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Il mondo di Guatri

2026/19

Vincenzo Perrone

Il tempo accorcia le distanze. La stanza del Rettore nella quale il Professor Guatri ricevette me e il collega Luigi Golzio era, nel 1985, in alto e lontano. Vi arrivammo al termine di un lungo viaggio, che partiva da un ufficio di Via Gobbi (stanza 205) dove stavamo in tanti, giovani borsisti affiliati alla cattedra di organizzazione del Professor Rugiadini. Avevo ventisei anni, ma questo non bastò a spegnere il sorriso del Rettore, mentre ci descriveva l’incarico che affidava proprio a noi due, come esperti del Centro di Ricerca sull’Organizzazione Aziendale della Bocconi. Il Professor Guatri voleva che esaminassimo tutte le strutture amministrative dell’Università e che suggerissimo le modalità organizzative per migliorarne l’efficacia e l’efficienza.

Lavorammo per qualche mese attraversando tutti gli uffici, dalla segreteria studenti alla contabilità e amministrazione, dalla biblioteca all’ufficio tecnico. Raccogliemmo documenti e dati. Intervistammo decine di persone. E preparammo diversi rapporti che servirono poi davvero a introdurre qualche cambiamento importante negli assetti organizzativi e nel modo di lavorare dell’Università. Imparai molto, soprattutto a conoscere bene l’istituzione dove avrei lavorato per tanti anni, e dove sono ancora.

Fui costretto a interrogarmi subito sull’utilità pratica delle teorie e dei modelli che avevo appreso e che avevo cominciato a insegnare in aula, nel tentativo di applicarli alla realtà per cambiarla in meglio. Guardando oggi a quell’incarico e al mio primo incontro con lui, riconosco dietro a quel sorriso e alla bonaria affabilità milanese – che mi avevano molto colpito – alcuni tratti caratteristici del Professore che il tempo e poche nuove frequentazioni hanno poi confermato: il pragmatismo, la voglia e la capacità di risolvere i problemi piuttosto che limitarsi a elencarli o descriverli, l’attitudine a entrare in relazione positivamente con persone diverse e con i più giovani in particolare, intuendone capacità, indole e potenziale.

Dopo quel primo incontro, non vi furono altri contatti diretti per molti anni. La seconda occasione fu il frutto di un mio duplice azzardo. Era il 2008 e insieme ai colleghi Claudio Chiacchierini e Francesco Perrini stavamo per dare alle stampe per i tipi di Egea un ponderoso testo in tema di valutazione degli intangibili. Il primo azzardo consisteva, ovviamente, nell’essermi avventurato in territori nuovi nel tentativo di gettare un ponte tra scienza dell’organizzazione, strategia e finanza, al fine di migliorare i processi di valutazione d’azienda. Il secondo azzardo consistette nell’idea pazza, che mi venne, di chiedere al maestro indiscusso della materia di sostenere e, in qualche modo, legittimare il nostro tentativo, scrivendo la prefazione del nostro libro.

Il Professor Guatri prima si lesse a una a una le centinaia di pagine (esercizio ostico anche per noi che ne eravamo gli autori), poi le annotò dove aveva delle osservazioni da fare e infine, dopo averci riuniti nel suo studio per darci una risposta, ci disse, abbracciandoci a uno a uno, che aveva trovato il testo estremamente interessante e che era molto contento di poterne scrivere la prefazione.

Il secondo, e assai più forte, abbraccio mi venne regalato nel terzo incontro che voglio ricordare qui. Siamo al 2012, il Professore è il Vicepresidente del nostro Ateneo e mi convoca improvvisamente nel suo ufficio. Stesso sorriso di venticinque anni prima, ma molto diversa la portata dell’incarico di cui mi parla: mi chiede infatti se ho qualcosa in contrario all’inserimento del mio nome nella rosa dei potenziali candidati al posto di Rettore dell’Ateneo dopo Guido Tabellini, del quale ero stato Prorettore alla Ricerca nei quattro anni del suo mandato. Penso che la misura della mia sorpresa sia stata inferiore solo a quella di molti miei colleghi quando ebbero notizia della scelta, fatta in totale autonomia e libertà, dal Professor Guatri. Devo per questo avere farfugliato qualcosa, incredulo. Ma anche questa volta il Professore non si è scomposto. Si è alzato dalla sua poltrona, ha girato intorno alla grande scrivania e mi ha abbracciato.

Questi tre ricordi sono un piccolo segno di stupefatta gratitudine da parte mia. Mai avrei pensato che una persona così diversa da me per esperienza, posizione sociale, risultati conseguiti, interessi e stile di vita (il Professore è stato un pioneristico e convinto sostenitore dell’importanza del work-life balance, come testimoniano i suoi lunghi, produttivi, e assai invidiati soggiorni annuali ai tropici...), una persona con la quale il tempo condiviso si conta in ore, potesse essere tra i pochi a darmi, in momenti diversi della mia vita, senza che me lo aspettassi e senza nulla in cambio, quello di cui in fondo abbiamo tutti bisogno: un segno forte di riconoscimento e di stima. Ricambiata, soprattutto ora che la maturità mi ha reso più saggio e capace di distinguere chi sa, sa fare e sa vivere, da chi invece ha idee molto confuse e comportamenti conseguenti. Meglio allora un mentore, per quanto lontano e intermittente, di un amico?

Non è detto, caro Professore: lasciamo che il futuro – non sappiamo dove e come – ci regali qualcosa di ancora più prezioso della stima e della riconoscenza che ci hanno uniti fin qui.