Il mondo di Guatri
2026/19
Tancredi Bianchi
Le testimonianze raccolte in questa sezione sono state originariamente pubblicate in Luigi Guatri, Visto da vicino, Egea, Milano 2015 (seconda edizione 2017).
Giocammo insieme, la prima volta, nel giardino di villa Banfi a Caravaggio. Eravamo poco più che bambini; oltre tre quarti di secolo fa. A quell’età, poco prima della Seconda guerra mondiale, la vita di provincia era semplice, sobria, e ci si divertiva con giochi che oggi non si praticano più. Poi, Luigi andò a Treviglio poiché suo padre, funzionario della società Orobia di elettricità, fu incaricato di dirigere quella sede.
Ci ritrovammo così alla scuola media inferiore presso l’Istituto tecnico G. Oberdan di Treviglio. Luigi iscritto un anno avanti, giacché ci separano pochi mesi, ma lui è nato nel settembre 1927 e io nel giugno 1928. A Caravaggio le uniche scuole erano le elementari, peraltro con ottimi insegnanti. La separazione delle abitazioni, anche se solo di cinque chilometri, era una distanza troppo ampia per continuare a giocare insieme.
Tanto più che l’impegno negli studi di due adolescenti che puntavano entrambi al traguardo di essere i primi della classe, e la Seconda guerra mondiale iniziata per l’Italia nel giugno 1940, costringevano a percorrere in bicicletta la strada tra Caravaggio e Treviglio, solo per accedere alla scuola.
Sempre all’Oberdan proseguimmo nelle «superiori» per giungere al diploma in ragioneria. Incontrammo i medesimi docenti e ambedue ricordiamo, con affetto, la Professoressa Antonietta Bignami, laureata alla Bocconi e allieva di Gino Zappa, che ci insegnò la ragioneria e le tecniche professionali e che determinò in noi il desiderio di conseguire la Laurea nel prestigioso ateneo milanese. Luigi, sempre eccellente negli studi, abbreviò il percorso della scuola media superiore. Era a quel tempo concesso, a chi conseguiva una media di profitto di otto decimi, di poter anticipare l’esame di diploma di un anno. Così l’amico Guatri divenne «ragioniere» a diciott’anni, nel 1945. Io mi diplomai nel 1947 e, appena finiti gli esami, consapevole di essere stato promosso, partii subito per un’agognata vacanza al mare, a Riccione, ospite di un altro caro amico: Carlo Bietti, dove mi raggiunse un telegramma da Pino Banfi: «Più di otto! Complimenti!».
Con quella media di voti di profitto, che mi consentiva di pagare la metà della tassa di immatricolazione alla Bocconi, mio padre decise che potevo proseguire negli studi. E alla Bocconi ritrovai Luigi, che cominciava il terzo anno e aveva già scelto il tema della tesi di laurea, con la guida del Prof. Zappa. Naturalmente, sempre primo della classe. Si laureò nel 1949, con i massimi voti e lode, e con dignità di stampa della tesi. Lo ammiravo sempre più, sperando anch’io di poter seguire la stessa via.
Guatri fu subito aggregato come assistente alla cattedra di «Ragioneria generale e applicata» e, appena ventiduenne, impartì la sua prima lezione accademica alla Bocconi, accompagnato in aula dal signor Cavazza, primo bidello dell’Ateneo, che avvertì i presenti che lui, Luigi Guatri, era il professore. Alla mensa degli studenti, subito dopo, durante la colazione, tutti elogiavano la lezione ascoltata.
Anch’io sostenni l’esame di ragioneria con Zappa e fui promosso con i massimi voti. Luigi era già nelle commissioni esaminatrici e naturalmente avvertì Zappa che ci legava l’amicizia. Dopo il mio esame, Zappa lo tranquillizzò: la votazione assegnatami era meritata. Il giorno dopo chiesi a Zappa la tesi di laurea. Ricordo tre cose. La prima: una domanda: «Vuoi diventare un uomo? Perché con me si diventa uomini». Sia pure intimorito, risposi affermativamente e capii nei mesi successivi che effettivamente la mia maturazione umana fece un balzo in avanti. La seconda, altra domanda: «Che tipo di imprese conosci?». Siccome dopo il diploma di ragioniere lavorai due anni presso la filiale della Cariplo, a Caravaggio, risposi di avere qualche prossimità con l’attività bancaria. Il che gli fece piacere, poiché pochi laureandi si interessavano delle aziende di credito. La terza, una affermazione e un consiglio: «Scrivere la tesi, che deve meritare la lode, è come scrivere un libro. Ogni giorno occorre pensare al tema per qualche ora». «Prima devi leggere un paio di libri di logica, per imparare come si ragiona.» Dopo avere frequentato le medesime scuole e la stessa università, e avuti i medesimi docenti, ci ritrovavamo allievi dello stesso Maestro...
Mi pare dal 1949, cominciammo a trascorrere insieme le vacanze estive, al mare, a Cattolica sulla riviera adriatica. Luigi aveva con sé le bozze di stampa di una monografia, la sua dissertazione di laurea, in corso di pubblicazione. Lo aiutai nel compito, con la segreta speranza di giungere un giorno anch’io a pubblicare un saggio. Per me lo scrivere non è quasi un gioco, come lo è sempre stato per Luigi, che scrive con grande facilità, con assoluta padronanza della lingua, con rapidità e con pochissime correzioni. E così è stato fino a oggi.
In quegli anni si scriveva a mano, con una penna stilografica, che diveniva uno strumento essenziale di lavoro. Alla vincita di un concorso universitario, gli amici ti regalavano, appunto, una penna stilografica «di marca». Un giorno, non ricordo bene se nel 1950 o nel 1951, con la sua prima automobile, una Fiat 1100, Luigi e io andammo a Valdobbiadene. Doveva incontrare il Prof. Zappa, in villeggiatura con la famiglia. Io non mi ero ancora laureato, e quindi entrò lui solo nella villa del Maestro, uscendone con il mandato di partecipare al concorso per la cattedra universitaria, benché ventiquattrenne. Lo accompagnai a Roma, quando si riunì la commissione esaminatrice. Trascorremmo alcuni giorni insieme con Domenico Amodeo, di Napoli, di cui divenimmo amici. Nessun allievo di Zappa vinse quel concorso. Amodeo risultò ternato. E occupò poi per qualche anno la cattedra di Cà Foscari, quella di Zappa. Luigi vinse un concorso successivo, divenendo professore universitario di ruolo non ancora trentenne. Fu chiamato a insegnare sulla cattedra di tecnica industriale, mentre io, nel frattempo, divenuto cieco il nostro Maestro, divenni assistente alla Bocconi di Giordano Dell’Amore, che occupava la cattedra di tecnica bancaria.
Ricordo che per me il periodo era un poco ansioso. Vi erano allora solo tre cattedre di tecnica bancaria in Italia: quella del Prof. Mazzantini a Roma; quella del Prof. Caprara a Torino; quella del Prof. Dell’Amore alla Bocconi. Mi confidavo con Luigi, vedendo stretta la via per aspirare al traguardo finale. Alla fine invece debbo ammettere che Dell’Amore aveva visto giusto, e debbo a lui di essere stato accompagnato prima alla libera docenza e poi alla cattedra. Allievo di Zappa, Dell’Amore è stato per me un Maestro, figlio del Maestro.
Luigi approdò presto, come in tutte le tappe della sua vita, al traguardo della cattedra in Bocconi, e si impegnò per risanare i conti dell’Ateneo. Tutti i bocconiani gli sono, per questo, debitori.
Io per qualche tempo peregrinai tra Venezia, Pisa e poi Roma, dopo avere conseguito, primo ternato, nel 1964, il traguardo di professore alla cattedra in Tecnica bancaria.
Ci incontravamo nella vita privata. Fu testimone alle mie nozze (19 settembre 1953, che era il giorno del suo ventiseiesimo compleanno) e io alle sue (24 aprile 1954). Amici, con le consorti altrettanto amiche. E mi fece più volte intendere di puntare su un mio trasferimento alla Bocconi, la nostra Università. Traguardo che raggiunsi nel 1978. Fu presente alla mia ultima lezione, il 19 maggio 2000, e abbracciandomi commosso al termine, mi disse: «Ti ringrazio per quanto hai fatto per la Bocconi». L’amicizia ha influito sulla generosità del giudizio.
Tornati insieme alla Bocconi, ma ormai in quiescenza come docenti, ambedue privati della compagna della nostra vita, viviamo la sera dell’esistenza terrena con l’amicizia di sempre.
Compiaciuti che in tre quarti di secolo e più non abbiamo mai avuto un diverbio; siamo sempre stati restii nel chiedere qualcosa l’uno all’altro, ma siamo stati pronti a donare vicendevolmente; sempre convinti nel concederci fiducia e stima e risoluti a essere di aiuto, l’uno all’altro, nelle difficoltà della vita. Abbiamo ottenuto ambedue il premio della Fondazione Invernizzi: lui nella commissione che me lo assegnò, io in quella che glielo assegnò. Il voto convinto e unanime degli altri componenti la commissione giudicatrice ci ha convinto che l’amicizia non abbia avuto un peso nella decisione.
Il mutuo affetto, che condividiamo da oltre quindici lustri, potrebbe condizionare il modo in cui l’ho visto e lo vedo.
Quello, certo, che è accaduto per Luigi quando ha scritto di me in uno dei volumi-intervista Li ho visti così.
Uno studioso che ha sempre intuito, con sapiente lettura dei fatti, i temi concernenti operazioni straordinarie nella vita delle imprese, coniugando così la ricerca scientifica con un’attività professionale di altissimo livello. Infatti, per le questioni in discorso divenne un autorevole punto di riferimento per la dottrina, per la pratica, per la stessa magistratura, sia inquirente sia giudicante. Un uomo di nobiltà di ingegno e di intelligenza vivacissima.
Un dono della provvidenza l’averlo incontrato.
Correzione dell’Autore: trentatreenne.