Il mondo di Guatri
2026/19
Mario Monti
Nei confronti di Luigi Guatri ho sempre provato una particolare soggezione. Questa è nata negli anni Settanta quando, giovane assistente e poi docente alla Bocconi, mi capitava qualche volta di vedere da lontano quel personaggio che – veloce di passo, parco di parole, schivo nei modi – aveva in mano il destino dell’Università. Autorevolissimo Consigliere delegato, Guatri era l’uomo chiave tra il Presidente Giovanni Spadolini e il Rettore Innocenzo Gasparini, del quale ero allievo.
Dopo oltre quarant’anni, devo confessarlo, la mia soggezione non è diminuita. Si è intrecciata con le altre dimensioni di un rapporto che si è via via arricchito: reale colleganza, profonda fiducia reciproca, rispettosa ma vera amicizia. Ma la soggezione rimane. Mi sono chiesto tante volte il perché.
Credo che la ragione sia questa. Benché non vi siano mai state tra noi né affinità nelle discipline coltivate in Università, né comunanza di percorsi professionali fuori dall’Università, né uno stesso modo di rapportarci, ad esempio, alla vita delle aziende o ai dibattiti di stampa o alle politiche pubbliche, il Prof. Guatri evidentemente osservava la mia attività e silenziosamente si formava un’opinione su di me. Silenziosamente perché, anche a causa della scarsa frequentazione reciproca nei primi lustri di quello che sarebbe con il tempo diventato un fortissimo sodalizio, raramente esprimeva commenti e mai che io ricordi – ma me ne ricorderei! – critiche.
Fu in poche ma decisive occasioni – decisive per la vita della Bocconi, ma anche per la mia – che Guatri derogò al silenzio e manifestò il suo pensiero sulla mia persona o sulle responsabilità che sarei stato chiamato ad assumere nella nostra Università.
Nella sua prima relazione come Rettore (all’VIII Giornata Bocconiana, il 19 ottobre 1985), riferendo della mia nomina a Direttore dell’Istituto di Economia politica dopo l’improvvisa scomparsa nel gennaio di quell’anno del Prof. Gasparini – il cui straordinario contributo alla Bocconi aveva sottolineato all’inizio della relazione – Guatri ebbe per me parole («… è uno studioso che fa onore alla Bocconi e certamente destinato a prestigiosi traguardi») che colpirono molto me e probabilmente anche gli altri ascoltatori. Venendo da lui, uomo di poche parole e che in quel momento concentrava su di sé i poteri di Rettore e di Consigliere delegato, quell’apprezzamento era certamente inteso a rafforzare la mia posizione nel Corpo docente.
Nel 1989, avendo Guatri preannunciato il proprio intento di lasciare dopo cinque attivissimi anni la carica di Rettore con la fine di quell’anno accademico, dentro e fuori la Bocconi si svilupparono speculazioni piuttosto vivaci su chi gli sarebbe succeduto.
Già da qualche tempo il Presidente Spadolini e il Rettore Guatri mi avevano confidato la loro intenzione di promuovere la mia nomina a Rettore (lasciandomi certo lusingato, ma anche parecchio stordito perché i miei interessi e forse le mie attitudini mi spingevano verso la politica economica e le questioni europee, più che verso una responsabilità accademica, ma dopo una lunga riflessione mi dissi disponibile). Guatri veniva spesso interrogato dalla stampa ma riteneva non opportuno esprimersi, tra l’altro perché il Consiglio di amministrazione, al quale competeva la nomina, si sarebbe riunito solo negli ultimi giorni dell’anno accademico. Ma un giorno decise di mettere fine alle speculazioni. All’ennesimo giornalista, superando se stesso in concisione, rispose semplicemente: «Io voterò per Monti». Venendo da lui, fu la fine di ogni incertezza.
Il 4 agosto 1994, dopo aver assicurato alla Bocconi per quasi vent’anni una guida illuminata e molto autorevole, morì il Presidente Giovanni Spadolini, lasciando un grande vuoto non solo nel mondo delle istituzioni e della politica (era stato Senatore a vita, Presidente del Consiglio, Presidente del Senato e più volte Ministro) ma anche nella nostra Università. Il Prof. Guatri e io partecipammo commossi, il 6 agosto a Roma, in una giornata torrida, al funerale del nostro compianto Presidente nella Basilica di Santa Maria sopra Minerva.
Congedandoci dopo il funerale, Guatri mi invitò ad andarlo a trovare a Seefeld, in Austria, dove sarebbe tornato per riprendere la vacanza estiva. Lì mi recai qualche giorno dopo da Silvaplana, in Svizzera, dove anch’io mi trovavo per le vacanze.
Con noi erano le nostre mogli, Lina ed Elsa, che dopo poco si appartarono.
Il Prof. Guatri era allora non solo Consigliere delegato della Bocconi, ma anche Vice Presidente dell’Istituto Javotte Bocconi Manca di Villahermosa (Presidente era Emanuele Dubini, con il quale ci consultammo telefonicamente), cioè dell’Ente al quale compete il potere di nominare il Presidente del Consiglio di amministrazione della Bocconi, oltre a un certo numero di Consiglieri. Guatri desiderava consigliarsi con me sulla difficile scelta del successore di Giovanni Spadolini, nella mia qualità sia di Rettore in carica, sia di membro vitalizio del Consiglio del suddetto Istituto Javotte.
Prospettai a Guatri quella che pareva a me – ma, ne ero certo, anche a molti altri esponenti del mondo bocconiano – la soluzione naturale e più valida, e cioè che lo stesso Guatri, la figura che con maggiore continuità sul piano economico-finanziario e su quello accademico aveva da decenni contribuito in modo decisivo allo sviluppo della Bocconi, ne assumesse la presidenza.
Ma il Prof. Guatri era di un’opinione diversa, che sostenne e argomentò con pacata fermezza. Per quel ruolo, egli riteneva che fossi più adatto io.
Della piacevole cena che seguì, in compagnia delle nostre mogli, ricordo in particolare un’eccellente trota al burro fuso, pescata nel locale lago, e una riflessione svoltasi tra me e me.
Anche in questa occasione dopo quella del rettorato – mi dicevo – questo personaggio che sembra un po’ freddo e distante, entra con le sue certezze a modificare la mia vita, mi indica – e mi offre – traguardi altissimi che non sono i miei, o che non credevo potessero esserlo. In quell’agosto 1994 pensavo di concludere con il quinto anno di rettorato il mio servizio alla Bocconi.
Mi era stata preannunciata dal Governo la designazione a membro della Commissione europea a far tempo dal gennaio 1995. Ma adesso Guatri mi proponeva, niente meno, che di diventare Presidente della Bocconi: la più bella e grande responsabilità che un bocconiano possa immaginare, ma per la quale mi sentivo impreparato e forse poco motivato. E poi, rinunciare all’impegno a Bruxelles per l’Europa...
Ma l’appoggio del Prof. Guatri aiuta di solito a sopportare i pesi che egli, nell’interesse della Bocconi, assegna a questo o a quello. La sua disponibilità ad assumere, quale Vicepresidente dell’Università, i compiti amministrativi che io non avrei potuto svolgere in quanto Commissario mi consentì di diventare nel settembre 1994 Presidente della Bocconi e nel gennaio 1995 Commissario europeo.
Anche molti anni dopo, quando nel novembre 2011 venni chiamato dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e dal voto del Parlamento alla funzione di Presidente del Consiglio, in un momento così difficile ebbi almeno il sollievo che, pur dovendomi io sospendere dalla Presidenza della Bocconi per incompatibilità, la nostra Università avrebbe potuto avvalersi ancora una volta del Vicepresidente Guatri, che aveva accettato di farsi carico temporaneamente del compito di presiedere il Consiglio di amministrazione.
Ho deciso di cogliere l’occasione di questo breve scritto, destinato a un libro con cui la comunità bocconiana vuole festeggiare il nostro grande Prof. Guatri, per spiegare proprio al festeggiato perché ho ancora soggezione di lui.
Tu, caro Luigi, ogni tanto entri nella mia vita, ne prendi il comando, mi assegni obiettivi che tu – nella tua imprudente generosità – consideri alla mia portata. E io, da venticinque anni, cerco di fare quello che tu avevi stabilito che io dovessi fare!
Come si fa, caro Luigi, a non avere ancora soggezione di te?