Vai al contenuto principale Vai in fondo alla pagina

Il mondo di Guatri

2026/19

Mi sono sempre sentito aziendalista

Nell’agosto 1945, subito dopo la guerra, mi iscrissi come studente all’Università Bocconi. In quei tempi abitavo con la mia famiglia a Treviglio, nella bassa bergamasca. Venivo a Milano nei «carri bestiame», in quanto la guerra aveva distrutto l’intero parco carrozze delle Ferrovie dello Stato.

Scendevo alla stazione di Lambrate e poi col tram n. 2 raggiungevo via Castelbarco e da qui per la Bocconi, attraversando a piedi mucchi di macerie (erano stati i bombardamenti del 1943!).

Perché mai avevo voluto andarci, a tutti i costi, alla Bocconi? Ero attratto dalla fama che già allora circondava quell’Università Bocconi; ed in particolare del prof. Gino Zappa.

Non vidi però Zappa prima del 1946, in quanto il Maestro insegnava al secondo anno, con assistente Carlo Masini. Il primo anno incontrai Napoleone Rossi, anch’egli assistente di Zappa, il cui corso seguii puntualmente (Rossi divenne poi mio amico nella vita, che per lui purtroppo fu breve; altrettanto fu per Masini).

Rossi non si sedeva in cattedra: faceva lezione passeggiando innanzi e indietro per l’aula. E noi lo seguivamo muovendo lo sguardo…

Ancora prima della laurea, Ferdinando Di Fenizio (l’economista che portò in Italia le teorie keynesiane) mi chiamò all’Ufficio Studi Economici della Montecatini, la grande società chimica (più tardi fusa in Montedison), dove rimasi per nove mesi. Finché Zappa non mi chiamò come assistente effettivo di Ragioneria nel dicembre 1949. Il bidello Cavazza (come, senza giri di parole, si chiamava allora) mi accompagnò in aula di primo anno. E ad alta voce disse agli studenti: «Ragazzi, guardate che questo è il professore!» (avevo 22 anni e un aspetto giovanile...). Dovevo però fare i conti con la «politica della lésina» che era tipica di Girolamo Palazzina, segretario generale dell’università. Quando, al fine di stabilire il mio trattamento economico, gli feci presente che in Montecatini era attorno a 60.000 lire al mese, rispose che al massimo poteva concedermene 19.000. Aggiungendo – con grande affetto ma con fermezza – che era il massimo possibile; ma che, d’altro lato, io non avrei avuto difficoltà a integrare i miei compensi con attività professionali (alla ricerca delle quali, agli inizi, egli stesso si adoperò).

Quando, nell’anno successivo – a seguito della tragica morte di un collega – dovetti raddoppiare il mio impegno, estendendolo anche al corso di secondo anno, mi disse che il mio stipendio, a causa delle ristrettezze di bilancio, non poteva aumentare.

Nell’anno ancora successivo, quando si poté sostituire il collega scomparso e io tornai a svolgere le lezioni di un solo anno (il secondo), mi disse che le difficoltà di bilancio lo costringevano a suddividere il compenso di 19.000 lire tra ambedue: aggiungendo amabilmente di essere felice che la mia attività professionale si svolgesse ormai con esiti molto positivi (sottintendendo che il compenso era diventato un fatto marginale).

Palazzina fu sempre un mio «tifoso» e lo dimostrò in molte occasioni. Perciò lo ricordo, oltre che con affetto, anche con riconoscenza. Cercava sempre di seguirmi negli esami e conosceva a memoria i miei voti. Lo vedevo con qualche imbarazzo quando mi sedevo davanti all’esaminatore (specialmente per esami minori), mostrargli, quasi per chiedergli di evitare errori di giudizio, le pagine del mio «libretto». Le poche volte in cui non mi veniva assegnata la lode, o comunque un voto all’altezza, esprimeva in modo palese il suo stupore (ma non era ben chiaro se diretto a me o al docente). Dal secondo anno in avanti mi propose (lui così attento ai costi!) per l’unica borsa di studio assegnata in quegli anni dalla Bocconi.

Non appena il senatore Giuseppe Roda, all’epoca (1950) curatore del fallimento della Caproni, società costruttrice di aerei, gli fece richiesta di un giovane docente per redigere le relazioni fallimentari, egli propose il mio nome e lo fece in modo tale che il senatore venne personalmente a pregarmi di passare mezza giornata, per alcuni mesi, negli uffici della Caproni in via Manara a Milano. Lì trascorsi i miei pomeriggi per tre, quattro mesi, analizzando le cause del dissesto e nel contempo ponendo le basi empiriche del comportamento dei costi «costanti» per i libri che stavo preparando.

Roda, che era un senatore del Partito Socialista Italiano, in cuor suo sperava che trovassi nei documenti che compulsavo un motivo per accusare i vertici della Caproni di qualche reato. Ma non vi era reato di sorta: le cause del dissesto erano semplicissime. La Caproni produceva aerei per la seconda guerra mondiale e con la fine della guerra perse tutte le commesse belliche. Che poteva fare?

Sempre nel 1950 Palazzina m’indusse a presentare domanda per la Borsa Stringher della Banca d’Italia (che poi vinsi) e quando fui sollecitato a presentare a Roma i tre libri che avevo pubblicato, nel timore (fondato) che le Poste non funzionassero e che i termini scadessero, scrisse direttamente al governatore Paolo Baffi per pregarlo che fossero prelevati dalla biblioteca della Banca d’Italia. Vinsi, in effetti, la Borsa Stringher (avrei potuto andare negli Stati Uniti gratuitamente per 2 anni), sennonché Zappa mi chiese di non farlo, perché avrei dovuto presto presentarmi a un concorso a cattedra.