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Il mondo di Guatri

2026/19

I. Il periodo della formazione e dell’affermazione (1949-1960)

1. Luigi Guatri si laurea alla Bocconi nel giugno del 1949, discutendo con il prof. Gino Zappa la Tesi: «L’Economia delle imprese cotoniere».

Questa discussione è stata, a noi allievi di Guatri, più volte ricordata da un autorevole testimone, il prof. Ugo Caprara, il quale così la descrive in un articolo su Finanza Marketing e Produzione (n. 2/1983, n. 9, pag. 16):

«...Il primo dei suoi lavori fu dal Guatri presentato come tesi di laurea alla “Bocconi”. L’elogio che ne fece lo Zappa relatore (così parco di elogi) apparve tanto inconsueto da stupire i membri della Commissione alla quale io pure partecipavo. Lo Zappa giudicò la tesi tale da poter essere presentata, non solo per il conseguimento di una libera docenza, ma anche ad un concorso a cattedra universitaria».

Il volume che, con il medesimo titolo, appare nello stesso anno (Editore Giuffrè, 1949, di pagg. 516, fig. 1) è una trattazione di economia settoriale, in cui già si notano alcune idee che saranno sviluppate nelle opere immediatamente successive. Si vedano, in particolare, i frequenti richiami ad ampie impostazioni dottrinali (quali i capitoli iniziali sull’economia di reddito e sull’economia delle aziende di consumo), che appaiono talvolta in bilico tra gli insegnamenti zappiani e quelli di Giovanni Demaria, ai quali Guatri attribuisce il ruolo di supremi suoi Maestri nel quadriennio (1945-49) trascorso come studente alla Bocconi.

La scelta di dedicarsi agli studi di Economia Aziendale avviene nel corso della stesura della tesi di laurea; come rivelano i successivi capitoli che la compongono – di taglio gestionale – attinenti agli acquisti, alla produzione, ai costi, alle vendite ed ai prezzi.

Si deve peraltro osservare che il capitolo finale sulle previsioni torna, invece, a porsi ancora in bilico tra micro e macroeconomia.

2. Il primo lavoro de1 1950, I Rendimenti (Editore Giuffrè, di pagg. 203, fig. 2) intende precisare e sviluppare un concetto, quello di rendimento dei fattori di produzione, che correva di frequente, all’epoca, nei discorsi degli aziendalisti, ma che nessuno fino allora aveva chiaramente definito.

Bisogna dare all’economia d’azienda – scrive l’Autore nelle premesse (pag. 4)

«... una propria teoria sui rendimenti. Questa sarà lontana sia dalle teorie astratte degli economisti, sia dalle enunciazioni, spesso dal punto di vista economico poco felici, dei tecnici. Sarà nostra cura di costruire solo regole che possano essere tradotte dalle aziende in efficaci strumenti d’azione.

Il ricorso, nel ragionamento, all’astrazione non pregiudica il valore delle affermazioni, quando la posizione astratta sia intesa come un momento di prima approssimazione dello sviluppo teorico. Né nuoce il ricorso alla notazione matematica, quando questa s’intenda come mezzo particolarmente chiaro e conciso d’espressione…».

L’ultima frase citata apre, in realtà, un discorso metodologico che sarà assai caro al Guatri in molti dei suoi primi lavori, anche se nel tempo si andrà attenuando. Alludo al ricorso alla notazione matematica nello sviluppo delle teorie di gestione dell’impresa. Tale scelta di linguaggio formale, all’epoca, risultò inusitata e quasi sconvolgente per gli aziendalisti: anche se la notazione matematica, in Guatri, appare sempre di agevole comprensione e non nuoce alla chiarezza del dettato. Essa arrivò invece come una necessaria sollecitazione ad una dottrina che sembrava, allora, troppo indulgere a teorie meramente descrittive.

Addirittura avveniristico appare ne I Rendimenti (si ricorda che siamo nel 1950) il capitolo dedicato al rendimento della pubblicità.

In definitiva, il volume in esame segna già la sicura affermazione del Guatri, per l’assoluta originalità dell’impostazione analitica e per l’esplorazione, con criteri innovativi, di concetti che l’Economia aziendale aveva sino allora discusso senza i pur necessari approfondimenti quantitativi.

3. Nello stesso anno (1950), nel volume La produzione e il mercato nelle ricerche e nelle rilevazioni di impresa, Giuffrè, di pagg. 222, Guatri applica i modelli quantitativi di ragionamento all’analisi dei rapporti produzione-mercato.

È questo un testo in cui il rigore dell’analisi quantitativa è spinto ancora più a fondo rispetto a I Rendimenti, e si sviluppa con ampi riferimenti anche alla letteratura macro-economica. Ed in cui si apprezza peraltro lo sforzo – quasi incredibile in un giovane di soli 23 anni – di applicare schemi concettuali innovativi alla soluzione di problemi di gestione dell’impresa.

Si noti che l’Autore, nell’estate-autunno di quel 1950, ebbe l’opportunità di una prima vera indagine su problemi aziendali, quando svolse per incarico del curatore dell’Industria Aereonautica «Caproni» un’ampia ricerca sulle cause del fallimento dell’azienda che – dopo la grande espansione del periodo bellico – era in quell’anno caduta in dissesto.

Fu da quell’indagine che Egli trasse, confrontandole con la dottrina economica, importanti annotazioni sul fenomeno dei «costi costanti», che appunto furono individuati come causa prima di quel dissesto e misurati nella loro forza di generare perdite. Alcuni di quei concetti furono ancora ribaditi da Guatri 35 anni dopo, nel descrivere le cause delle crisi aziendali, dopo che la sua esperienza si era accresciuta della diretta conoscenza di una serie innumerevole di «casi».

4-5. Nel 1951 Guatri pubblica due volumi: Il Costo di produzione L’Efficienza (Giuffrè, pagg. 350) e La diversificazione dei prezzi (Giuffrè, di pagg. 270).

Il primo volume persegue due obiettivi. Ricerca innanzitutto una teoria dell’efficienza dell’impresa, nella quale distingue in particolare le due componenti efficienza interna (rendimenti dei fattori produttivi) ed efficienza esterna (rapporto tra prezzi dei fattori e prezzi dei prodotti).

«L’Economia d’azienda – scrive l’autore nella Prefazione – palesa ancor oggi due fondamentali lacune, che le impediscono di assidersi, con parità di diritti, accanto ad altre più mature discipline dell’economica.

In primo luogo la povertà delle astrazioni, quindi la scarsità delle leggi che formano il suo bagaglio teorico. Perché ciò suole accadere? Forse perché l’oggetto suo mal si addice all’attività speculativa, mal può essere eretto a formulazione teorica? Per vero non lo crediamo. L’economia dell’azienda è ricca di possibili uniformità, e si presta molto bene alla teorizzazione. La povertà concettuale della nostra disciplina dipende da vari ordini di fenomeni. Innanzitutto dalle assurde limitazioni poste al suo oggetto. Sono passati, è pur vero, almeno per la più parte degli studiosi, i tempi in cui era ristretta all’esame di pochi procedimenti di rilevazione. Ma ancor oggi essa esclude dal suo grembo molti aspetti della vita d’impresa, e pare spesso ignorare i fenomeni della macro-economica.

Non può inoltre essere ignorata una malcelata diffidenza per le astrazioni. Nessuno contesta la necessità, per lo studioso dell’Economia d’azienda, di vivere la vita delle imprese, accumulando numerosa messe di esperienze: ma sarebbe assurdo pensare di contribuire alla scienza solo col racconto delle esperienze vissute, con la descrizione storica della realtà. In questo modo non si contribuisce alla teoria e scarsi frutti si recano alla storia. La nostra disciplina, con poche eccezioni ben note agli studiosi, ha unicamente tentato di porre in evidenza verità concrete, ma limitate. Non molti, se pur generosi e brillanti, sono stati gli sforzi per creare uniformità, leggi, schemi concettuali dotati di universale validità. Il timore dell’astrazione dovrebbe essere bandito dall’Economia d’azienda, perché senza le astrazioni la scienza non può essere.

Con ciò, ben inteso, siamo lungi dall’affermare che ogni legge ed ogni strumento concettuale debbano essere accettati senza discriminazione. Al contrario, essi debbono essere rigorosamente vagliati. Il criterio di vaglio degli strumenti concettuali non dovrebbe però unicamente essere individuato nell’aderenza loro alla realtà, ma potrebbe trovare riscontro anche nella loro attitudine ad interpretarla.

In secondo luogo, la nostra disciplina è priva del carattere dell’universalità. Questo può essere inteso in due modi. Come attitudine ad essere riferita ad ogni tipo di economia (e di ciò già abbiamo detto), e come diffusione delle teorie.

Come gli economisti, pur nella divergenza delle opinioni, in tutti i Paesi lavorano agli stessi schemi, e contribuiscono unitariamente, con la ricerca e con la critica, al progresso della loro disciplina, anche i cultori dell’Economia d’azienda dovrebbero compiere sforzi per rendere meno profondo il solco che li divide. Ciò non potrà accadere fin quando i loro schemi non assurgeranno all’universale».

Il secondo obbiettivo che l’autore si propone è la graduale rivalutazione del concetto di «costo del prodotto», che nella dottrina zappiana è considerato come indeterminabile e, quindi, non utilizzabile. Posizione teorica, quest’ultima, che provocava una frattura insanabile rispetto alla pratica, la quale del costo fa continuamente uso; come del resto con gli studiosi di economia. Lo sforzo di Guatri, al fine della graduale rivalutazione del concetto di «costo del prodotto», è evidente pur nel tentativo di salvare alcune posizioni concettuali del Maestro.

«Il costo primo – egli scrive (pag. 27) – è l’unica accezione di costo non troppo arbitraria, dotata di fondamenti logici sufficienti, quindi accettabile tra gli strumenti atti a percepire la realtà e ad indirizzare l’azione. Ogni altra configurazione di costo non può che riferirsi al costo primo, come all’unica entità significativa cui l’analisi del costo consenta di pervenire. I malcerti ed arbitrari costi stimati è bene non siano assunti nelle configurazioni di costo. È questo l’unico mezzo per evitare che supposte ed illusorie conoscenze tolgano significato alla determinazione dei costi di produzione, privando di efficacia lo strumento.»

Quanto al volume su La diversificazione dei prezzi, esso costituisce una prima sintomatica apertura ai problemi del mercato, che sembra preludere il successivo lungo periodo di consuetudine col marketing, coincidente con il decennio successivo di studi e ricerca.

Le politiche dei prezzi, nell’aspetto particolare della diversificazione, cioè della pluralità dei prezzi applicata allo stesso prodotto, sono interpretate alla luce, contemporaneamente, di fenomeni interni d’impresa (ove domina il fenomeno di «costi costanti») e di aspetti propri della domanda (cioè dei diversi prezzi che le varie classi di consumatori sono disposti a pagare). L’analisi si svolge con una logica stringente, con ampi riferimenti anche alla letteratura economica, con una esemplare chiarezza di concetti e di dettato.

Dobbiamo notare che già a questo punto appaiono i primi riconoscimenti all’opera scientifica di Luigi Guatri. Egli viene dichiarato primo vincitore della Borsa Stringher della Banca d’Italia. Ma non potrà recarsi negli USA perché, nello stesso 1950, viene presentato da Gino Zappa al primo concorso a Cattedra che si svolge nel dopo-guerra (la materia è Ragioneria) ed ottiene a 23 anni un giudizio positivo di maturità alla Cattedra. Ciò lo dispenserà – secondo le consuetudini del tempo – dal presentarsi alla libera docenza, in quanto la maturità è considerata valutazione superiore (tra coloro che votarono quella maturità si ricordano i nomi di P. Onida, A. Ceccherelli ed A. Amaduzzi). In un volume di Tullio Biagiotti, Storia della Università Bocconi 1902-1952, che tratta senza troppi complimenti – anche se ingiustamente – la Scuola di Zappa, l’autore rende al Nostro un omaggio inatteso:

«Parola diversa meriterebbero tuttavia i lavori del Guatri, il giovane studioso che compiva il primo quarto di secolo con cinque libri nella sua faretra, i quali (alludiamo specialmente ai Rendimenti) potrebbero cospirare in pieno ossequio a mettere a nudo una contraddizione latente nella dottrina economico-aziendale: quella che sopra s’è ricordata a proposito dell’opera del Maestro» (pag. 105).

Nel 1952 Luigi Guatri inizia la sua intensa attività professionale, che in quei primi anni (e per oltre un decennio) Egli svolge presso il più importante studio milanese di commercialista, quello del dr. Luigi Antonelli (al quale ripetutamente Guatri riconoscerà, in seguito, di essergli stato maestro nella professione). Lungi dal nuocere alla maturazione del pensiero del Nostro, questa scelta di vita gli riuscirà di grande utilità. In via immediata, per due ragioni: in primo luogo, perché gli consente di arricchire le sue conoscenze di innumerevoli esperienze dirette di «casi» aziendali; ed in secondo luogo, in quanto lo induce a rallentare un poco il ritmo della produzione scientifica, che (sia detto con tutto il rispetto e l’ammirazione) era apparso fino ad allora frenetico e senza precedenti.

6-7. Ne1 1954, dopo un biennio di riflessione e maturazione appare il volume I costi di azienda (Giuffrè, di pagg. 505), che reca il sottotitolo Metodologie per il calcolo e l’analisi dei costi di produzione nell’industria, nell’agricoltura, nel commercio e nella banca (fig. 3).

La parte introduttiva del testo, dedicata ai temi: Le quantità d’impresa e la loro misurazione; L’indeterminazione e gli errori nella rilevazione dei fenomeni d’azienda, con alcune aggiunte, era già apparsa nel 1953, in forma di dispensa per gli studenti del II corso di Ragioneria della «Bocconi», sotto il titolo Brevi note metodologiche su alcune misurazioni di azienda (La Goliardica, Milano, di pagg. 264).

La nuova pubblicazione segna la definitiva maturazione del pensiero di Guatri sul tema del costo di produzione; e, soprattutto, il suo definitivo distacco dalla ben nota impostazione zappiana di negazione totale di tale concetto. Impostazione in quel momento non solo prevalente, ma esclusiva, nella Scuola. Distacco, sia ben chiaro, che Guatri vive come una evoluzione della dottrina; e che mai viene evidenziato come opposizione al Maestro, al quale lo legano un’ammirazione ed un affetto che non verranno mai meno.

I capitoli già pubblicati nel 1953 sono, in realtà, una nitida e per quell’epoca avanzatissima impostazione del problema del passaggio dell’Economia aziendale da disciplina meramente descrittiva a scienza a base quantitativa. E ciò nell’ambito della generale tendenza delle Scienze Sociali ad avviarsi verso una almeno parziale quantificazione.

Tale processo di evoluzione Guatri lo coglie nella possibilità di trattamento delle cosiddette quantità «pseudo-matematiche», cioè di quelle quantità per le quali è intuitivamente possibile accertare la direzione, ma non l’intensità, di variazione (concetti di efficienza, convenienza, liquidità, rischio, diversificazione, ecc.).

«Le possibilità di “quantificazione” di una disciplina sono (da I costi di azienda, pagg. 10-11) spesso strettamente legate all’adozione della logica matematica. La misurabilità di alcune quantità non è l’antecedente della teoria matematica, ma spesso ne è la conseguenza. Così, l’esatta misurazione del calore fu il risultato e non l’antecedente dell’applicazione dell’analisi matematica. In questo senso appare indubitabile che, anche nell’Economia d’azienda, l’adozione della logica matematica, ove sia possibile, non potrà che recare influssi favorevoli allo sviluppo del processo di “quantificazione”.

Gli argomenti esposti in questo paragrafo lasciano intuire l’importanza e i limiti della “quantificazione” nella nostra disciplina. Il processo è perciò rilevante e degno di molte attenzioni. Ma sarebbe errato, crediamo, pensare ad una sua immediata estensione, che consenta di eliminare i procedimenti descrittivi. Questi hanno una loro funzione ben definita, ed in molti campi, forse anzi nella maggior parte delle zone cui si estende la nostra disciplina, dobbiamo attenderci che molto e diligente lavoro descrittivo sia ancora necessario perché la “quantificazione” possa poggiare su basi non effimere. Il problema è forse così inquadrato nella sua vera luce: nella sola possibile direttrice di marcia e nei limiti entro i quali di “quantificazione”, per ora, si può parlare».

Di grande rilievo sono anche i concetti di errore e di indeterminazione, dei quali il Guatri si avvale per giudicare a posteriori (e non a priori ed in senso negativo come allora si procedeva) della possibilità di calcolare i costi di produzione in termini utili anche per le concrete applicazioni. Gli errori, intesi come imperfette od incomplete raffigurazioni della realtà, possono essere rilevati solo nei confronti di fenomeni misurabili oggettivamente.

L’indeterminazione, riferibile ai fenomeni determinabili solo soggettivamente (cioè almeno in parte definiti dalle scelte e dalle opinioni dei soggetti), è invece intesa come la possibilità, lasciata al soggetto, di definire quantitativamente un fenomeno entro un certo intervallo.

La teoria dei costi e dell’indeterminazione è dunque utilizzata dal Guatri per giudicare infondata ed inaccettabile la aprioristica negazione del concetto di costo di prodotto.

L’affermata impossibilità di determinazione dei costi complessivi effettivi, mentre può senz’altro ammettersi con riferimento alle costruzioni oggettive, deve rettamente essere interpretata quando la costruzione abbia carattere soggettivo: in questo caso il giudizio di possibilità o di impossibilità si traduce, sostanzialmente, in un giudizio attorno all’attendibilità dei risultati, cioè nella misurazione degli errori e dell’indeterminazione che li caratterizzano. Se l’influsso degli errori e dell’indeterminazione sarà così notevole da privare i risultati di ogni significato, si potrà parlare di impossibilità di determinazione dei costi complessivi effettivi; se, viceversa, i risultati, pur inficiati da errori e da motivi d’indeterminazione, rimangono abbastanza attendibili (cioè le dimensioni degli errori e dell’indeterminazione si palesano “tollerabili”) non si potrà più parlare di impossibilità della misurazione...» (I costi di azienda, pagg. 108-109).

Con ciò la critica ad uno (e forse al più rilevante) dei paradossi delle teorie zappiane è compiuta.

Chi stende queste note ha voluto verificare fino a quale punto la rivoluzione di pensiero di Luigi Guatri si sia svolta all’insaputa o addirittura in opposizione a Gino Zappa. Ed ha ottenuto una risposta quasi sorprendente: «I costi di azienda» mi ha dichiarato Luigi Guatri – «furono letti pagina per pagina da Gino Zappa e con Lui discussi: Zappa, pur non condividendone le conclusioni, non solo li accettò, ma li volle pubblicati nella Sua collana bocconiana.»

Credo che questo chiaramente serva a sfatare la leggenda della rigida chiusura della Scuola zappiana; e dimostra quanto la critica, purché sostenuta da validi argomenti, vi fosse pienamente accettata.

Luigi Guatri nel 1953 lascia per breve periodo l’insegnamento di Ragioneria alla Bocconi, ove fino al 1951 aveva operato a fianco di G. Zappa, quale «assistente effettivo»; e negli anni successivi, a fianco di Carlo Masini e Napoleone Rossi (in piena cordialità d’intenti, anche se su posizioni concettuali in via di netta differenziazione).

Gli ampi riconoscimenti meritati gli consentono di ottenere il suo primo incarico ufficiale, nel 1953-54, presso la Facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Genova per l’insegnamento della «Tecnica Industriale e Commerciale».

A Genova Egli rimane per due anni: in quella sede matura I costi di azienda, ed ivi può confrontare le sue opinioni, in via di formazione, con quelle di Aldo Amaduzzi, altro grande teorico dell’Economia d’azienda.

8. A partire dal 1955, e per 4 anni, il Nostro abbandona lo studio dei grandi temi teorici dell’Economia aziendale per dedicarsi all’analisi di problemi specifici.

Anche questi lavori recano, tuttavia, l’impronta essenziale che ha caratterizzato le sue prime opere: cioè lo sforzo assiduo di far procedere la disciplina professata sulla via della «quantificazione».

Particolarmente significativo è il breve ma concettualmente denso lavoro L’avviamento d’impresa, apparso nel 1957 (Giuffrè, di pagg. 68), che affronta un tema al quale Guatri, in quegli anni, era stato particolarmente sensibilizzato da alcuni incarichi professionali. Nell’espletamento di tali incarichi Egli si era ben reso conto che i generici principi enunciati dalla dottrina (del tipo: è il reddito che determina il valore dell’azienda) non hanno concreto significato sul piano applicativo. O, per meglio dire, che occorre che essi vengano tradotti in termini operativi, cioè in formule che consentano di comporre i calcoli: è, appunto, il ben noto tema della «quantificazione».

In quella breve opera, che tuttavia per decenni è stata largamente citata dagli autori che hanno affrontato il tema, Guatri espone due concetti essenziali, allora ignoti alla dottrina, affrontando il metodo cosiddetto reddituale di valutazione delle aziende.

  1. In primo luogo, dimostra la validità pratica della formula della «rendita perpetua» (W = R/i) motivandola rigorosamente sul piano quantitativo e della logica aziendale. Questa tesi, che all’epoca appare perfino azzardata, viene accolta praticamente senza più discussioni dalla dottrina, quando P. Onida nel suo classico Economia d’azienda (Utet, 1960) la accetta e la sostiene.
  2. In secondo luogo, individua nel tasso di capitalizzazione due componenti: una costante corrispondente al tasso di remunerazione degli investimenti «senza rischio» (r) ed un indice quantitativo dell’intensità del rischio della specifica impresa (s).

Quest’ultima componente viene valutata quantitativamente mediante: l’identificazione delle principali circostanze dalle quali il rischio aziendale può considerarsi definito; la ricerca di una via per esprimerle quantitativamente; ed infine la sintesi, con le necessarie ponderazioni, di dette espressioni quantitative, appunto così da ottenere una grandezza-indice, espressiva dell’intensità del rischio. L’Autore esponeva in proposito alcuni esempi numerici; avvertendo peraltro che essi erano riportati senza la base di adeguate ricerche quantitative. Ciò nondimeno quelle tabelle, puramente esemplificative, furono per anni citate nei lavori professionali ed usate per comporre valutazioni concrete.

Nelle opere successive del Guatri sul tema della valutazione delle aziende (che sono degli anni ’80), mentre i due citati concetti generali rimangono fermi, anche se posti in un quadro complessivo assai diverso, il problema della «valutazione quantitativa di s» viene invece abbandonato, forse anche per reazione all’imprudente e superficiale utilizzo che una parte della pratica ne ha fatto.

9-10-11. Nel 1957 viene costituito il primo «Centro» di ricerche applicate della Bocconi; l’antesignano degli odierni 21 «Centri». Si tratta dell’Istituto di Economia delle fonti di energia, al quale Giordano Dell’Amore, che ne è il promotore, chiama Luigi Guatri prima come Segretario Generale e poi come Direttore.

L’IEFE pubblica una rivista propria, che all’epoca è l’unica pubblicazione italiana sull’argomento (Economia internazionale delle fonti di energia), diretta da Guatri (un numero è ricordato con la fig. 4).

È questa una citazione necessaria per capire l’ambientazione di alcuni lavori del Nostro in quel periodo. In particolare dei tre volumetti Caratteristiche economiche della domanda di energia elettrica (Giuffrè, 1959 di pagg. 58); Gli oneri inerenti agli investimenti nella formazione del costo dell’energia nucleare (Giuffrè, 1959, di pagg. 47); Ammortamenti ed oneri finanziari nelle aziende elettriche (Giuffrè, 1961, di pagg. 79), quest’ultimo negli Studi in memoria di Gino Zappa.

Questi tre contributi, come del resto diversi articoli usciti in quegli anni sulla Rivista dell’IEFE, rivelano abbastanza chiaramente come il tema dell’energia sia in realtà per Guatri solo il pretesto per esplorare altri problemi di gestione delle aziende (applicati alle aziende elettriche, petrolifere, del gas).

Tipico è in proposito l’ultimo dei tre volumi citati, che costituisce, indipendentemente dal riferimento alle aziende elettriche, una approfondita disamina delle teorie e delle tecniche dell’ammortamento. Problema che è visto lucidamente nei tre momenti dell’identificazione del valore da ammortizzare, della durata del procedimento e della scelta dei criteri di distribuzione nel tempo.

In particolare, si ricordano argomenti quali la scelta tra costi storici rivalutati e costi di ricostruzione; la definizione della vita tecnica e della vita economica delle immobilizzazioni; l’uniformità, la crescenza o la decrescenza nel tempo delle quote annuali. Argomenti tutti trattati con una chiarezza e lucidità che rendono ancora oggi valide quelle argomentazioni.

Né può essere dimenticata, infine, la tesi della necessaria associazione tra ammortamenti ed oneri finanziari sulle immobilizzazioni tecniche, nell’intento di distribuire razionalmente tale onere globale sulle produzioni che si succedono nel tempo.

12-13-14. Nel corso degli anni ’50 appaiono tre corsi di dispense, attinenti a lezioni che in varie sedi furono tenute dal Nostro. In primo luogo, L’analisi del bilancio (Giuffrè, 1954 di pagg. 60) e, quindi, il Corso di Economia ed organizzazione aziendale (La Gol. 1959, di pagg. 329); infine, I costi bancari (Roma, 1959, di pagg. 58).

Il secondo è la sintesi delle lezioni tenute presso il Politecnico di Milano a partire, all’incirca, dal 1955; il primo e il terzo si riferiscono a brevi corsi specialistici svolti per dirigenti bancari (Banca Popolare di Milano e Cassa di Risparmio).

Di questi tre documenti, il primo è, a mio avviso, particolarmente significativo, mentre il secondo ed il terzo riproducono in parte o sintetizzano precedenti lavori.

Deve essere osservato che sul tema del bilancio Guatri ha insegnato molto più di quanto non abbia scritto (specie nei corsi di Ragioneria alla Bocconi, nei primi anni ’50). E rimane un po’ un mistero perché all’argomento abbia dedicato solo la prima citata raccolta di lezioni; tanto più che l’ampia pratica professionale fin da allora gli consentiva la possibilità di molti riferimenti empirici.

Eppure, la sua Analisi del bilancio rileva concetti di alto interesse, come il tentativo di misurare la relatività del reddito d’esercizio, dopo averne individuato le zone d’indeterminazione in alcune tipiche componenti stimate; similare trattazione è nel saggio di applicazione della Ratio Analysis alle misure di redditività, liquidità, equilibrio finanziario e patrimoniale dell’azienda. Comune ai tre corsi di dispense è, in ogni caso, la limpida, esemplare chiarezza espositiva; e, ove necessario (come nel corso scritto per il Politecnico), una rara capacità di selezione e di sintesi dei problemi.

15-16. A partire dal 1959, Guatri è impegnato nella preparazione di due volumi che, quanto ad argomento, aprono un capitolo nuovo della sua attività scientifica: le ricerche di mercato.

È questa una scelta che deve essere spiegata. Sul piano sostanziale, il Nostro si affaccia in quel momento allo studio di un settore che, pur presente, è rimasto piuttosto in ombra negli studi precedenti; cioè allo studio delle politiche commerciali dell’impresa industriale (esteso, fino ad allora, limitatamente alle politiche di prezzi). È, in realtà, l’introduzione al Marketing. Solo che tale denominazione non era ancora usata nei nostri ambienti accademici (e del resto era solo confusamente presente anche nelle applicazioni pratiche del nostro Paese). La materia ufficiale, per la quale nel 1960 si bandirà anche un concorso a cattedra (dopo vari anni di vuoto per le materie che ruotano attorno alla Tecnica Industriale e Commerciale) è, appunto la Tecnica delle ricerche di mercato (e della distribuzione generale). Ciò spiega l’intitolazione dei due lavori apparsi nel 1960 Introduzione alla teoria delle Ricerche di Mercato (Giuffrè 1960, di pagg. 172) e Ricerche di Mercato nelle aziende elettriche e del gas (Giuffrè, 1960, di pagg. 376).

Il primo volume è, in realtà, una elaborazione, concettualmente molto densa, delle relazioni tra impresa e mercato, viste in tre momenti:

a.       l’analisi delle caratteristiche economiche dei mercati (domanda, offerta, prezzi);

b.       l’analisi delle azioni che l’azienda può svolgere sui mercati, nell’intento di rendere le proprie condizioni operative più favorevoli o comunque per sfruttare al meglio le condizioni che si presentano (politiche di vendita, politiche pubblicitarie, politiche di prodotto, politiche di prezzo, ecc.);

c.       l’analisi della ripercussione dei fenomeni di mercato sull’economia delle aziende (si citano alcuni esempi: indici di convenienza, stime di efficacia della pubblicità, valutazione dei rendimenti dei venditori, ripercussioni di determinate politiche di prezzi sui risultati economici, ecc.).

Questi temi esigono, peraltro, l’impiego di vari strumenti di ricerca, oltre che delle tecniche e dei metodi propri dell’Economia aziendale: strumenti tratti dalla Statistica, ad esempio (metodi di ricerca campionaria sui consumatori); dalla Economia politica (forme di mercato, elasticità della domanda, ecc.), nonché dalla Sociologia e dalla Psicologia.

Lo sforzo del Nostro è nel senso della fusione e quantomeno della utilizzazione congiunta di questi vari strumenti e concetti, per ottenerne un complesso di conoscenze atte a consentire comportamenti consapevoli e razionali all’impresa.

Ma tutto ciò, a ben vedere, costituisce la materia sulla quale si costruisce il Marketing, in una versione affatto ispirata alla tradizione delle discipline Economico-aziendali del nostro Paese. In realtà l’Introduzione alle Ricerche di mercato avrebbe potuto intitolarsi Introduzione al Marketing, cioè al tema sul quale Guatri concentrerà la propria attenzione negli anni ’70.

Col 1960 ha praticamente termine il periodo, sia consentita l’espressione, della «formazione» del Nostro, periodo che segna la sua riconosciuta affermazione come studioso. In quello stesso anno Egli vince il concorso a Cattedra ed è chiamato – a 33 anni – dalla Facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Parma quale professore straordinario. Ivi ricoprirà per un anno la cattedra di Tecnica delle ricerche di mercato e per 8 anni quella di Tecnica Industriale e Commerciale (su quest’ultima cattedra consegue l’ordinariato nel 1963).

Alla mole ingente del lavoro di ricerca e delle pubblicazioni, quindi, all’affermazione nella carriera accademica, Egli abbina già una chiara affermazione in campo professionale, che ne fa uno dei più richiesti consulenti aziendali milanesi.