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Il mondo di Guatri

2026/19

Un intelligente ma “singolare” collega e amico: Aldo Spranzi

Il testo di Aldo Spranzi è stato originariamente pubblicato in Premiata ditta Spranzi Aldo dal 1932. Una storia vera con la partecipazione della scienza, della Madonna, del diavolo e della felicità, Unicopli, Milano 2018.

Ho conosciuto il prof. Aldo Spranzi all’Università di Parma, dove ho tenuto la mia prima cattedra di ruolo.

Con me a Parma erano inizialmente in cinque colleghi: Sorbi, Costanzo, Feroldi, Levi e Masini (6 in tutto). Quando se ne andò Masini (professore di “ragioneria”) gli subentrò il torinese (allievo di Pietro Onida) Giovanni Ferrero.

Aldo Spranzi aveva scelto la sua tesi di laurea inizialmente col prof. Masini.

Scrive Spranzi:

«Letto il manoscritto, il Prof. Masini mi disse, con molta franchezza, che ero costituzionalmente inadatto alla sua materia, e che dovevo trovarmi un altro lavoro; non avrei quindi dovuto presentarmi, com’era in programma, alla Libera docenza in Ragioneria generale e applicata. Devo riconoscere che al suo posto avrei probabilmente fatto lo stesso.

A Parma c’erano stati cambiamenti: al posto di Masini, trasferito in Bocconi, era venuto da Torino, a occupare la cattedra di Ragioneria, il Prof. Giovanni Ferrero, un ottimo studioso di contabilità senza pretese teoriche; alla cattedra di Tecnica industriale e commerciale era arrivato il Prof. Luigi Guatri.

[…]

Ho dato anche a loro il manoscritto del mio lavoro, dicendo che mi aveva procurato il licenziamento in tronco, l’invito a lasciare l’università. Ricordo quando, dopo una settimana, arrivati a Parma dove io già mi trovavo, mi hanno abbracciato e coperto di elogi. Trovavano il mio lavoro di alto livello, originale, innovativo negli studi aziendali, il tutto accompagnato dalla proposta si spostarmi dalla Ragioneria alla Tecnica industriale, dove avrei occupato un posto di assistente ordinario, e dall’invito a presentarmi alla Libera docenza di Tecnica industriale e commerciale.

Si può immaginare la mia gioia: evitavo la cacciata, e mi si dava l’opportunità di un percorso intellettuale, intrapreso con il saggio sulla variabilità dei costi, senza alcuna limitazione.

Nella Tecnica industriale, nella quale m’inserivo, non ero il meno asino in una classe di asini, dato che i miei compagni asini non erano; sarei stato fra i primi della classe in virtù di una diversità che mi distingueva dagli altri, che mi valorizzava. Importante il fatto di essere giunto dalla Ragioneria alla Tecnica industriale, una disciplina nella quale potevo realizzare un’economia industriale piantata nell’aziendalismo, che non era un corpo estraneo ma un modo pregiato di affrontare i problemi dell’impresa.

Il completamento della mia carriera universitaria è avvenuto rapidamente, con l’aiuto del Prof. Guatri: ho conseguito la Libera docenza, quindi ho vinto il concorso a cattedra di Tecnica industriale e commerciale. Il prof. Guatri si è trasferito in Bocconi e mi ha ospitato nel suo istituto.

Il passo successivo è stato il trasferimento ufficiale dalla Tecnica industriale all’Economia industriale, dall’aziendalismo all’economia politica. È successo perché a Scienze politiche, a Milano, c’era una cattedra di Economia industriale che ero stato invitato a ricoprire. Occorreva un parere del CUN, sulla base di un esame delle mie pubblicazioni scientifiche. Il parere è stato favorevole, così ho occupato la Cattedra di Economia industriale a Scienze politiche. Avevo anche un incarico d’insegnamento in Bocconi.

Con il passaggio formale all’economia industriale ho acquisito per così dire una doppia cittadinanza; partecipavo agli incontri e ai convegni degli economisti (Prodi, Monti, Yamey) e a quelli degli aziendalisti (Guatri, Vaccà, Golinelli). Continuavo ad abitare in una dimora confortevole, dentro l’aziendalismo, libero di coltivare i miei interessi di studio.

Per uno come me, diventare professore universitario era assai più che vincere dieci milioni di euro alla lotteria di capodanno. La comunità dei professori universitari fa parte della classe dirigente di un Paese, è dotata di grande prestigio, e spesso le competenze scientifiche si traducono in competenze professionali. Visto come le cose erano andate, è stato proprio come vincere a una lotteria: l’equivoco del mio genio ragionieristico, che mi ero portato di nascosto da Venezia; ilquesta volta sìgeniale lavoro sulla variabilità dei costi, che aveva prodotto la provvidenziale espulsione dalla ragioneria e, pronubo un secondo dispetto accademico, l’accoglienza a braccia aperte nell’altro aziendalismo, quello della Tecnica industriale e commerciale. Infine, il fatto che la mia impostazione di economia industriale, che domina il saggio sui costi, mi abbia conferito una diversità apprezzata nella nuova famiglia di aziendalisti: salvato e accolto in un ambito nel quale avrei potuto realizzare liberamente le mie aspirazioni. Per di più avevo anche costruito una competenza tecnica nel campo del calcolo dei costi, ero diventato uno specialista stimato in questo campo, che mi consentiva non solo d’insegnare la contabilità industriale nei corsi universitari e nella business school della Bocconi, la SDA, ma di esercitare anche una ben retribuita attività di consulenza alle imprese.

Qualche considerazione, per finire, su quella Introduzione allo studio della variabilità dei costi di produzione che ha avuto una parte tanto importante, decisiva, nella mia vicenda e che ancora oggi, a tanti anni di distanza, mi lascia stupito.

L’interesse che suscita è connesso a due aspetti: in primo luogo è inspiegabile come abbia potuto prodursi in tempi brevissimi una tale esplosione di rigore analitico, di stile di esposizione, di valutazione critica di una letteratura complessa e ricca. Da qui il secondo aspetto: è un risultato prodotto da doti individuali eccezionali, oppure si tratta di uno scatto si potrebbe dire impersonale originato dalla consapevolezza della posta in gioco che, come spesso accade, la forza dell’istinto di sopravvivenza ha estratto dal profondo quel che non solo io ma tutti, o tanti possiedono, e che negli altri rimane dormiente perché non ci sono le condizioni per attivarlo? Credo sia valida questa seconda spiegazione.»

Il santo protettore

Nelle singolari vicende del mio miracoloso (mi sia consentito di usare questo termine) ingresso nell’università italiana, spunta anche un santo protettore! Non sono solo professore universitario, sono un professore universitario dotato di santo protettore!

Il santo protettore non va confuso con un potente boss, è un’altra cosa. È potente naturalmente, ma dona la sua protezione sulla base di una stima umana e scientifica disinteressata, senza contropartite, soprattutto servili. Perciò è così raro avere un santo protettore.

Il mio santo si chiama Luigi Guatri: non mi ha solo salvato e messo in cattedra, ma è diventato, e rimarrà per tutta la vita accademica, il mio protettore. Questo nostro rapporto si è formato a Parma ed è proseguito in Bocconi, quando mi sono trasferito a Milano; in Bocconi il Professor Guatri era il capo assoluto della comunità numerosa degli aziendalisti che mi aveva preso al suo interno e in cui operavo, pur essendo formalmente nell’organico della Facoltà di Scienze politiche, alla Statale.

Di solito Maestro e padrino coincidono, non però nel mio caso. Guatri non era e non è mai stato mio Maestro, né amico, ma solo mio estimatore. Ero un diverso, diverso anche da lui che non era e non ci teneva ad essere un economista industriale. Era un aziendalista intelligente che operava all’interno di un’attività professionale di alto livello, e che traduceva in pubblicazioni scientifiche la sua esperienza. Eravamo diversi ma in profonda sintonia.

Avere un protettore è particolarmente importante per quelli che cantano fuori del coro, che sono dei diversi e che aspirano – anche se inconsapevolmente – a essere degli innovatori.»

Il Centro di studi sul commercio dell’Università Bocconi

A un certo Punto, a qualche anno dal mio ritorno a Milano, mi sono trovato a essere – mio malgrado – creatore e direttore del più importante (come dimensione almeno) Centro di ricerca della Bocconi: il CESCOM, Centro di studi sul commercio. Come si vede, mi stava capitando di tutto!

In breve: il prof. Guatri mi aveva incaricato di progettare e attuare una specializzazione didattica in Economia delle aziende commerciali. L’ho fatto senza fatica; tuttavia, in mancanza di una corrispondente attività di ricerca sul settore distributivo non si poteva che rimestare l’aria fritta, anche perché a quel tempo nel nostro Paese un commercio moderno ancora non esisteva, e si trattava di costruirne le fondamenta. Ma per fare attività di ricerca occorreva trovare uno sponsor, cioè molti soldi, e non si sapeva dove cercare. Il caso (così si usa dire) ha voluto che si presentasse un’occasione che avrebbe consentito di realizzare uno straordinario progetto.

I fatti. Ricevo dalla RAI l’invito a partecipare a una tavola rotonda in un dibattito radiofonico sulla riforma del commercio, alla quale partecipano il Presidente della Confcommercio Orlando, il Presidente dell’Union camere e un giornalista economico. Forse il mio nome era emerso dagli atti di un maxi convegno sul settore ortofrutticolo organizzato dalla Cariplo, nel quale avevo presentato una relazione sulla situazione del commercio di prodotti ortofrutticoli, e nella quale avevo anche toccato il tema, allora in prima pagina, della riforma del comparto distributivo.

Oggetto di dibattito nella tavola rotonda era la legge 426 di riforma del commercio, proposta dalla Confcommercio, e dai commercianti imposta alla classe politica con l’obiettivo d’impedire la modernizzazione del settore e la concorrenza.

Per un economista industriale il compito di valutare la legge 426 era semplice: un sistema farraginoso che consentiva di ottenere brillantemente il pessimo risultato voluto. Il mio intervento è stato di una durezza sprezzante; sostenevo non solo il carattere distruttivo di questa legge, ma anche e soprattutto che era controproducente per lo stesso commercio tradizionale che l’aveva voluta, che aveva bisogno per affrontare con successo il futuro di una strategia completamente diversa.

Il giorno seguente arriva una telefonata del Segretario generale della Confcommercio avv. Cagetti che mi vuol vedere. Ci incontriamo; è latore di una proposta di collaborazione tra la Confederazione del commercio e l’Università Bocconi, da realizzare con la creazione di un centro di ricerca della Bocconi sui problemi del commercio. Il Prof. Guatri m’incarica di trattare la questione del finanziamento, oltre alle modalità della collaborazione.

Ero perplesso. Mi rendevo conto che la gestione – politica, tecnica e organizzativa – di un’iniziativa di così ampio respiro avrebbe assorbito tutte le mie (non abbondanti) energie impedendomi di realizzare una vocazione contemplativa, meditativa, che stava crescendo nell’ambito della mia strategia esistenziale. D’altra parte, nei confronti della Bocconi, non potevo tirarmi indietro.

Che fare? Non restava che affidarsi al vecchio e collaudato trucco del chiedere molto, troppo, per assicurarsi un rifiuto. Ho avanzato una proposta spropositata, un mare di soldi, e la Confcommercio ha accettato! Così mi sono trovato sulla pedana di ballo e ho dovuto ballare.

Ho ballato per un ventennio, ed è stato un ballo faticoso ma divertente e ricco di risultati, di emozioni, di vantaggi di diverso genere; una tappa certamente fondamentale nel mio percorso di vita.

Una tappa fondamentale, dicevo, il CESCOM, nella mia avventura (ormai posso chiamarla così) esistenziale. L’elenco degli effetti positivi è lungo: anzitutto mi ha costretto a misurarmi con un’esperienza di imprenditorialità nel campo della ricerca applicata, dominata da un rapporto di collaborazione dialettica con il committente, e di responsabilità nei confronti della Bocconi, di cui veniva speso il nome.

In secondo luogo dovevo allestire e gestire un gruppo nutrito di ricercatori, e avviarli alla carriera accademica. In terzo luogo ampliare la base economica dell’operazione trovando altri sponsor (grandi imprese industriali di marca, associazionismo, commercio estero, fiere), nella veste inedita di procacciatore d’affari. Occorreva poi dar vita a una rivista scientifica, di cui ho assunto la direzione: COMMERCIO, Rivista di economia e politica commerciale, quadrimestrale. Infine, era necessario dare respiro e risonanza internazionale all’iniziativa, con convegni e seminari nazionali e internazionali ai quali hanno partecipato studiosi europei e americani. Sono stati varati due Network internazionali, uno con l’università di New York, l’altro con l’università di Edimburgo. La supervisione era affidata a un Comitato scientifico cui facevano parte, fra gli altri, i professori Luigi Guatri, Romano Prodi e Basil Yamey della London School of Economics. Il tutto in condizioni di totale indipendenza e discrezionalità.

Il Cescom non è stato uno fra i tanti centri di ricerca presenti in ogni università, il più delle volte privi delle risorse economiche indispensabili per la realizzazione di progetti di ampio respiro; si è trattato di un’iniziativa, in grande stile, che ha creato una cultura distributiva destinata a svolgere un ruolo cruciale negli sviluppi del commercio moderno e soprattutto dei rapporti tra industria e distribuzione.

Ma qui si tratta della mia biografia, non degli sviluppi del commercio e dell’industria italiani: ciò che è straordinario è il posto che il Cescom, con la catena di eventi che ha messo moto, ha occupato nella contabilità della mia felicità. Chissà, pensavo, se ne arriveranno altri.

I vantaggi che ho tratto dal Cescom sono sostanziali: prestigio anzitutto, all’interno della Bocconi e in campo nazionale; formazione di un gruppo numeroso di allievi, a molti dei quali, con l’aiuto del Prof. Guatri, sono stato in grado di aprire le porte dell’università; ricchezza (sono diventato ricco!) dato che i finanziamenti erano da me procurati e gestiti, dando all’università una percentuale elevata.

[…]

Un risultato poco appariscente ma che doveva dominare la mia vita di studioso di economia industriale è stato la focalizzazione della ricerca scientifica sull’uomo-consumatore, sul consumatore punto di riferimento dell’attività economica che forma oggetto dell’economia industriale».