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Il mondo di Guatri

2026/13

L’eredità della scuola italiana di economia aziendale

Riflessioni sul passato

Le riflessioni che seguono, svolte in forma libera e ispirate ai Maestri che direttamente o indirettamente hanno avuto influenza sulla mia formazione di studioso, riguardano la scuola «italiana» di economia aziendale, che tra gli anni Quaranta e Novanta, e quindi per oltre metà del secolo scorso, ha avuto un ruolo significativo, e anche originale rispetto alle esperienze europee, nello sviluppo degli studi scientifici e della cultura del Paese nel campo, diremmo oggi, del management e dell’accounting.

Nel suo periodo formativo, ossia fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, i padri fondatori dell’economia aziendale hanno avviato e portato a compimento un’opera di sistematizzazione dei numerosi filoni di studi riguardanti le tecniche e i processi di produzione nonché i differenti profili della gestione aziendale e della misurazione dei risultati.

In tutti i campi della scienza, le conoscenze procedono secondo uno schema tipico, nel quale si alternano periodi di approfondimenti su temi più specifici ai quali fa seguito l’attività di alcuni studiosi che riconducono le conoscenze frammentarie a visioni ( o teorie) più generali.

Gino Zappa, il Maestro dei Maestri, fu appunto uno di questi sistematizzatori, e i suoi contributi possono essere così riassunti:

  • il concetto di «azienda» viene generalizzato e riferito a tutte le istituzioni (istituti economici) tese a produrre o a consumare ricchezza, e quindi non solo alle aziende industriali, commerciali o di servizi, ma anche alle famiglie e alla pubblica amministrazione;
  • l’economia aziendale è la scienza che studia appunto i principi che regolano il raggiungimento degli scopi aziendali; essa è formata da tre dottrine: l’organizzazione, la gestione e la rilevazione (dei risultati conseguiti).

Con riferimento all’aspetto della rilevazione, merita di essere segnalato il fondamentale passo verso la modernità che associa il concetto di reddito (d’azienda) alla dinamica dei costi e dei ricavi nell’unità di tempo dell’esercizio (di norma annuale) e non, come nella tradizione precedente, alla differenza tra il capitale d’inizio e fine esercizio.

Il vero connotato distintivo della scuola «italiana» di economia aziendale è la concezione dell’impresa quale istituto economico dotato di una propria autonomia ontologica: l’impresa ha una propria identità distinta dai soggetti che in essa contrappongono i propri interessi e il suo equilibrio economico garantisce i suoi fini, che consistono nel soddisfare i bisogni umani.

Dunque l’economia aziendale sposa, o almeno nel proprio periodo formativo sposava, una visione istituzionalista dell’impresa, e ciò la differenzia dalle altre principali teorie dell’impresa, le quali concepiscono l’impresa come insieme di transazioni o insieme di contratti (visione contrattualistica dell’impresa). In altre parole, prevale un’idea forte d’impresa, dotata di un proprio finalismo (il reddito di lungo periodo), perseguendo il quale l’impresa riesce anche a farsi carico delle esigenze di tutti i propri stakeholder.

Al contrario, la concezione contrattualistica vede l’impresa come un sistema di relazioni che si risolve in un equilibrio tra istanze di tipo individualistico.

Tale differenza di visioni (che negli ultimi anni tende a essere superata forse perché rifletteva anche la contrapposizione tra differenti visioni del mercato, messa in crisi dai fenomeni di globalizzazione) spiega a mio parere l’atteggiamento di scetticismo dei cosiddetti aziendalisti nei confronti delle semplificazioni e la convinzione che la gestione dell’impresa non si possa articolare attorno a poche variabili facilmente identificabili e a semplici modelli. Ciò dal momento che l’azienda-istituto economico incorpora complessità del reale che possono essere ridotte solo in misura limitata, pena la perdita di ogni aggancio al mondo concreto senza i benefici di una più generale capacità interpretativa.

Tali considerazioni possono spiegare anche un altro atteggiamento diffuso tra gli aziendalisti storici: la convinzione che i metodi d’indagine propri del mondo delle scienze naturali possano trovare un campo di applicazione particolarmente arduo nello studio dei fenomeni evolutivi delle imprese. Emblematiche a tale proposito sono le difficoltà incontrate dagli economisti di spiegare con poche variabili le scelte finanziarie delle imprese e di testare la loro evoluzione nel tempo.

Un ulteriore importante contributo al progresso degli studi di economia aziendale (che permette di capire le successive evoluzioni della disciplina) è la presa d’atto che tali studi potevano assumere due principali indirizzi: quello funzionale e quello settoriale. Tale importante contributo (riferibile in primis ad autorevoli posizioni assunte da Giorgio Pivato) fu un altro grande passo verso la modernità e l’agganciamento della disciplina alle esigenze operative di un sistema economico in rapida evoluzione.

Dopo la «sintesi di Zappa» gli studiosi di economia aziendale imboccarono differenti filoni, e si trattò dell’unica scelta praticabile in considerazione dei molteplici tasselli che formavano il quadro unitario che era stato composto dai padri fondatori.

L’atteggiamento mentale dell’economista aziendale

Per uscire dalla riflessione storica è interessante domandarsi se gli studiosi di management, di strategia, di accounting o di finanza possano riconoscersi in alcuni dei principi fondamentali degli aziendalisti delle prime generazioni.

Per facilitare una (mia) risposta a questa domanda può essere utile partire dalla ricerca di ciò che è il distillato del contributo al pensiero economico della scuola italiana di economia aziendale. Credo si tratti di due principi, che possono essere più semplicemente pensati anche come atteggiamenti mentali.

Il primo riguarda la visione unitaria dei fenomeni relativi all’impresa. Così, ad esempio, il tasso di crescita del fatturato, le politiche di investimento, le scelte di remunerazione non possono essere apprezzate disgiuntamente dai modelli di proprietà e di governance.

Il secondo riguarda l’atteggiamento pragmatico che deve caratterizzare l’impostazione dell’attività scientifica e la valutazione dell’utilità dei suoi risultati. Avere una forma mentis pragmatica non significa dare la priorità ad attività di ricerca applicata o a contributi di divulgazione della ricerca. Significa invece, a mio modo di vedere, che solo la conoscenza diretta e profonda dei fenomeni oggetto di studio costituisce il prerequisito per impostare una proficua attività di ricerca. Così, sempre per fare degli esempi, quale economista industriale potrebbe lavorare utilmente senza «divorare» tutti i giorni il Financial Times o il Wall Street Journal e senza approfondire con manager, bankers o funzionari di istituzioni pubbliche le operazioni di aggregazione che modellano i profili dei settori industriali?

Lo stesso vale, a maggior ragione, per uno studioso di management, di finanza o di strategia, ma anche per uno studioso di accounting: l’evoluzione dei principi contabili non è infatti un processo astratto, ma è indotto dai cambiamenti del contesto economico e finanziario in cui operano le imprese e dalle risposte che le stesse imprese hanno dato ai fenomeni di cambiamento.

Un altro connotato di una mentalità pragmatica è il riconoscimento dell’importanza delle imperfezioni, intese quali devianze dai modelli semplificatori elaborati dalla teoria. Gli studi di corporate finance offrono molti esempi significativi. I modelli di equilibrio rischio/rendimento, la cui validità quali strumenti logici è fuori discussione, si basano (necessariamente) su ipotesi astratte che non possono non mettere a disagio uno studioso con mentalità economico-aziendale, sopratutto quando tali modelli stanno a fondamento di importanti concrete applicazioni, quali la valutazione di investimenti industriali e acquisizioni, di operazioni di fusione o le valutazioni di diritti meritevoli di tutela, quali il recesso. La presa di coscienza di questi problemi non dovrebbe tradursi in un atteggiamento di chiusura ma nella spinta verso la verifica empirica di modelli che possano spiegare fenomeni più complessi. Così, ad esempio, non disponiamo ancora di un modello dotato di sufficiente generalità capace di spiegare la formazione dei prezzi sul cosiddetto mercato del controllo (market for corporate control). Tale mercato ha connotati completamente diversi da quelli dei mercati finanziari e di borsa, nel quale vengono negoziate partecipazioni irrilevanti per il controllo e nel quale grandezze quali le merger synergies non costituiscono driver di valore che motivano i comportamenti dei potenziali acquirenti (almeno escludendo l’effetto sui prezzi di Borsa dovuto alle attese di operazioni di takeover).

Analogo ragionamento vale per la separazione tra rischio sistematico e rischio specifico. La presenza di rischi specifici che possono mettere a repentaglio la continuità aziendale diventa un fatto secondario se si parte dalle fredde premesse della teoria della finanza, dal momento che in caso di default si assume che gli elementi che formano l’azienda possano essere scomposti e negoziati sul mercato senza distruzioni di valore (di asset fisici e di capitale umano).

Se l’impresa viene invece concepita come un soggetto autonomo, il cui valore è più elevato della somma dei valori degli elementi che la compongono, il rischio specifico torna a giocare un ruolo ben più importante rispetto a quello che gli viene assegnato fermandosi a una lettura superficiale e affrettata dei principi base della portfolio selection.

Dunque la risposta al quesito dal quale ero partito è positiva: la forma mentis che costituisce l’eredità dell’economia aziendale storica può essere molto utile per recuperare la concretezza e il senso di direzione in molti filoni di ricerca, che vanno dalla corporate finance al financial management e al financial accounting (per citare solo i campi che mi sono più vicini).

Le sintesi successive

L’aspirazione alla ricerca di metriche in grado di esprimere in modo unitario i fenomeni che riguardano le imprese è una delle caratteristiche fondamentali degli studiosi che riconoscono la propria origine culturale nella scuola economico-aziendale.

Tale aspirazione sta alla base dello sviluppo, soprattutto nell’ambito dell’Università Bocconi, del filone di ricerca sulla valutazione delle aziende nonché delle molteplici iniziative avviate sullo stesso tema con altre università, organismi professionali e standard setter internazionali. La «scuola del valore» fondata da Luigi Guatri si ricollega alle teorie manageriali che vedono nella creazione di valore l’obiettivo di lungo termine della gestione delle imprese.

Tale obiettivo domina quello più tradizionale della massimizzazione del profitto perché considera esplicitamente il grado di rischio associato ai risultati attesi e può quindi costituire un efficace benchmark per costruire un sistema di relazioni all’interno delle imprese (significativa a questo proposito è l’evoluzione dei sistemi di remunerazione, in particolare nelle società quotate) e un linguaggio comune a quello dei mercati. Il valore quale finalità aziendale è quindi anche un fattore di convergenza tra la visione istituzionalista e quella contrattualistica dell’impresa.

La «scuola del valore» di Luigi Guatri assume quale campo di ricerca prioritario la sua misurazione, che a propria volta, esige l’atteggiamento mentale e le competenze che costituiscono l’eredità dell’economia aziendale: una visione dinamica, competenze di carattere funzionale e settoriale, un approccio pragmatico.

Nelle grandi investment bank o nelle grandi società di consulenza le attività di valutazione sono organizzate in team impegnati su specifiche industry. Ciò a dimostrazione della necessità di conoscenze analitiche e modelli che possano cogliere e trattare le specificità di un business.

L’esigenza di cogliere simultaneamente le interrelazioni tra impresa, sistemi dei competitor, andamenti economici delle aree nelle quali vengono collocati i prodotti o erogati i servizi, minacce di cambiamenti e di discontinuità, ha portato alcuni studiosi a domandarsi se la business valuation sia più un’«arte» che una scienza (tale interrogativo appare anche in alcuni dei più noti textbook internazionali). La stessa domanda potrebbe porsi per l’economia aziendale, ma non ci porterebbe lontano. Non si tratta infatti di «arte» ma del fatto che gli studi aziendali fanno emergere con maggiore evidenza un principio che vale per tutte le scienze, in particolare quelle che riguardano, come l’economia, l’uomo: la ricerca non produce risultati se viene perduto il senso di direzione e non sempre la riduzione della complessità consente di mettere a fuoco principi di validità generale.