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Il mondo di Guatri

2026/19

Enrico T. Cucchiani

Primavera 1977, Stanford, California. Ricevo una lettera del Professor Guatri che mi preannuncia una sua visita a San Francisco. Qualche giorno dopo, di primo pomeriggio, incontro il Professore nell’albergo dove alloggiava. Un affettuoso abbraccio, e usciamo: con coraggio e agilità s’infila nella mia vecchia, scassatissima coupé. Andiamo a Fisherman’s Wharf dove passeggiamo chiacchierando e, ogni tanto, ci fermiamo in un caffè. È l’epoca dei «Figli dei Fiori» e gli hippies con le loro chitarre, in quello scorcio pittoresco della città, sono numerosi, ma nemmeno l’ambiente e il paesaggio da cartolina lo distraggono.

Incalzante, s’informa sull’Università (Stanford), sull’organizzazione dei corsi, la qualità dei docenti, la didattica, la ricerca, i ritmi di lavoro, il rigore dello studio e degli esami. Temi che da sempre, come amici e colleghi ben sanno, sono un suo marchio di fabbrica.

Dopo le domande sull’Università arriva il mio turno: «Che corsi ha seguito, quali materie l’appassionano, che voti ha preso...».

Gli esami non finiscono mai, penso fra me e me, ma non mi stupisco più di tanto. Con lui ho discusso la tesi e, anche dopo la laurea, mi ha sempre riservato un’attenzione quasi paterna: il Professor Guatri rappresenta per me un autentico mentore, disponibile, attento, sensibile, prodigo di consigli importanti.

All’improvviso cambia tono e, con l’aria mite e al tempo stesso ferma che lo contraddistingue quando l’argomento si fa serio, mi dice: «Cucchiani, ero a un convegno a New York, dove devo tornare domani mattina. Sono venuto a San Francisco per chiederle se vuole venire in Bocconi, e se se la sente di intraprendere la carriera accademica. A me farebbe piacere lavorare insieme». La domanda, assolutamente inattesa, mi coglie del tutto impreparato. Mi pone di fronte a un grande dilemma. Sto per finire l’MBA, ho rifiutato un’offerta della società di consulenza McKinsey e ho appena accettato di lavorare in una grande banca, negli Stati Uniti: che fare? Retrospettivamente, il mio percorso professionale sembrerebbe indicare una scelta diversa, chiara e netta; in realtà, caro Luigi, la tua domanda è rimbalzata martellante in tutti i momenti di riflessione e introspezione che hanno scandito la mia crescita personale... segno che il tarlo della curiosità per l’altra faccia della Luna, quella che non si vede, è rimasto. Nella mia vita ho avuto la fortuna e il privilegio di avere grandi soddisfazioni professionali ma un rammarico ce l’ho, ed è quello di non essermi mai dedicato, almeno per un po’, alla ricerca e all’insegnamento.

Se quel giorno, a San Francisco, ti avessi dato una risposta diversa, questo rammarico non ci sarebbe. Il dispiacere di non aver visto l’altra faccia della luna è peraltro mitigato dall’aver condiviso con te tanti momenti illuminanti nei consigli della Bocconi e della Fondazione (così come in altre situazioni estranee all’Ateneo), e dall’aver assimilato la passione e l’energia da te profusa nel proiettare la nostra Università verso traguardi sempre più ambiziosi. La Bocconi, per te, è il progetto di una vita, una missione, un sogno contagioso, che hai condiviso con tanti. Questa fabbrica di talenti, e soprattutto di uomini, porta impresso il tuo marchio.

Anche da me, caro Luigi, un umile, grande grazie per quello che mi hai insegnato. Prima, e dopo San Francisco!