Il mondo di Guatri
2026/14
Quel «buen retiro» di Casa de Campo
Cesare De Carlo
È giornalista e scrittore. È editorialista da Washington di Quotidiano Nazionale, che raggruppa i tre giornali del Gruppo Monti, cioè Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno. In precedenza è stato per 25 anni corrispondente dalla Casa Bianca. Prima ancora per 13 anni corrispondente da Bonn, quando Bonn era la capitale della Germania Federale.
Come l’ho visto? A dire la verità non l’ho visto. Almeno non subito. Il fumo era così spesso da confondere i contorni dei due personaggi chini sui tavoli di lavoro. Uno di fronte all’altro. Eppure sapevo chi fossero. Uno era una leggenda. Luigi Guatri: illustre studioso, grande economista, eccellente scrittore, per anni Rettore e Consigliere delegato della Bocconi.
Sui suoi manuali si sono formate generazioni di professionisti della finanza, della gestione imprenditoriale, di una corretta ed efficiente amministrazione pubblica (sì c’è stata anche questa nei magnifici anni Cinquanta e Sessanta). Manuali semplici e chiari, come solo da una persona intelligente possono essere redatti. Ben diversi dalle prose elaborate e supponenti, che necessitano una rilettura prima di essere digerite.
L’altro, anzi l’altra, era la sua segretaria, accanita fumatrice. Quel fumo era il suo. Pervadeva ogni angolo della Oficina, l’ufficio caraibico nel prestigioso resort dominicano di Casa de Campo. Avevo l’impressione di essere entrato in una di quelle gabbie trasparenti che negli aeroporti americani ospitano i fumatori. Camere a gas a ingresso libero, esposte al compatimento degli altri passeggeri che ci passano davanti scuotendo la testa.
Fuori, al di là delle grandi vetrate che facevano da pareti all’Oficina, il sole, le palme, la piscina. Il fedele Cesario serviva succhi di frutta alla Lina e ai suoi due ospiti, gli immancabili e cari Vera e Nicola Gagliani. Terminata la prima colazione, tutti sarebbero andati in spiaggia a bordo del «carrito» bianco che poi nel pomeriggio sarebbe servito per le puntuali nove buche di golf.
Quella mattina a Villa Guatri al numero 8 de Los Naranjos, area esclusiva di Casa de Campo, c’ero arrivato in bicicletta. Guatri l’avevo incontrato a casa di una signora di Bologna, anche lei a Casa de Campo. E già nella prima fugace conversazione avevo avuto la sensazione che fosse scattata la chemistry. La chimica. Così negli States, dove risiedo, viene chiamata la simpatia immediata fra due persone che si parlano per la prima volta. E volevo approfittarne, approfondire l’ancora fresca conoscenza. Quando entrai, Guatri alzò il capo dalle sue carte. La segretaria appoggiò la sigaretta. Vide il mio disagio nella nebbia alla nicotina che li circondava. E uscimmo sotto il porticato.
Quante volte da allora, una dozzina di anni fa, ci sedemmo in quel soffice divano con vista sulla piscina e sulla buca numero 8! La sera soprattutto, prima delle 19,30 ora inderogabile della cena. Ci scambiavamo notizie, impressioni o semplicemente scherzose annotazioni.
Gigi (godevo del privilegio di chiamarlo così) aveva il gusto anglosassone della battuta pacata, strumento per arricchire intuizioni e giudizi. Ne ebbi conferma nella curiosità – altra costante degli intelletti superiori – delle sue domande. Voleva sapere quanti presidenti americani avessi conosciuto e praticato nella mia veste di corrispondente dalla Casa Bianca. Quale fosse secondo me il migliore. Senza esitazioni gli indicai Ronald Reagan, l’uomo che con il Papa polacco aveva sconfitto l’«impero del male». E senza sparare un colpo.
Mi chiese anche quale fosse il peggiore. Il presidente in carica, gli dissi con altrettanta presunzione.
... Mi guardò incredulo.
Non era questa l’opinione prevalente all’interno della sua Bocconi.
Per la prima volta in oltre due secoli un afro-americano (come vengono chiamati i negri d’America), un giovane senatore dell’Illinois dal nome arabo e dal cognome africano, era stato eletto alla Casa Bianca. Già il colore della pelle, unito al fatto che fosse un democratico, cioè uno di sinistra, bastava a farne un beniamino degli ambienti politically correct.
Era il gennaio del 2009. Guatri volle saperne di più. E nelle nostre lunghe conversazioni mi interrogò sui motivi del mio pessimismo. Al di là della statura politica – gli dissi – sarà colui che porrà fine all’eccezionalismo americano. Del resto l’aveva detto lui stesso, Obama, nel suo primo discorso all’Onu. In futuro gli Stati Uniti sarebbero stati considerati una nazione come tutte le altre. Il che comportava una rinuncia o almeno un ridimensionamento della loro storica leadership. E dunque non era azzardato prevedere una politica estera abdicatoria, con un progressivo ritiro dalle responsabilità planetarie.
Gli Usa cessavano di essere la superpotenza che aveva vinto la guerra fredda e che lo storico Francis Fukuyama aveva definito protagonisti della «Fine della Storia». In effetti la storia non era affatto finita. Il nemico non veniva più da est. Veniva da sud.
Queste mie considerazioni così incorrect furono presumibilmente all’origine della richiesta di Egea (Casa editrice della Bocconi) di scrivere un libro sull’argomento. Era l’autunno 2010. Come avevo previsto Obama perse le elezioni di medio termine. Ma come non avevo previsto rivinse la presidenza due anni dopo. Non fui il solo a sbagliare. In quei pochi anni era cambiata la struttura dell’elettorato americano. Il voto bianco era sceso al 60 per cento. Il resto era voto etnico, ispanico soprattutto. Trend destinato a continuare.
Così cambia l’America. E così – attenzione – cambierà anche l’Europa. Le ondate migratorie stanno ponendo fine al primato dell’occidente. Con una differenza: in America gli ispanici sono tendenzialmente integrabili perché ne condividono i valori di base. In Europa no. I musulmani pretendono di imporci i loro. Per cui alla fine saremo noi a cedere? Lo temo. Ma questo è un altro discorso.