Il mondo di Guatri
2026/14
«Si ricordi: le persone vengono prima dei budget»
Mirka Daniela Giacoletto Papas
Laureata in giurisprudenza, ha lavorato in associazioni imprenditoriali, in importanti gruppi industriali e in multinazionali della consulenza; entrata quindi in Bocconi, vi è rimasta negli ultimi trent’anni: ha lavorato, scritto, inventato, organizzato, divertendosi (sempre), arrabbiandosi (qualche volta) e sviluppando per la Bocconi una affezione tutto sommato più forte che per la sua Università di origine (Genova).
Settembre 1985: ricevo una telefonata con l’invito a recarmi in Bocconi a un incontro con il Rettore, Prof. Luigi Guatri. Lavoravo per un importante gruppo industriale-finanziario (come Direttore generale della società interna di comunicazione) appena scalato in Borsa e, come tutti gli altri dirigenti, ero praticamente «sul mercato», come si suole dire.
Conoscevo il Prof. Guatri di nome, ma non l’avevo mai incontrato e, stupita, mi chiedevo cosa potesse aspettarsi da me... In effetti, voleva offrirmi un lavoro. La Bocconi, mi raccontò, stava attraversando un periodo particolare: una trasmissione televisiva con larga audience aveva lanciato l’immagine del bocconiano come stereotipo dello yuppie e questo aveva ottenuto immediatamente un grande successo di pubblico, ma infastidito l’istituzione. Si era poi aggiunto un episodio che aveva aggravato la situazione: gli studenti avevano invitato in università Loredana Bertè, cantante di musica leggera molto popolare, e l’avevano accolta, tutti in piedi sui banchi dell’Aula Maggiore, al grido di «nuda, nuda».
Fin qui, nulla di non classificabile come una goliardata un po’ vivace. Il Corriere della Sera aveva però pubblicato in prima pagina una foto dell’evento (studenti più Loredana Bertè più Aula Maggiore) con il titolo «La Bertè tiene lezione in Bocconi». E tutto ciò aveva enormemente infastidito molti autorevoli laureati bocconiani, impegnati in ruoli di grande prestigio a livello nazionale e internazionale, che avevano segnalato il loro disappunto al Rettore in carica in modo molto incisivo. Con il pragmatismo che avrei poi imparato a conoscere e apprezzare, il Prof. Guatri aveva concluso: «forse abbiamo un problema di rapporti con la stampa. Ma non solo quello...». Aveva seguito sui giornali (e apprezzato) le modalità di comunicazione del gruppo appena «scalato»; aveva letto della mia elezione a «Manager dell’anno per la comunicazione»; aveva pensato che potessi essere la persona giusta per affrontare il «suo» problema. Da qui l’invito a entrare in Bocconi.
La proposta mi piaceva: trovavo intrigante e rilassante occuparmi di intemperanze studentesche anziché di andamenti di Borsa e quindi accettai, ma con una riserva: di non entrare a far parte della struttura con una normale assunzione da dirigente, ma di poter organizzare le attività di comunicazione in una unità autonoma, con precise responsabilità di progetti, risultati e budget, secondo il modello che avevo gestito fino ad allora. Il Prof. Guatri ci pensò su (non molto, a dire il vero), poi mi chiese: «l’hanno già fatto altre università?». Dovetti ammettere che in effetti no, non mi risultavano esempi di questo tipo nel mondo accademico. E la conclusione del Prof. Guatri fu rapida: «Allora, facciamolo noi!».
E questo è diventato il leit-motiv della mia collaborazione con il Prof. Guatri: ogni proposta, dopo essere stata attentamente valutata, veniva seguita dall’immancabile domanda: «l’ha già fatto qualcuno?» e se la risposta era no, la sfida era sicura: «allora proviamoci noi». E questa voglia di sperimentare sempre nuovi confini, questa prova di fiducia verso l’interlocutore era il modo più sicuro, come il Prof. Guatri sapeva e sa bene, per galvanizzare le persone, trasmettere coraggio, energia e un grandissimo senso di responsabilità.
È stato l’inizio di una lunga collaborazione che, nel tempo, si è articolata in attività, iniziative e ruoli diversi, nel corso delle quali ho progressivamente imparato a conoscere il mio Presidente (oltre che Rettore e Consigliere delegato, il Prof. Guatri aveva assunto il ruolo di Presidente di Bocconi Comunicazione srl, la struttura autonoma che nel frattempo era stata costituita) nelle sue caratteristiche di rigore accademico, riservatezza professionale, curiosità culturale, lucidità di valutazione, rapidità di decisione. E, accanto a queste, una eccezionale sensibilità umana, una inaspettata semplicità di vita, una forte scelta di essenzialità nelle relazioni e di qualità dei rapporti.
A queste caratteristiche si rifà uno dei punti fissi di riferimento della mia vita professionale: tra settembre e ottobre, secondo le migliori consuetudini, mi presentavo al Prof. Guatri con i programmi per l’anno successivo e il relativo budget. In una di queste prime occasioni, mentre discutevo con vivacità e convinzione su persone e numeri, il Prof. Guatri mi interruppe dicendo: «Si ricordi sempre che le persone vengono prima dei budget».
Questa, Professore, è una lezione che non ho più dimenticato... E non solo questa, con l’imbarazzo di scegliere tra i molti ricordi di episodi istruttivi, divertenti o commoventi, di momenti solenni e anche tristi, che hanno costellato questi anni a fianco del Prof. Guatri: ricordi di lavoro, ma anche di atteggiamenti e stati d’animo.
Un esempio: nel 1989 il Prof. Secchi, Presidente della Commissione relazioni internazionali dell’Università, organizza un viaggio alla Hitotsubashi University di Tokyo. Della delegazione fanno parte, oltre al Prof. Secchi e al prof. Molteni (docente di lingua giapponese in Bocconi) anche il Prof. Vaccà e la sottoscritta. Accompagnatrice d’eccezione, la signora Lina, moglie del Prof. Guatri. Per tutti noi (a parte il Prof. Molteni) è il primo viaggio in Giappone: siamo curiosi e allegri. Sotto la guida dei cortesissimi esponenti della Hitotsubashi University, la visita si snoda felicemente tra inchini, incontri accademici, conferenze, visite a realtà economiche e industriali. Poiché sono molto cortesi, i nostri ospiti non trascurano la conoscenza di costumi e tradizioni locali organizzando anche qualche intermezzo rilassante: tra questi, la cena in un antico locale di «geishe», celebre per la bellezza dei costumi e il rispetto delle tradizioni più nobili e antiche.
Ci sediamo sui cuscini posti davanti al bassissimo tavolo apparecchiato per la cena e il Prof. Guatri e il Prof. Vaccà, mentre agitano le gambe non sapendo come sistemarle (tra i sorrisini della signora Lina che, perfettamente a suo agio, trova subito la posizione giusta), scoprono che le geishe, che svolazzano cerimoniosamente intorno agli ospiti occidentali, sono sì espressione di una antica tradizione, ma sono proprio antiche anche loro, con parrucche un po’ polverose e spessi strati di cerone sul viso. La cosa suscita l’ilarità dei due Professori senior, che cominciano a ridacchiare di nascosto, ma solo finché viene servito il primo piatto: una scatola di legno laccato che, aperta, rivela una strana «cosa», arrostita ma sbrodolosa, da cui salgono volute di vapore. Grande perplessità dei due Professori e alla loro domanda «che cosa è?», dopo una rapida occhiata d’intesa, il Prof. Secchi, la signora Lina e io rispondiamo in coro: «è serpente». Indimenticabili gli occhi pieni di panico con cui il Prof. Guatri (rigorosamente affezionato solo a spaghetti col pomodoro e pesce – o carne – ai ferri) si rivolge all’interprete: «ma non si potrebbe avere un pezzettino di grana?». Il grana non salta fuori e il Professore digiuna, a testimonianza indimenticabile della sobrietà costante e incorruttibile del suo stile di vita, sempre indifferente a qualunque lusinga di tipo entertainment che non sia il golf.
Oppure la sua estraneità a qualunque discorso di «genere» o di classe sociale nei rapporti di lavoro o nella scelta dei collaboratori o con gli interlocutori. Ricordo (volentieri, debbo dire!) la sorpresa con cui, a Buenos Aires, si trovò ad affrontare un discorso, appunto, di «genere»: cioè l’esclusione della sottoscritta e della signora Lina (ancora una volta accompagnatrice d’eccezione!) da una cena organizzata al Jockey Club dagli imprenditori italiani per la delegazione Bocconi. Al termine di una lunga riunione, ci ritroviamo all’ingresso del Jockey Club e gli organizzatori invitano cortesemente me e la signora Lina a salire su un’altra macchina che ci condurrà in un ristorante famoso per i suoi spettacoli di tango. Casco dalle nuvole: «ma come – ribatto – ho preparato carte, discorsi ecc. per questa cena, e vado ad ascoltare il tango? E perché?». Imbarazzo generale: al Jockey Club non sono ammesse le donne. La signora Lina, con la sua consueta eleganza, commenta: «Sarà sicuramente piacevole». Io protesto, schiamazzo e mi appello al mio Rettore. Il Prof. assume però un’aria svagata, mi prende sottobraccio e, indicando il cielo, mi dice: «ha visto che bel tramonto?» e aggiunge sottovoce: «Sono un po’ sorpreso anch’io». Com’è finita? Che a capotavola del lungo tavolo di 28 imprenditori, da una parte c’è la signora Lina e, dall’altra, la sottoscritta.
Un altro momento da ricordare? Quando, lasciato il Rettorato della Bocconi, il Prof. Guatri rifiutò la Presidenza dell’IRI, dicendomi: «Mi raccomando, Dottoressa Giacoletto, che nessuno lo venga a sapere...». Solito understatement. O ancora, quando un suo allievo trasgredì completamente e palesemente a una precisa indicazione del Professore, addebitandola a dimenticanza. Per la prima volta lo vidi addolorato, quasi mortificato. Ma dopo qualche giorno lo sentii parlare al telefono con questo suo allievo con la stessa garbata, quasi affettuosa familiarità di sempre. Ero indignata verso l’allievo e un po’ anche con il Prof. Guatri perché non si era alterato (vorrei proprio dire «arrabbiato») abbastanza per lo sgarbo subito. Ma il suo grande amico, Sergio Vaccà, mi spiegò: «Si ricordi: il Prof. Guatri ha ricevuto nella sua vita offese e sgarbi. Ma dopo un giorno, lui ha già perdonato, e dopo una settimana, ha completamente dimenticato».
Questa si chiama grandezza, ed è, caro Professore, la più grande delle molte cose che ho imparato ad apprezzare in lei.