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Il mondo di Guatri

2026/14

Indice

Il mondo di Guatri - 2026/14

Che pazienza, Professore!

Severino Salvemini

Si è laureato nel 1974 in Bocconi, dove è professore ordinario di Organizzazione aziendale. In Bocconi ha anche ricoperto la carica di Prorettore (1998-2002) e Presidente della SDA Bocconi School of Management (2003-2007). Ha ricoperto e ricopre cariche in Consigli di amministrazione e Organi di Controllo in importanti società.

Correva l’anno 1996. All’inizio dell’estate, sul campo da golf di Arenzano, si disputava una gara patrocinata dall’Università Bocconi. Formula «quattro palle», cioè squadre concorrenti composte da una coppia di giocatori. Formula che richiede compagni molto affiatati... Essendo il campo di Arenzano il circolo sportivo dove Luigi Guatri era iscritto, non era sorprendente immaginare che il Professore fosse nel tabellone dei partenti, insieme al suo amico Alberto Dessy. Quello che invece non mi aspettavo era che la loro coppia fosse programmata nel mio stesso team di partenza, e che pertanto avrei dovuto giocare con il mio socio insieme al Prof. Guatri per le intere 18 buche (più o meno cinque ore, per i non golfisti). A quel tempo, con Luigi Guatri non ci davamo certo del tu (privilegio che mi è stato concesso solo alcuni anni dopo) e il senso di deferenza non svaniva certo per il solo fatto di essere in un contesto sportivo e non universitario.

Per comprendere però appieno il mio imbarazzo al vedere l’orario di partenza e i miei compagni di partita, dobbiamo fare un passo indietro e concentrarci per un momento sulla persona che io avevo scelto come partner di gioco per quella gara. Lui – chiamiamolo Mario Rossi, con un nome e cognome di fantasia per non identificarlo nella attuale realtà e per evitare tardive ritorsioni – era un giovanissimo collega della Bocconi, operante nell’ambito dell’Istituto di Economia delle Aziende Industriali e commerciali, che, guarda caso, era proprio lo stesso Istituto che il Professor Guatri dirigeva da qualche anno. Mario, oltre a essere un alto potenziale dal punto di vista della ricerca e della didattica, era un valente atleta sportivo. Maestro di sci, abile tennista, esperto velista, aveva cominciato a cimentarsi con ferri e palline da golf nel corso di un lungo periodo di studio presso l’Università della Florida, dove era stato inviato proprio dalla Bocconi. E, ritornato dagli Stati Uniti, nel pieno dei suoi trent’anni di età, aveva intensificato la pratica golfistica con quella passione maniacale che hanno i «neogolfisti» quando hanno appena scoperto lo swing e la buca. Era quindi il socio perfetto, tonico e in forma, per una prestazione in una gara a «quattro palle».

Ma in quel periodo il mio giovane amico e collega era lambito anche da una spiacevole sofferenza. Complice sicuramente il lungo periodo passato all’estero, era stato lasciato dalla fidanzata italiana (un abbandono imprevisto e forse ingiustificato) e le sue serate si trascinavano con grandi bevute, all’insegna di «come fare per dimenticarla».

Proprio in una mattina successiva a una notte di bagordi, lo andai a prendere sotto casa per accompagnarlo, io al volante, ad Arenzano, dove avremmo partecipato alla coppa Bocconi. Quando lo vidi uscire dalla sua portineria, mi venne freddo. Era abbigliato secondo i canoni estetici della Florida (un mix multicolor con tutte le tinte dell’arcobaleno, pantaloni alla pinocchietto sotto il ginocchio, fantino con tesa all’indietro alla Jovanotti). Niente di deviante se fossimo stati tifosi sulle gradinate di una partita di baseball, ma non proprio conforme con l’etichetta un po’ british che contraddistingue i circoli golfistici italiani. E poi, i postumi dell’alcool abbondante della sera precedente erano ancora ben evidenti nell’abbassamento delle palpebre e nel linguaggio un po’ impastato.

Per tutto il viaggio da Milano ad Arenzano, lo feci bere acqua e mangiare pane, pensando al momento fatidico e delicato in cui si sarebbe presentato al suo capo di Istituto sul tee di partenza. E alla conseguente, inevitabile caduta di reputazione. Finché arrivammo sul campo e ci presentammo alla buca 1. Il Prof. Guatri fortunatamente non lo riconobbe (egli non conosceva proprio tutti i collaboratori più giovani, specialmente quelli che erano stati recentemente oltreoceano a «farsi le ossa»), e io introdussi Mario Rossi come il mio compagno di golf, di origini italo-americane e visiting professor presso l’Università della Florida. Ciò facilitò subito le conoscenze e consentì di procedere senza troppi formalismi.

Durante la gara, Mario dava ogni tanto in escandescenze, verbali o gestuali, e assai spesso malediceva il mondo quando la pallina pirotecnicamente girava a destra o a sinistra con «ganci» quasi impossibili a volerli realizzare di proposito. In questi frangenti il Professore non commentava esplicitamente, ma si limitava a ruotare gli occhi furbi, censurando con un paterno sorriso l’atteggiamento melodrammatico del giovane, o le sue reazioni troppo folkloristiche. Comportamenti inconsueti sul campo da golf, che venivano però perdonati grazie a una speciale indulgenza cross-culturale, figlia di una lunga e sapiente esperienza di vita.

Ogni tanto Luigi Guatri si girava verso di me (ma solo per ricordarmi le responsabilità di aver scelto quello strano compagno!) e mi commentava con tono «domestico»: «Certo che questi americani sono proprio diversi da noi, eh?». Al che, io, che avevo quasi deciso di dirgli la verità sul suo collega junior, ero costretto ad abbozzare e annuire con la testa. È inutile precisare che la nostra partita non produsse alcun risultato degno di nota sotto il profilo agonistico, così come non ricordo se il gioco di Mario Rossi finì per condizionare negativamente il risultato della squadra del Professore (la concentrazione è un ingrediente fondamentale del gioco del golf).

Ricordo solo che alla buca n. 18 tirai un lungo sospiro di sollievo, perché la sofferenza era terminata e la tolleranza della buona educazione aveva prevalso su una legittima possibilità di conflitto generazionale. L’ultimo atto di Mario in campo, la famosa goccia che poteva far traboccare il vaso, fu il gesto di togliersi le scarpe alla fine del gioco perché i piedi erano dolenti ed era più comodo giocare con gli stessi nudi. Su questo, Guatri stese un velo di sovrumana pazienza...

Chissà se ora, a distanza di vent’anni, il Professore si ricorda del suo allievo, e chissà quanto ne sarebbe orgoglioso: dopo un po’ di anni, Mario ha lasciato l’università iniziando una carriera manageriale nel settore del real estate, dove sicuramente ha introdotto metodologie e pratiche originali apprese nel campo della finanza aziendale. L’allora Mario Rossi è oggi uno dei più affermati cinquantenni Amministratori delegati del settore. E sicuramente ricorda anche lui con affetto e simpatia non solo gli insegnamenti accademici di Luigi Guatri, ma anche la grande umanità con cui lo ha accompagnato in quella soleggiata passeggiata, dove il golf era davvero un optional.