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Il mondo di Guatri

2026/14

Indice

Il mondo di Guatri - 2026/14

Il «lodo Mondadori»

Giorgio Pellicelli

Laureato in Bocconi nel 1961, è stato professore ordinario di Economia e gestione delle imprese alla Facoltà di Economia dell’Università di Torino, dove ha diretto la Scuola di Amministrazione dal 1973 al 2000. È professore emerito della stessa Università. Ha fatto parte di vari Consigli di amministrazione di importanti aziende italiane.

Il prologo. Un certo giorno del marzo 2011 ricevetti in Facoltà a Torino una telefonata. «Buongiorno. Sono la segretaria del Prof. Guatri. Le passo il Professore». Guatri: «Senti, Pellicelli, dal Tribunale di Milano mi chiedono di dare un parere su una questione molto complessa riguardante il cosiddetto Lodo Mondadori. Ho accettato sebbene avessi deciso di stare un po’ tranquillo in questi anni. Devo indicare altri due colleghi. Oltre a Martellini, ho pensato a te. Ci stai?». Risposta: «Certo». «Grazie, ti faccio sapere quando sarà l’udienza.»

Non avevo mai avuto occasione di collaborare con Guatri in vicende professionali. Per una delle poche perizie che avevo fatto negli anni precedenti, gli avevo chiesto una traccia e cortesemente mi aveva mandato il testo di alcuni dei suoi lavori sull’argomento che mi interessava. Ne seguii la tecnica di presentazione e lo schema logico che preparava il lettore alle conclusioni. Fu un altro insegnamento tra i tanti che ho ricevuto da lui, e un altro esempio di cortesia.

Dopo la cattedra a Torino, avevo mantenuto rapporti con la Bocconi dove mi ero laureato: docenza alla SDA e nei corsi di laurea. Per questo nelle riunioni conviviali che ogni anno la Bocconi organizzava tra docenti, avevo modo di incontrare Guatri che, ora ricordo, mi riservava sempre un posto al suo tavolo. Tra noi c’era stata solo l’amicizia che può legare due colleghi della stessa disciplina, a cui si aggiungeva da parte mia stima e deferenza nei suoi confronti. Non avevo mai avuto con lui i contatti che in genere si stringevano prima e durante le battaglie per sostenere i propri candidati nei concorsi. Entrambi non gradivamo questo tipo di potere. L’unica volta in cui fui coinvolto in una «missione» per sostenere con successo due giovani e brillanti colleghi, Brugger e Scognamiglio, fu Giorgio Pivato ad arruolarmi.

Per me Guatri era Il costo di produzione, una pubblicazione dei primi anni Cinquanta[24]. Non avevo sostenuto esami con lui. Per prepararmi alla lezione, che faceva parte delle prove per conseguire la libera docenza, avevo studiato a fondo questa sua pubblicazione. Fu per me una luce scintillante nella letteratura dell’epoca: Guatri era chiaro, aveva una prosa semplice ma efficace nel comunicare, e il testo era pieno di contenuti. Sapeva usare le ipotesi per superare i tanti tabù dell’epoca. Fa sorridere oggi ricordare che Guatri con Il costo di produzione andava contro uno degli assiomi accettati da molti della «vecchia guardia»: l’unità della gestione. Unità inscindibile al punto che alcuni colleghi arrivavano, forse sorpresi dalla rapidità con cui Guatri aveva fatto carriera in Università, a negare il significato dei costi di produzione «perché i costi congiunti sono fonte di indeterminazione».

L’investitura. Con Guatri e Martellini ci trovammo davanti all’aula del Tribunale milanese indicata nella convocazione. L’aula era piena di gente: consulenti, giornalisti, curiosi. Luigi De Ruggiero, Presidente della Corte d’Appello, era già dietro al tavolo ad aspettarci. Nei pochi metri che percorremmo per sederci di fronte a lui ricevemmo gli ossequi da alcuni consulenti di parte, che poi conclusa la perizia non vidi più alle presentazioni dei libri di Guatri o in altre occasioni in cui lui fu protagonista. È una regola non scritta. Dopo il giuramento, Guatri prese la parola. Disse che la perizia era molto complessa, ma che avremmo fatto tutto il possibile per consegnare la relazione entro il termine fissato dalla Corte: luglio. Fedele all’impegno, convocò i consulenti di parte – Roberto Poli e Paolo Colombo per Fininvest, e Gianni Maria Garegnani e Mauro Bini per Cir – per pochi giorni dopo.

L’inizio dei lavori. L’incontro fu fissato nello studio di Guatri in Via Massena, a Milano. Sebbene avessi preso un treno che mi dava un buon margine di anticipo, arrivai alla riunione in ritardo di pochi minuti, ma comunque in ritardo, a causa dei pochi taxi disponibili in Stazione Centrale. Quando entrai vidi circa quindici persone in attesa, intorno a un grande tavolo, consulenti di parte, avvocati. Il posto alla sinistra di Guatri era vuoto, era il mio. Martellini alla destra di Guatri mi fulminò con lo sguardo anche perché (come scoprirò dopo) non gradiva il fatto che ero l’unico a non avere giacca e cravatta. Guatri mi ricevette con grande sorriso e cordialità. Disse che venivo da Torino e mi evitò le solite scuse alle quali, di solito, pochi credono.

I lavori cominciarono immediatamente. Guatri mostrò la sicurezza di chi ha esperienza, e i modi gentili ma sicuri di sempre. Disegnò la sequenza degli incontri successivi, i contenuti, i tempi. Un maestro anche nelle procedure peritali. Tutti mostrarono grande deferenza verso Guatri e non solo per il fatto che avesse l’autorità del consulente del Tribunale. Subito Guatri disse che il problema era ricostruire come fu fatta la valutazione nel 1991. Occorreva ragionare e valutare con i metodi in uso allora, e non con quelli di oggi. Questa giusta decisione, che nessuno contraddisse, sarebbe poi diventata fra noi tre fonte di pareri contrastanti sul come applicarla.

Lodo Mondadori. Si tratta di uno scontro prolungato svoltosi nelle aule dei tribunali che ha visto come protagonisti Silvio Berlusconi da una parte e Carlo De Benedetti dall’altra, e che ha riguardato il controllo della Arnoldo Mondadori Editore. Lo scontro ebbe origine nel lontano 1988 quando Berlusconi (Fininvest), De Benedetti (Cir), Leonardo Mondadori e la famiglia Formenton erano soci nella società che controllava la Casa editrice milanese. Berlusconi acquistò le azioni di Leonardo Mondadori con l’intento apertamente dichiarato di avere un ruolo di primo piano nella gestione della società editoriale. Fu siglato invece un accordo Formenton-Cir che portava De Benedetti ad avere la maggioranza nella Amef, società controllante il grande gruppo editoriale. Accordo che però, dopo le pressioni della Fininvest, i Formenton vollero disdire. Fu proprio a seguito di questo episodio che venne deciso l’insediamento di un collegio giudicante formato da tre arbitri, chiamato a decidere come risolvere la questione, come sciogliere il lodo. Perso il giudizio arbitrale, la famiglia Formenton chiese alla Corte d’Appello di Roma, sezione civile, l’annullamento di ciò che cominciò a essere noto come Lodo Mondadori. La Corte nel 1991 assegnò la Mondadori a Fininvest. La Cir, sconfitta in tribunale, fu costretta ad accettare un compromesso. Con la mediazione di Giuseppe Ciarrapico, la Casa editrice fu spartita. Carlo De Benedetti conservò il settimanale L’Espresso, il quotidiano La Repubblica e la Finegil[25], mentre alla Mondadori di Berlusconi restarono i libri e i settimanali (fra cui Panorama). Cir dovette inoltre pagare un conguaglio di 365 miliardi di lire. Questa operazione divenne nota come «la spartizione».

Quasi trent’anni dopo, al termine di varie vicende, nell’ottobre del 2009 il Tribunale civile di Milano (giudice Raimondo Mesiano) condannò in primo grado la holding della famiglia Berlusconi – cui facevano capo Mediaset e Mondadori – a pagare quasi 750 milioni di euro alla Cir di Carlo De Benedetti a titolo di risarcimento per i danni causati da corruzione giudiziaria nel Lodo Mondadori. La decisione faceva seguito a una sentenza definitiva che aveva riconosciuto che Vittorio Metta – uno dei tre giudici della Corte d’Appello di Roma che nel 1991 avevano assegnato la Mondadori a Fininvest, ribaltando un lodo arbitrale dell’anno precedente – era stato corrotto. Il pagamento dei 750 milioni era stato sospeso fino alla conclusione dell’appello, a fronte di una fideiussione bancaria da 806 milioni di euro.

Nella prima udienza d’appello, i legali di Fininvest avevano chiesto alla Corte di effettuare una perizia per determinare la congruità con i prezzi di mercato del valore delle azioni adottato nella spartizione della Mondadori dell’aprile 1991. Il 4 marzo 2011 la Corte, presieduta dal giudice De Ruggiero, concedette una perizia (consulenza tecnica d’ufficio) ma su un quesito diverso rispetto a quello chiesto da Fininvest. Ai tre consulenti tecnici Guatri, Martellini, Pellicelli, la Corte chiese di verificare «se e quali variazioni dei valori delle società e delle aziende oggetto di scambio tra le parti siano intervenute fra giugno del 1990 e aprile del 1991».

La prima riunione a tre. Sempre in Via Massena, la prima riunione fu dedicata a interpretare il quesito formulato dalla Corte. Dopo aver letto e meditato centinaia di pagine dei consulenti di parte, si trattava di stabilire come, fra giugno 1990 e aprile 1991, furono valutate le varie parti della Mondadori. I problemi principali erano due: quale metodo di valutazione adottare, e come definire il perimetro delle nostre valutazioni (su cosa pronunciarsi o non pronunciarsi). Per alcune questioni furono presto raggiunte soluzioni condivise tra di noi, ma per altre questioni emerse un contrasto di idee, tutte sostenibili a seconda delle ipotesi di lavoro che si volessero adottare. Al termine di lunghe ma proficue discussioni, decidemmo di preparare una serie di quesiti da sottoporre al Collegio dei giudici del Tribunale. Seguirono altre riunioni con cadenza periodica.

In questa prima fase cominciò a delinearsi una gerarchia di valori e di competenze. Guatri era il maestro indiscusso (ma non per molto), Martellini la migliore interprete del pensiero di Guatri «prima maniera», ma esponente di nuove posizioni dottrinali. Quanto a me, per Martellini ero il meno dotato di esperienza e me lo fece, forse giustamente, pesare (in effetti per lavori professionali avevo meno esperienza di lei). Per Guatri ero invece un collega che, anche senza l’esperienza degli altri due in materia di perizie, era comunque in grado di affrontare un problema di valutazione – forse unico nel suo genere – con eguali capacità (forse non si era accorto che facevo una gran fatica a seguire i vari passaggi, ma più probabilmente l’aveva capito e finse di nulla). In effetti, penso di aver dato a Martellini l’impressione di essere stato per principio a sostegno delle posizioni di Guatri e contro alcune delle sue. Ma non era proprio così. Guatri affrontava i problemi e proponeva soluzioni in modo semplice e lineare. Le capivo subito. Quelle di Martellini erano più difficili da capire, almeno per me.

Arrivò il caldo. Alla fine di maggio Guatri chiese di incontrarci ad Arenzano nella sua bellissima «casa» come la chiamava lui (per me era una gran villa). Riusciva a giocare a golf ma, mi diceva, non più con l’intensità del passato. Nel frattempo non ero più Pellicelli, ma ero diventato Giorgio. Mi chiedeva spesso della mia attività sportiva (dopo la pensione mi sono dato al canottaggio, che pratico sul Po, a Torino). Con una punta di rimpianto (Guatri ha otto anni più di me) mi incoraggiava a insistere «fintanto che ce la fai». Come a dire: «ogni lasciata è persa».

Ad Arenzano conobbi la famiglia Guatri e l’armonia che regolava i rapporti tra i vari componenti. Giorgio l’avevo già conosciuto in studio a Milano e collaborava alla perizia. Conobbi Anna (la figlia più piccola) e Fiorella (la primogenita), qualche nipote e soprattutto la padrona di casa: Lina. Bella, gentile, elegante, si rivolgeva a me come se mi conoscesse da anni. Probabilmente Luigi la teneva informata della complessità della perizia e della difficoltà di procedere spediti, ma lei non diede mai alcun segno di sapere cosa noi veramente facessimo. Teneva sempre il discorso su altri temi: Arenzano, i nipoti, Luigi che è sempre preso dal golf... Quando arrivava l’ora del pranzo spuntavano le figlie presenti, non mancavano amici di famiglia. Conobbi meglio Uckmar, grande amico di Guatri. Veniva spesso a colazione con noi.

Martellini arrivava in Mercedes con autista, mentre io all’Alfa GT che possedevo (e posseggo ancora) preferivo il treno, e arrivavo ad Arenzano per tempo con un treno di pendolari da Genova. Forse per non rendermi inferiore a Martellini, Guatri mi faceva venire a prendere alla stazione dal suo autista.

Ben presto si consolidò tra me e Luigi un’amicizia basata anche sul modo di risolvere i contrasti di idee circa il come affrontare i tanti problemi pratici e concettuali posti dalla perizia. Mentre Martellini era strettamente professionale, teutonica nell’approccio, tesa alla conclusione, si capiva che Guatri stava in un certo senso rivivendo tanti anni di studio. Davanti agli ostacoli più seri, faceva la storia di come alle origini erano stati affrontati, e come man mano col progredire degli studi fossero stati avviati a soluzione. Imparai così molte nozioni e concetti che non avevo colto nei suoi libri sulle valutazioni (che mi ero affrettato a rileggere).

Dato che Martellini conosceva i lavori di Guatri più di me, si spazientiva quando chiedevo il perché di certe soluzioni piuttosto che altre, e quando discutevamo del come il pensiero in materia di valutazioni si fosse evoluto. Ma Guatri insisteva, e continuava a dire: «Allora (cioè ai tempi della valutazione che ci hanno assegnato, quella della “spartizione”) si faceva così, quindi dobbiamo valutare come si valutava allora e non come valuteremmo oggi, in un mondo diverso e dopo i progressi che la nostra disciplina ha fatto». Era molto attento e professionale. Chiese una consulenza a un matematico per una questione appassionante che ci divise fino alla stesura finale della perizia.

La prima riunione davanti al giudice De Ruggiero fu la cartina di tornasole. Durante la presentazione generale fatta da Guatri, in un passaggio circa il metodo, Martellini intervenne un po’ bruscamente per dire che non era totalmente d’accordo, dopo aver detto che lo considerava il suo maestro. Guatri per qualche secondo si mostrò scosso. Insistette poi sulla necessità di applicare i metodi in uso nell’epoca in cui le valutazioni erano state fatte. Il dibattito tra i due andò avanti per una decina di minuti, fino a quando De Ruggiero, con l’abilità di chi è abituato a stemperare i contrasti, rivolto a me disse: «Professore, siete in tre. Tocca a lei per la prossima volta dirci cosa è meglio fare. Sono certo che troverete la soluzione migliore».

Quando nel lungo corridoio del Tribunale camminavamo verso l’uscita, Martellini mi rimproverò di non aver detto cosa pensassi. A me la posizione di Guatri piaceva perché era logica. Condividevo le difficoltà sul come applicarla, ma non mi pareva sensato dibattere davanti a De Ruggiero. Martellini chiese poi un incontro personale con De Ruggiero e questo rattristò Guatri, che però almeno in mia presenza non chiese mai conto di ciò a Martellini. Era il frutto di esperienza e di signorilità, ma anche di buon senso. In fin dei conti, non è vietato a un componente del collegio dei periti chiedere e ottenere un colloquio privato al giudice.

Le conclusioni. Dopo aver ottenuto un breve rinvio, presentammo le conclusioni (alcune frutto di mediazioni di Guatri tra pareri opposti tra me e Martellini) nel mese di settembre. La variazione 1990-91 del valore di Mondadori, Amef, Espresso, Repubblica e Finegil risultò per 44,5 milioni di euro derivante non da una posizione negoziale sfavorevole ma dagli andamenti economici delle società e dall’evoluzione dei mercati di riferimento. Questa somma risultò più bassa di circa il 19% rispetto ai 236,5 milioni di euro calcolati dal giudice Mesiano come divario di valore tra le due spartizioni, da lui definite rispettivamente «corrotta» e «pulita».

Nella sentenza di primo grado riscontrammo anche un errore di calcolo, quantificabile in un importo che variava tra i 34,5 milioni e i 54,1 milioni. D’accordo con la Corte d’appello, la perizia non si era fermata al quesito, ma aveva esaminato altre valutazioni contenute nei calcoli alla base della sentenza di primo grado e contestate dai difensori Fininvest. Sul calcolo dei premi di maggioranza contenuti nelle valutazioni, pur ammettendo la fondatezza della richiesta, «nella variegata e complessa revisione delle ricerche in argomento nella prima metà degli anni Novanta», non giudicammo di disporre di elementi adeguati per una pronuncia quantitativa convincente. La cosiddetta «integrazione equitativa», valutata dal giudice Mesiano in 47,5 milioni, fu da noi fortemente ridimensionata in quanto la sua maggiore componente non poteva avere alcuna dimostrazione quantitativa.

Altre voci di risarcimento della sentenza di primo grado – quali il danno per le spese legali sostenute e la lesione dell’immagine patrimoniale della Cir – furono escluse dalle nostre valutazioni e affidate a una successiva valutazione da parte della Corte d’appello. Sia la notizia del conferimento dell’incarico, sia i risultati della perizia ebbero grande risalto nei media. Il commento unanime fu che le valutazioni dei tre periti erano difficilmente attaccabili, con Guatri, definito «il maggiore esperto di valutazioni del Paese», chiaramente considerato come il garante della serietà del lavoro.

«Come lo vedo.» Dopo la consegna della perizia, non sono mai mancato agli appuntamenti con le presentazioni dei libri di Guatri della serie Li ho visti così, né ai suoi inviti ad altri incontri, come quello per celebrare i suoi 85 anni. Sempre attorniati da amici e colleghi, i nostri incontri sono stati molto brevi, ma affettuosi. La scomparsa di Lina l’ha provato, ma non ha mai perso la lucidità, la capacità di cogliere le situazioni dei tempi di Arenzano. Con il «lodo» ho conosciuto meglio e apprezzato ancor più un maestro. Soprattutto ho trovato un nuovo amico. Spero mi inviterà alla festa dei 90 anni e a quelle successive di lustro in lustro.

1

Luigi Guatri, Il costo di produzione, Giuffrè, Milano, 1951. [ndr]

2

Società editoriale con sede a Roma, che controllava nove quotidiani locali: Gazzetta di Mantova, Gazzetta di Reggio, Il Centro, Il Mattino di Padova, Il Tirreno, La Nuova Ferrara, La Nuova Venezia, La Tribuna di Treviso, Nuova Gazzetta di Modena. [ndr]