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Il mondo di Guatri

2026/19

Giovanni Pavese

Durante i miei studi in Bocconi non ebbi modo di incontrare Luigi Guatri. Il suo nome però circolava tra docenti e studenti per i successi che stava già mietendo, sia come studioso sia come professionista. Bisogna considerare che la Bocconi allora, pur se già riconosciuta come università di grande qualità, era molto diversa da quella di oggi, soprattutto nelle dimensioni.

Se non ricordo male le matricole erano circa 350; di queste, poco più della metà arrivava alla laurea; quindi la ridotta offerta di laureati bocconiani sul mercato del lavoro ci procurava molte proposte di impiego già mesi prima della discussione della tesi.

Proprio in quel periodo, in cui fu abolita la laurea in lingue, la Bocconi attraversò una fase finanziaria ed economica molto negativa. Luigi Guatri fu chiamato dall’allora Presidente Furio Cicogna per affiancare al suo ruolo di docente anche quello di manager ed effettuare una sorta di turnaround economico dell’Ateneo come Consigliere delegato, operazione che ebbe uno straordinario successo. La solidità patrimoniale attuale della Bocconi e il suo invidiabile conto economico derivano ancora oggi dalle decisioni assunte da Luigi Guatri in quel periodo, implementate naturalmente nel tempo con gli interventi che sono risultati via via opportuni.

Il nome di Guatri divenne tra noi laureati ancora più popolare, interessati come eravamo (e ancora siamo) all’immagine della nostra Università. Ma il mio primo vero contatto con il Professore avvenne alcuni anni più tardi, quando mi chiamò insieme ad alcuni amici bocconiani (Porcari, Leto, Noja, Astro, Sole, Solci, Palumbo e altri) per chiederci di intervenire per rivitalizzare l’Alub (l’Associazione laureati dell’Università Bocconi) che si stava a poco a poco spegnendo. Evidentemente, anche se non ancora con un progetto razionale e strutturato, Guatri era consapevole che una forte università, come nel mondo anglosassone, deve essere affiancata e sostenuta da una forte associazione laureati. Delle motivazioni non ci parlò, ma ci espresse alcune raccomandazioni, che sono state una costante in tutte le decisioni che ebbi modo di concordare con lui successivamente.

«Ragazzi, attenzione! Ditemi di che aiuto avrete bisogno, ma a una condizione: non dovranno esserci costi, se non limitatissimi, a carico dell’Università.»

Ecco, l’attenzione ai costi e al conto economico. Qualunque progetto, sempre, nei miei rapporti con Guatri, sarebbe stato condizionato da questa preventiva verifica da effettuare in modo puntuale e prudenziale, come se fosse sempre presente il ricordo dei suoi interventi di salvataggio degli inizi degli anni Settanta.

Tornare a frequentare la nostra Università ci entusiasmò, e vivemmo il rilancio dell’Associazione laureati nella prima fase con uno spirito essenzialmente goliardico. Reclutavamo nuovi aderenti, ampliavamo i programmi delle manifestazioni, contattavamo i nostri ex compagni trasmettendo il nostro entusiasmo, che aveva evidentemente un grosso effetto di trascinamento.

Decidemmo di cambiare lo Statuto, furono riviste le strutture organizzative, forse in modo superficiale e dilettantesco, se paragonate all’attuale situazione dell’Associazione; non bisogna dimenticare però che, su invito di Guatri, furono una ventina di amici burloni a salvare l’Associazione e a provocare una svolta positiva. Ci inventammo anche una convention annuale per nominare il «Bocconiano dell’anno», manifestazione che ottenne – e ha ancora oggi – uno straordinario successo.

Ogni tanto Guatri ci convocava per essere aggiornato; in realtà avevo sempre la sensazione che sapesse già in anticipo tutto quello che gli avremmo raccontato; altra costante del suo comportamento: raramente si presenta a un incontro disinformato e impreparato; con noi ascoltava sorridendo, e sempre sorridendo ci benediceva e ci invitava a proseguire; naturalmente a costo zero per la Bocconi.

Più tardi, quando fui nominato Direttore generale di Akros finanziaria, ritrovai con piacere il Professore tra i consiglieri, poiché la Bocconi era un’azionista, sia pure marginale. Fu in quel periodo che i nostri rapporti divennero frequenti e imparammo a conoscerci meglio; non mi mancarono mai i suoi consigli per i problemi che incontravo via via nella società. Quando decisi di lasciare Akros, ne informai Guatri. Dopo poco tempo fui invitato a un incontro da Alfredo Ambrosetti, che per conto di Guatri e Mario Monti stava cercando un Direttore generale per la Bocconi, carica questa che sarebbe stata appositamente istituita.

Quando fui assunto feci con Guatri (allora Consigliere delegato) una serie di incontri per concordare su quali linee e con quali priorità avrei dovuto cominciare a muovermi. Per esempio era in corso di attuazione il piano strategico 1995/2005 che prevedeva di aumentare gli iscritti a 15.000. Considerando che i corsi avevano durata quadriennale, al netto dei fuori corso si trattava di trovare sbocco sul mercato del lavoro ogni anno per circa 3.800 neolaureati in economia e commercio, il che avrebbe potuto mettere in crisi il vero punto di forza della Bocconi nei confronti delle famiglie: l’efficacia del placement.

Un altro punto importante era la verifica del progetto immobiliare in corso e dei costi connessi, diretti e indiretti. Man mano esaminammo gli altri aspetti su cui intervenire, e alla fine ricevetti da Guatri due raccomandazioni: la prima era assolutamente in linea con le passate esperienze che avevo avuto con lui per l’Associazione laureati: «Va tutto bene, ma attenzione al conto economico. Niente aumenti di costi e, se dobbiamo rinunciare a dei ricavi, vedi di sostituirli con altri ricavi netti equivalenti. Altrimenti dobbiamo riparlarne». La seconda raccomandazione riguardò un altro aspetto di Guatri: l’assoluto rispetto, quasi una devozione, nei confronti di Mario Monti. «Tutto quello su cui abbiamo concordato va bene, a condizione che sia preventivamente d’accordo il Presidente.»

Monti era allora Commissario a Bruxelles, e non era così semplice incontrarlo, né riuscire a interessarlo su problemi di gestione spicciola. Ma quella di Guatri era una condizione assoluta.

Ricordo che quando finalmente riuscii a parlargli per esporgli sommariamente i temi in proposta, Monti mi disse: «Cerca di innovare, ma nella tradizione». La cosa non mi sembrò facilissima.

Quando iniziai in Bocconi, il Rettore era Roberto Ruozi, che conoscevo da anni e per il quale avevo grande stima. In quel periodo stava elaborando con Piergaetano Marchetti il progetto di una laurea in Giurisprudenza, novità assoluta per la Bocconi, e una laurea in Arte, cultura e comunicazione, che fu poi copiata negli anni successivi da quasi tutte le altre facoltà di economia. Erano due progetti innovativi, non certo nella tradizione della Bocconi, quindi per definizione a rischio di bocciatura.

Con Roberto concordammo di discuterne con Guatri in modo approfondito, usando tutto il tempo necessario, al limite convincendolo per stanchezza. Fu così che il Rettore e io con le rispettive consorti decidemmo di passare le vacanze di Natale in un’isola del Pacifico, guarda caso Santo Domingo, dove anche Guatri trascorreva le sue.

La mattina Guatri, Ruozi e io ci riunivamo per parlare dei due nuovi corsi. Giurisprudenza fu approvata subito, l’altro corso sembrava avere problemi insormontabili. «... non è nel DNA della Bocconi, darà competenze umanistiche non coerenti con i nostri progetti formativi, ecc. ecc.» Alla fine però fu approvato: non so se prevalse la considerazione che avrebbe migliorato la nostra immagine stereotipata di super ragionieri, o l’aspettativa di un contributo importante di margine economico, perché l’iniziativa avrebbe avuto un grande successo mediatico, ma soprattutto pochi costi fissi con maggioranza di costi variabili. Propendo per questa seconda considerazione.

Nel pomeriggio, mentre Ruozi spariva per effettuare la sua consueta ora di jogging, Guatri, io e un altro amico ci cimentavamo su nove buche di golf, sport per il quale Guatri ha una grande predilezione, se non proprio una passione. è un buon giocatore, con un piccolo vizio: se non vince non si diverte.

Gioca quindi con grande attenzione, molto determinato, senza mai rischiare nulla, privilegiando la precisione, come se si stesse esercitando sull’impairment di un avviamento e di una partecipazione.

Tutto il mio contrario: allora avevo appena cominciato a giocare e sparacchiavo palline ovunque, con visibile disapprovazione di Guatri, ma con invece malcelato compiacimento perché trascinavo alla sconfitta la mia compagna e sua avversaria Anna. I miei progetti golfistici prevedevano traguardi ambiziosi, perché ritenevo che un allenamento intensivo mi avrebbe fatto migliorare in tempi brevi; tutto crollò quando una comune amica mi riferì che Guatri diceva di me: «è un buon manager, ma non diventerà mai un buon golfista». Fu una grande delusione che mi demoralizzò. Ancora oggi considero Guatri il maggior responsabile del mio vergognoso Handicap 36.

Disavventura golfistica a parte, devo riconoscere che Guatri durante tutta la mia esperienza lavorativa in Bocconi non mi fece mai mancare appoggio, fiducia e lealtà. Quando condivideva una proposta o una soluzione, non c’era bisogno di scrivere o firmare nulla. L’unica condizione era sempre la solita: «... se approva il Presidente». Gli incontri presso il suo studio in via Massena erano relativamente frequenti e avevano una caratteristica costante: duravano pochissimo. Al massimo in un’ora riuscivamo a evadere una lista di argomenti che con un altro interlocutore ne avrebbe richieste tre. Da una parte, misteriosamente riusciva a prevedere gli argomenti di cui intendevo parlargli, e sembrava informato sui rispettivi punti critici.

Arte della divinazione o efficiente rete di informatori che dalla Bocconi lo tenevano aggiornato? Non sono mai riuscito a capirlo, ma probabilmente erano vere entrambe le cose.

Quindi, quando iniziavo l’esposizione di un problema per poi formulare una proposta, raramente riuscivo a terminarla, perché era Guatri a finirla, il più delle volte anticipandomi nei ragionamenti logici. Questa velocità di pensiero, e la sua capacità di sintetizzare in modo rapidissimo tutte le variabili di cui bisognava tener conto, mi hanno sempre sorpreso e impressionato.

Confesso anche qualche piccolo peccato di invidia.

Ho già detto che gli incontri in Via Massena erano relativamente frequenti, anche perché Guatri non esitava mai a dare la sua disponibilità, nonostante il suo carico d’impegni. Solo perché le discussioni con me erano interessanti e stimolanti? Forse.

Con il tempo, però, ho formulato un’altra ipotesi; si sa che a pensar male si fa peccato, ma spesso s’indovina. Il fatto è che i nostri incontri seguivano un cerimoniale immutabile: saluti, informazione sulle rispettive famiglie, caffè, sigaretta e poi inizio della discussione. Ebbene, una persona educata come Guatri non avrebbe mai permesso che un suo ospite fumasse da solo una sigaretta in sua presenza; il cerimoniale prevedeva quindi che anche il Professore si accendesse una sigaretta, prontamente e a malavoglia fornita dalla segretaria, infrangendo così le rigide regole di razionamento del fumo che gli erano imposte. Ipotesi campata in aria? Forse, ma anche i grandi uomini hanno umane debolezze. Perché non approfittarne?

Da ultimo, vorrei completare questo breve ritratto del «personaggio» Guatri a cui devo molto, ricordando un particolare che mi ha sempre colpito ed è per me motivo di orgoglio: il Professore ha scritto molti libri, tutti di grande interesse, e ogni volta me ne inviava cortesemente una copia con la sua dedica. Solo tre parole: «Con stima e affetto».