indagine dirama negli ambiti più vari, dalla contabilità alle valutazioni, dalla finanza alle strategie, dall’organizzazione al marketing e alla gestione delle risorse umane. Ciascuno di questi vari ambiti ha poi bisogno di un lavoro di specificazione, adattamento e integrazione in funzione dei vari settori di specializzazione delle aziende o della diversa regolamentazione privatistica o pubblicistica a cui sono sottoposte.

Questa «esplosione a valle» dei problemi di assorbimento e utilizzo delle conoscenze scientifiche di base è un problema del quale l’economia aziendale non può farsi carico ma del quale non può disinteressarsi del tutto. Qui sta quello che si configura come il «dilemma degli economisti aziendali». Il problema a cui si trovano di fronte è che le nuove idee e conoscenze che essi producono per essere accolte dai manager devono poter superare quello che gli economisti chiamano il «filtro della conoscenza»15, costituito dalle difficoltà, dai ritardi e dalle remore con cui i manager si rendono disponibili a verificare e utilizzare le nuove conoscenze dato che comprendere la loro bontà e condividerle è un compito difficile, una sfida che spesso comporta sforzi e investimenti di energie. Ne consegue che è del tutto assurdo richiedere ai manager e agli imprenditori la capacità di comprensione degli articoli astratti e tendenzialmente complessi che sono il cuore delle riviste scientifiche di management a più alto impact factor.

Gli indirizzi lungo i quali far incamminare il progresso delle discipline economico-aziendali implicano di chiarire come realizzare ricerche capaci di aumentare e sistematizzare il patrimonio delle conoscenze teoriche di base e nel contempo come delineare le modalità con cui renderle concretamente verificabili, accoglibili e applicabili. È un cammino ben più ampio e complesso di quello caro ai nuovi sistemi di valutazione della ricerca universitaria che vorrebbero ridurre il compito dei ricercatori alla semplice produzione di conoscenze avulse dal modus operandi della realtà, da mettere in bella vista con articoli da pubblicare su riviste internazionali di pregio.

Nel caso delle università straniere di eccellenza, a iniziare da quelle statunitensi, i docenti sono apprezzati per il loro alto standing scientifico ma anche per la loro capacità di valorizzare i prodotti della ricerca sia in campo formativo, sia con il loro trasferimento per altre vie all’esterno verso il mondo sociale e produttivo. La qualità della produttività scientifica in questi casi è un fatto dato quasi per scontato mentre ciò che fa la differenza è l’attitudine a operare l’exploitation per creare valore con i prodotti della ricerca, facendoli diventare basi essenziali per la formazione manageriale o per processi innovativi, mirati alla creazione di novità tecnologiche.

In Italia, il problema del filtro della conoscenza sembra che sia del tutto trascurato nella misura in cui si vuole rafforzare il ruolo delle strutture burocratiche centrali nel decretare la bontà dei prodotti della ricerca, escludendo del tutto un possibile ruolo del mercato come istituto utile sia a indirizzare che a confermare la loro qualità intrinseca.

È elevato il rischio che costruendo uno steccato tra la parte ritenuta scientifica e l’altra, ovvero tra la produzione di articoli à la page e la produzione di monografie e saggi, ciascuna con il suo «orticello» da curare, la pianta dell’economia aziendale non potrà crescere. Dando esclusivo riconoscimento e peso al primo orticello è poi evidente il rischio di far mettere, in prospettiva, da parte tutto il resto. Come è stato giustamente osservato, «in un sistema in cui la competizione è il principio guida, questo falsa il funzionamento del sistema nel suo insieme»16.

Note

1 Zaninotto E., Presente e futuro degli studi di economia aziendale e management in Italia, Il Mulino, Bologna, 2006, p. 259.

2 Varaldo R., Fondamenti di una esperienza. La Scuola Superiore Sant’Anna 1992-2014, ETS editrice, Pisa, 2012, p. 9.

3 Ségalat L., La scienza malata? Come la burocrazia soffoca la ricerca, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2010, p. 35.

4 Ivi, p. 35-36.

5 Lorenzoni G., «La posizione relativa delle discipline economico-aziendali italiane», in E. Zaninotto, Presente e futuro degli studi di economia aziendale e management in Italia, op. cit., p. 63.

6 Warsh D., La conoscenza e la ricchezza delle nazioni: una storia dell’indagine economica, Feltrinelli, Milano, 2007, p. 149.

7 Ivi, p. 129.

8 Lorenzoni G., op. cit., p. 64.

9 Felt U., «University autonomy in Europe; shifting paradigms in university research», in Observatory for Fundamental University Values and Rights, Bonamia University Press, Bologna, 2004.

10 Ségalat L., op. cit., p. 130.

11 Varaldo R., La nuova partita dell’innovazione. Il futuro dell’industria in Italia, il Mulino, Bologna, 2014.

12 Stokes D., Pasteur’s Quadrant: basic science and tecnological innovation, The Brooking, Institution Press, Washington, 1997.

13 Mintzberg H., Managers not MBAs. A hard look at the soft practice of management development, Prentice Hall, London, 2004.

14 Rebora G., «Ricerca senza qualità? Il caso delle scienze aziendali e del management», Liuc Paper n. 209, Sezione Economia Aziendale, 2007, p. 12.

15 Audretsch D.A., Keilbach M., Lemmann E., Entrepreneurship and economic growth, Oxford University, Press, New York, 2006.

16 Ségalat L., op. cit., p. 71.