Vai al contenuto principale Vai in fondo alla pagina

Il mondo di Guatri

2026/19

Gli anni della decadenza (il ’68 e seguenti)

In effetti, questa impronta derivata dal Maestro, il costume alla severità dell’esame, non mi lasciò per tutta la vita. Quando, come conseguenza dei movimenti studenteschi del ’68, anche in Bocconi negli anni Settanta si manifestò (seppure non a livelli catastrofici come altrove) l’appannamento della severità degli esami, mi trovai presto «spiazzato» rispetto al modo in cui giudicavano i miei giovani collaboratori del tempo.

Quando assegnavo un 24/30 credevo di aver dato un buon giudizio (come accadeva negli anni Cinquanta e Sessanta), ma gli studenti ne uscivano scontenti, quando non disperati: mi resi ben presto conto che il «metro» non era lo stesso usato dai miei collaboratori e quindi i giudizi non erano omogenei. Un poco alla volta lasciai loro il compito di svolgere l’esame, riservandomi di sentire gli studenti migliori (per i quali il giudizio era ovviamente ai massimi livelli).

Il costume che gradualmente si diffuse ovunque di rendere gli esami facili, le votazioni sempre elevate, di non segnare sul libretto le bocciature, non fu mai da me condiviso; a tutto ciò, anche quando ricoprii cariche accademiche, mi opposi finché fu possibile.

Nel periodo della contestazione studentesca le redini della Bocconi erano nelle mani di Giordano Dell’Amore (rettore e autorevole membro del Consiglio d’Amministrazione, del quale all’epoca era presidente Furio Cicogna). Furono gli anni più difficili. Ricordo che un giorno Dell’Amore mi chiamò dicendomi di correre in Bocconi, in quanto alcuni studenti contestavano la regolarità della commissione giudicatrice dell’esame di Matematica generale presieduta da Giovanni Ricci, il grande matematico ordinario dell’Università Statale di Milano (e incaricato in Bocconi). Dovetti precipitarmi e assumere – come ordinario bocconiano – la presidenza della commissione; mi sedetti al fianco di Ricci, che era stato in anni precedenti il mio professore. Non dissi volutamente una parola, ma incredibilmente questo bastò per acquietare gli animi.

Ben più pesante fu la contestazione nella facoltà di Lingue straniere. Dell’Amore cercò invano di parlare agli studenti che «occupavano» simbolicamente le aule, di convincerli a desistere. Non ebbe che urla e sberleffi. Finché perse la pazienza e con l’accordo di Furio Cicogna soppresse – con l’approvazione del Consiglio d’Amministrazione – la facoltà.

Molti professori bocconiani se ne dispiacquero, ma – a ben vedere – fu la soluzione migliore.

Il Corriere della Sera (all’epoca diretto da Giovanni Spadolini, che sarà poi il successore di Cicogna) diede la notizia in modo soft. Precisando che la soppressione era dettata soprattutto dalla necessità di avere più spazi a disposizione per la facoltà di Economia e Commercio, basilare per la Bocconi.

Nel frattempo però chi deteneva posizioni apicali in Bocconi si trovò sottoposto al rischio di attentati. Io – che ero all’epoca anche consigliere delegato, carica che ho tenuto per 25 anni – fui considerato tra questi. Le porte dei nostri uffici furono messe sotto sorveglianza. Quando si presentava qualche persona «non conosciuta», veniva sottoposta a preventivo interrogatorio. Le porte dei nostri uffici furono inoltre dotate di «spioncini» dai quali potevamo vedere di chi si trattasse.