Il mondo di Guatri
2026/19
Il mio Maestro: Gino Zappa
Nel 1946 svolgeva le lezioni venendo a Milano una volta al mese per cinque giorni di seguito (sempre con lezioni di due ore ciascuna). Ricordo che in quell’inverno 1946/47 la Bocconi non aveva ancora il riscaldamento e le lezioni si svolgevano al gelo (oltretutto erano cadute copiose nevicate). Al già anziano Maestro l’onnipresente Girolamo Palazzina, come eccezionale riguardo, aveva riservato una stufetta elettrica, che gli riscaldava i piedi.
Le lezioni si tenevano in un’auletta del secondo piano di via Sarfatti (proprio nel luogo – forse un segno del destino? – dove stanno oggi i miei uffici). Eravamo in 20-25 studenti a seguirle: furono sempre affascinanti, anche se un po’ singolari, come spesso accade con i grandi docenti.
Zappa partiva proponendo un argomento del programma (le cosiddette tesine: ad esempio, «la valutazione delle rimanenze nelle aziende industriali»), ma per due ore poi trattava a braccio, in modo che avvinceva tutti, di argomenti di attualità o di temi teorici di grande respiro (dall’inopportunità, ad esempio, di nazionalizzare le società elettriche al significato del valore del «capitale economico», ai molteplici modi di interpretare i poco trasparenti bilanci dell’epoca). Due ore filate di argomentazioni che per me passavano in un lampo. Fin da allora decisi che, al momento opportuno, gli avrei chiesto la tesi: cosa che feci l’anno successivo.
In realtà il suo dire era affascinante, coinvolgente, e ci faceva scordare anche il freddo. Ecco come mirabilmente lo ricorda Pietro Onida.
«Il suo dire era come una polla d’acqua viva che urge e si riversa, senza ordinati canali, ma fecondando attorno a sé. Parlava seguendo l’estro, in frequenti digressioni che avevano una loro logica avvincente; gettava semi a piene mani, poneva problemi e ci rendeva pensosi. Seguirlo non era sempre facile, eppur piaceva. Certo, non era il professore meglio adatto per quei tali studenti che amano di essere rapidamente preparati agli esami, imparando il minimo necessario per la promozione».
Gino Zappa era un docente molto severo, che credeva fermamente nella serietà degli studi. Quindi, i suoi esami erano durissimi: chi non sapeva non li poteva superare. Implacabile, annotava sul libretto un eloquente 10/30. Così fu dai suoi esordi bocconiani, negli anni Venti, quando il rettore Sraffa e il solito onnipresente Palazzina si resero conto che era sorto uno scoglio, prima del tutto inesistente, che a prima vista apparve perfino eccessivo. Poi tutti capirono, come scrive Marzio A. Romani, lo storico della Bocconi, della sua capacità di essere «crivello» dell’università, che ne teneva alto il livello qualitativo mediante una dura selezione, e nel contempo «glutine», in quanto elemento aggregante di giovani studiosi, forgiati alla dura disciplina della ricerca e dell’insegnamento.
Questa caratteristica non mutò fino al termine della sua presenza bocconiana.
E tale la trovai quando, dal 1950 (sia pure per poche sessioni) gli sedetti al fianco come esaminatore.
Secondo il costume, cui fino all’ultimo restò fedele, gli esami si svolgevano in questo modo. Innanzitutto, erano divisi in due parti: la prima svolta dagli assistenti, la seconda da lui stesso; per accedere alla seconda occorreva peraltro superare la prima (nel caso contrario l’esame era subito concluso con la bocciatura, che gli assistenti potevano tradurre, secondo il grado d’impreparazione riscontrato, in 10/30 o 15/30, mentre egli rimase fedele al suo quasi mitico 10/30).
Le domande non erano improvvisate ma dedotte, sia nella prima come nella seconda parte dell’esame, da schedine già predisposte (con difficoltà attentamente graduate mediante vari quesiti) ed estratte per sorteggio dall’esaminando.
Anche noi, suoi giovani collaboratori, fummo permeati dalla convinzione che la serietà degli esami fosse parte essenziale di una missione, vissuta come un dovere fondamentale. Forse io sentii più di altri questo dovere-missione quando mi trovai a esaminare studenti che erano stati miei compagni di corso (l’uso di presentare ragioneria di secondo anno come ultimo esame era una diffusa consuetudine dei tempi e i fuori corso erano allora numerosissimi).
Ricordo ancora, dopo oltre 70 anni, il dispiacere che sentivo quando ero costretto – per conservarmi sempre fedele alla missione – a respingere i miei compagni: perfino la mia amica Carla, buona e gentile ragazza, che per anni era stata seduta nei banchi accanto a me, ma che si era presentata con una preparazione non sufficiente. Con vero rammarico dovetti dirle che non la giudicavo preparata; ed ella se ne dispiacque apertamente.
Zappa se ne rese conto, mi chiamò e mi disse che avevo compiuto il mio dovere. Ma ricordo ancora il tutto con amarezza, come un duro prezzo pagato per tenere fede a un impegno, che per noi valeva come un giuramento.