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Il mondo di Guatri

2026/14

Indice

Il mondo di Guatri - 2026/14

Indovinate chi ha vinto?

Nicola Gagliani

È libero docente di Odontostomatologia presso l’Università degli Studi di Milano.

Conoscersi da quarant’anni non vuol dire essere amici; l’aver condiviso, in tarda età, mesi della propria vita sotto lo stesso tetto può essere un viatico migliore. Io e Gigi siamo stati così, assieme alle nostre mogli, tra Milano e Santo Domingo con un semplice denominatore comune: il golf.

Frequentavamo lo stesso Golf Club, La Pinetina, vicino a Como; all’inizio, qualche frase di circostanza e di simpatia. Non giocavamo neppure assieme: al tempo, le cifre tecniche che ci separavano sul campo erano troppo diverse; Gigi era particolarmente fiero del suo livello di gioco, tanto da confessarlo in un’intervista al Corriere della Sera firmata da Guido Vergani. Intervista che, già nel titolo, quasi un ossimoro, lo definiva, con finezza e arguzia, un «mattatore timido».

I primi simpatici contatti furono così catalizzati dall’indimenticabile Lina, fulcro della famiglia, sempre attenta e protettiva nei confronti di un marito proiettato in molteplici attività. Con poche, semplici e affettuose parole Lina ci chiese di andare, nel periodo natalizio, nella loro casa in Repubblica Dominicana. Da quel giorno, l’essenza della nostra lunga frequentazione fu Santo Domingo, Casa de Campo; il sole caraibico, la brezza leggera sotto l’ombrello naturale del sicomoro, la spiaggia e il mare trasparente.

Passavamo mesi – dimenticando gli inverni della nostra esistenza – con ritmi di vita distanti, uniti nella passione per il golf e nelle conversazioni serali. Proprio in quel contesto, libero dalle convulsioni milanesi, Gigi rivelava la sua anima migliore: la feroce dedizione al lavoro unita allo spirito, quasi fanciullesco, per il gioco.

La mattina dedicata allo studio, in quella che avevamo chiamato con il termine spagnolo l’«oficina». Un locale esterno, separato dalla casa, quasi fosse un confessionale, dove Gigi, quotidianamente e puntualmente, si ritirava a scrivere pagine di testi, a comporre ricordi, a rispondere ai fax – la posta elettronica era agli albori – e dispensava consigli a chi, meno fortunato, doveva occuparsi degli affanni milanesi.

Questa liturgia era interrotta da un bagno, frequentemente in piscina, talvolta al mare.

Solo una ridotta parentesi temporale di uno spazio che, per rigore ma anche per attitudine, era dedicato al lavoro. Lo scorrere della giornata portava, però, verso il lato meno impegnativo: il pranzo, un piccolo sonno e l’appuntamento, imperdibile, sul velluto verde del golf. Piccoli gesti, nulla di eclatante, nessuna mondanità: la sera le riflessioni sugli scritti del giorno, sulle notizie che rimbalzavano dall’Italia, e magari sul perché dell’esistenza...

Pur essendo l’Università Bocconi la sua «prima moglie», come spesso amava sottolineare Lina, in quello scampolo di esistenza raramente emergeva lo stato di Professore e, successivamente, di Rettore. Gigi, nel cui animo gentilezza e riservatezza avevano pari dignità, era più propenso a partecipare, con il fare garbato che gli era naturale, alle discussioni di varia amenità che, di volta in volta, scaturivano nel salotto. Talvolta poteva sembrare distratto, magari da qualche idea per il lavoro della mattina successiva che lo assorbiva; ma il contesto sereno e gioviale che accompagnava quei momenti era per lui fonte di riposo e di riflessione. Gigi amava farmi leggere i suoi testi, ovviamente non le parti tecniche delle quali avrei capito poco o nulla; un attestato di stima che mi rendeva orgoglioso e mi gratificava in modo tangibile dell’amicizia. Spesso mi chiedeva una frase, un aforisma che lo aveva colpito o che lo aveva divertito; manifestava con questa curiosità la necessità di avere anche altro da quello che – per indole, passione, ambizione – lo aveva guidato a scalare la montagna dell’economia italiana... e non solo. Uno scaffale nascosto, ben celato, di una coscienza ricca di umanità, difficile da rivelare nel mondo di tutti i giorni; più facile da liberare in quel contesto che ha contrassegnato in modo indelebile la nostra amicizia.

Gigi è più giovane di me, di ben due giorni; io il 17 e lui il 19 di settembre dello stesso anno. Sebbene non creda agli influssi dei segni zodiacali, forse anche questa singolare coincidenza può aver determinato la nostra empatia; certamente lo sono stati gli antipodi caratteriali: io più sanguigno, lui più pacato; io più estroverso, lui più riservato; io meno regolare negli orari, lui preciso e metodico. Quasi benedettino, nel suo essere puntuale con gli impegni che si auto-imponeva nell’eremo caraibico.

Rievocare il percorso di un’amicizia che ci accompagnerà per sempre, mi fa venire in mente innumerevoli episodi che – appartenendo alla sfera personale – potrebbe essere tedioso raccontare; uno di essi però si addice particolarmente a questo scritto. Il ritorno dalla partita di golf, come molti appassionati sanno, è ricco di commenti, recriminazioni su un put sbordato, un fuoricampo di troppo, un bunker troppo insabbiato; in quei momenti di svago, si scambiano anche bonarie prese in giro. Gigi, competitivo per carattere, non lesinava le battute; ogni volta che con il drive superava la mia distanza, mi raccomandava di non prendermela. Affermava, con un sorriso sempre cordiale e mai beffardo: «Non dispiacerti, in fondo, sei più vecchio di me: di due giorni, ma l’anagrafe è quella!».

Con questo spirito quasi goliardico si disquisiva sulla partita dal campo a casa ove, parcheggiata la macchina con la solita rapidità, Gigi amava irrompere, mentre le donne erano intente alle attività di svago più disparate, e domandare ad alta voce: «Indovinate chi ha vinto?». Il coro, unanime, rispondeva senza esitazione: «Gigi!». Di fatto, in questa come in molte cose della sua vita, Gigi vinceva spesso, con quel sorriso sornione e quella voglia di giocare seriamente con il mondo che ha fatto di lui il personaggio che tutti conosciamo; io e la mia famiglia abbiamo avuto il privilegio di partecipare ad altre partite, più nascoste, ma non meno significative.

Amava i racconti della Romagna, la mia terra d’origine, e spesso, ritornando a quei tempi che il dolore e l’anagrafe non ci consentono più, riportava nella memoria una frase di uno scrittore romagnolo di cui non mi sovviene il nome: «I ricordi si ricordano per la loro vissuta intensità», segno dell’affetto e del piacere che quei momenti trascorsi generavano in lui, vorticosamente impegnato su molti fronti. Non c’è dubbio che gli anni passati assieme, con quelle parentesi assolate dall’altra parte dell’Atlantico, siano stati – credo per entrambi – un percorso di vita indimenticabile e difficile da condensare in uno scritto, difficile quasi quanto il vivere.

Mi piace concludere con una citazione di Ernest Hemingway, che delle isole caraibiche aveva fatto una dimora permanente; tra i tanti suoi straordinari pensieri, uno mi ha particolarmente colpito: «Il mestiere di uomo è difficile e solo pochi ci riescono!». L’affetto, che ci legherà per sempre, mi induce a pensare che in questo «mestiere» Gigi sia riuscito alla perfezione.